Le radici e il mare

Tra il centro «Las Raíces» e la «città senza mura», il Papa consegna una grammatica dell’accoglienza che fa dello straniero il volto di Cristo.

C’è una geografia che predica da sé, e le Canarie ne sono la prova. Isole sospese fra due continenti, ultima soglia d’Europa affacciata sull’Africa, terra che il mare insieme custodisce e ferisce. È qui, a San Cristóbal de La Laguna, nella solennità del Sacro Cuore di Gesù, che Leone XIV ha voluto fermarsi davanti ai migranti: prima nel centro di accoglienza «Las Raíces», poi nella piazza del Cristo de La Laguna. E in due tempi, con la sobrietà di chi non cerca l’effetto, ha consegnato la considerazione che la Chiesa ha di loro. E ciò che pensa, lo ha detto senza reticenze.

La prima sottolineatura è una questione di sguardo. Si parla, ha ammonito il Papa, di «persone create a immagine e somiglianza di Dio, prima che di categorie giuridiche o di problemi da gestire». Tutto il resto discende di lì. Perché esiste uno sguardo che vede e non riconosce, che riduce «un volto in numero, una storia in fascicolo e una differenza in distanza». A quello sguardo amministrativo, che archivia il dolore, Leone XIV oppone la pedagogia del tatto: l’immagine, delicatissima, del Braille e della scrittura che si fa strada attraverso il contatto. La Chiesa, ha detto, impara a leggere la sofferenza altrui come un segno che rimanda al Vangelo, e lo legge «attraverso il tatto e la vicinanza, quando tocchiamo le ferite del prossimo». È il gesto di Tommaso: le ferite, guardate con fede, diventano luogo di riconoscimento, perché Cristo è presente «nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero» (cf. Mt 25,35-40).

Ma è al centro «Las Raíces» che la riflessione trova la sua chiave più alta, e insieme la più disarmante. «Tutti — in qualche modo — siamo migranti», ha ricordato il Papa, «tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste».Non è retorica consolatoria: è memoria storica. Da queste stesse isole, secoli fa, partirono il santo Fratel Pietro e san Giuseppe de Anchieta — quest’ultimo nato proprio a La Laguna —, anch’essi migranti «che si diressero verso l’ignoto, portando come principali beni la fede, la speranza e la carità». Le Canarie che oggi accolgono sono le medesime che ieri congedavano i propri figli verso l’America: la soglia che riceve è quella che un tempo lasciò partire. In questa simmetria il Papa colloca la parabola del Buon Samaritano (cf. Lc 10,25-37), dove la compassione viene da «un uomo di un altro popolo e di un’altra religione»: l’universalità di un amore che «non conosce confini, non fa distinzioni».

Da qui nasce quella che si potrebbe chiamare la grammatica dell’integrazione. Le migrazioni, ha scritto Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitas, «possono diventare un’occasione di incontro e di arricchimento reciproco tra popoli»; ma l’incontro, per darsi davvero, ha bisogno di regole. «L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza mette un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro». Integrare, ha chiarito, non significa cancellare la storia di chi arriva né creare «mondi paralleli»: è «un cammino reciproco», in cui chi accoglie «impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro».Doveri da entrambe le parti, dunque: a chi arriva è chiesto di imparare la lingua, rispettare le leggi, conoscere i costumi e offrire i propri doni; a chi accoglie, di riconoscere che la dignità «fiorisce quando si trasforma in responsabilità». È la distanza tra la concessione e l’incontro, tra la filantropia e la «solidarietà che nasce dal riconoscimento della dignità umana».

C’è poi un passaggio in cui la voce si fa profetica. Leone XIV parla di «cimiteri del mare» e di vite perdute sulle rotte come di un «fallimento per la famiglia umana»; ma indica anche un naufragio meno visibile, il «secondo naufragio» di chi, una volta arrivato, si ritrova «solo in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro», esposto a chi ne approfitta: «Integrare significa impedire questo secondo naufragio». E ai trafficanti, a quanti «trasformano la sofferenza altrui in un affare», rivolge l’unica parola di fuoco del discorso: «Fermatevi! Convertitevi!». Il denaro «strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro». È la Chiesa che non confonde la misericordia con la complicità.

Resta l’immagine che dà il nome al centro, e il titolo a queste righe: le radici. Citando il caro Papa Francesco e il profeta Geremia — l’albero piantato lungo il corso d’acqua, che «non teme quando viene il caldo» (cf. Ger 17,8) —, Leone XIV chiede ai migranti di restare «saldamente radicati nel Signore», perché nessuna tempesta li allontani. È, a ben vedere, l’antidoto a ogni sradicamento: non la nostalgia che immobilizza, ma la fedeltà che dà stabilità nel cammino. L’ultima parola, ha concluso, «spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero» e che nella Santa Famiglia fuggiasca in Egitto (cf. Mt 2,13-15) ha fatto di ogni rifugiato un proprio ritratto. Affidati a Maria, «Conforto dei migranti», questi volti feriti e insieme consolati ricordano alla Chiesa — e a una città che si vanta di essere «senza mura» — che le barriere più dure non sono di pietra: stanno «nello sguardo, o nella paura o nell’indifferenza». Ed è precisamente lì che il Sacro Cuore, amore «che non conosce confini», chiede di essere lasciato entrare.