Decreto sicurezza, emendamento rimpatri. Insorgono gli avvocati
Con un emendamento firmato dal senatore di FdI Marco Lisei e approvato da tutta la maggioranza, il decreto sicurezza introduce un incentivo economico da 615 euro per gli avvocati che assistono i migranti nei rimpatri volontari — ma solo se il cliente parte davvero. Protesta il centrosinistra, si dissocia il Consiglio nazionale forense, insorge il mondo forense. Una norma scritta male, approvata di corsa, che pone una domanda scomoda: un difensore pagato per far partire il proprio assistito è ancora un difensore?
C’è una parola che ritorna ossessivamente nei documenti ufficiali, nei manuali operativi, nelle dichiarazioni dei ministri: volontario. Rimpatrio volontario. Scelta libera e spontanea. Il cittadino del paese terzo che decide, di sua iniziativa, di tornare a casa.
La parola è bella. Quasi evangelica, nel suo rispetto della persona. Quasi.
Il problema è che la volontà, per essere tale, richiede condizioni. Richiede che chi sceglie non lo faccia con l’acqua alla gola, con la minaccia dell’espulsione come alternativa, con la detenzione come cornice. L’Alto commissario Onu per i diritti umani lo ha detto nel 2022 senza giri di parole: dai centri libici non si parte per libera scelta, si parte perché non c’è altro. Sessantaquattro associazioni italiane lo hanno ribadito l’anno scorso con la campagna Voluntary Humanitarian Refusal: quando la scelta avviene sotto violenza e sistematica violazione dei diritti fondamentali, non è scelta. È espulsione con un vestito diverso.
Ma lasciamo per un momento la Libia e torniamo in Italia, dove il governo ha avuto un’idea nuova. I rimpatri volontari assistiti esistono dal 2011 e, va detto, nascono da una logica non priva di senso: offrire a chi vuole tornare nel paese d’origine un sostegno concreto — assistenza psicologica, accompagnamento, 615 euro per le prime necessità. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni parla esplicitamente di «scelta libera e spontanea» come «elemento fondamentale». Monitoraggio della reintegrazione, supporto prima e dopo il viaggio: sulla carta, un percorso dignitoso.
Il problema è che funziona poco. Nel 2024 i migranti rientrati in questo modo sono stati 290. Nel 2025 sono saliti a 675 — su 66.617 arrivi via mare. Il Viminale celebra «un aumento del 133%», ma la differenza riguarda poche centinaia di persone. Il meccanismo non decolla, e allora bisogna trovare un incentivo. L’incentivo scelto è l’avvocato.
L’emendamento e la sua storia
Il 18 marzo, nella commissione Affari costituzionali del Senato, il senatore di FdI Marco Lisei deposita un emendamento al decreto sicurezza. Lo firma tutta la maggioranza, viene approvato prima in commissione e poi in aula dopo dieci ore di seduta non-stop. Il testo modifica il Testo unico dell’immigrazione del 1998: d’ora in poi il Viminale potrà collaborare con il Consiglio nazionale forense — organo esecutivo dell’avvocatura, citato espressamente — nella gestione dei rimpatri volontari assistiti. E il Cnf sarà incaricato di corrispondere agli avvocati un compenso di 615 euro per ogni pratica seguita, a patto che il migrante parta davvero.
I costi stimati nella relazione illustrativa sono 246mila euro per il 2026 — la norma si applicherebbe dal primo luglio — e 492mila per il 2027 e il 2028, attingendo ai fondi della legge di stabilità del 2015. La relazione cita i dati del Viminale: nel triennio 2023-2025 circa 2.500 cittadini stranieri hanno aderito ai rimpatri volontari, in media 800 l’anno. L’obiettivo dichiarato è il raddoppio. L’incentivo economico all’avvocato sarebbe la leva per raggiungerlo.
Un avvocato che guadagna convincendo il proprio assistito a partire, però, non è più un difensore: è un agente. La sua funzione si è capovolta. Il Consiglio nazionale forense lo ha capito subito — con lo sconcerto di chi scopre di essere stato arruolato senza saperlo. «Non sono mai stato informato di tale coinvolgimento», ha dichiarato il presidente Francesco Greco, che ha appreso la notizia dalla stampa. Il Cnf ha chiesto al Parlamento di eliminare ogni riferimento all’organo dal testo, segnalando anche un problema tecnico non secondario: la legge non attribuisce al Consiglio la facoltà di erogare denaro agli avvocati. Materialmente, non può farlo.
Le associazioni forensi sono state ancora più dure. «La norma trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione», ha detto l’Unione delle camere penali. «Determina un intollerabile conflitto di interessi tra il difensore e il proprio assistito», ha aggiunto l’Associazione dei giovani avvocati. L’Organismo congressuale forense ha proclamato lo stato di agitazione. Anche la giunta dell’Anm ha espresso «sconcerto».
La pinza sui diritti
C’è poi un’altra misura nel decreto, quasi passata in secondo piano accanto alla polemica sul “bonus”: l’eliminazione del gratuito patrocinio per i ricorsi contro le espulsioni. Da un lato si paga l’avvocato che convince a partire; dall’altro si toglie il difensore a chi vuole restare e impugnare il provvedimento. La pinza è perfetta. Il cerchio si chiude. E al centro c’è una persona senza risorse, senza lingua, senza rete, a cui viene offerta una scelta tra due impossibilità.
La tradizione cattolica sociale ha sviluppato nel tempo un principio che vale la pena ricordare: la dignità della personanon è negoziabile e non è divisibile. Non può essere rispettata per alcuni e ignorata per altri in base alla nazionalità o alla condizione giuridica. La Dottrina sociale, da Leone XIII in poi, ha sempre diffidato dei meccanismi che trasformano la persona in oggetto di transazione — anche quando la transazione viene presentata come aiuto, come opportunità, come scelta libera.
L’articolo 24 della Costituzione dice che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti. Tutti. Greco lo ha ripetuto con la stanchezza di chi enuncia l’ovvio: o si crede nell’articolo 24, o non si crede nel diritto di difesa di tutti. «Un soggetto non può non essere tutelato solo perché non può permettersi un avvocato», ha aggiunto il consigliere del Cnf Antonino Galletti. Non è retorica: è la descrizione di ciò che questa norma produce.
Le opposizioni e la fretta
Il centrosinistra ha attaccato compatto. La deputata dem Michela Di Biase ha parlato di «bonus remigrazione», denunciando una misura che «rischia di alterare il corretto equilibrio del sistema di tutela dei diritti». Davide Faraone di Italia viva ha scritto di una norma che «produce l’effetto opposto» a quello dichiarato, «sollevando dubbi di costituzionalità e mettendo contro l’intero mondo della giustizia». Filiberto Zaratti di Avs ha annunciato «una battaglia durissima» alla Camera.
Il decreto scade il 25 aprile e il calendario parlamentare è da brividi: approvato al Senato venerdì mattina, due ore dopo si riuniva già la commissione della Camera — senza nemmeno aver ricevuto il testo emendato. Emendamenti presentati in 1.231 — dall’opposizione — da esaminare in un’unica seduta di lunedì. Fiducia martedì. Voto finale entro venerdì a mezzanotte. Dentro la maggioranza qualcuno ammette sottovoce che l’emendamento andrà riscritto. Lisei dice che non serve modificare nulla. Enrico Costa di Forza Italia — avvocato di professione — parla di una «riflessione» futura. In ogni caso, il decreto passerà così com’è.
I numeri reali di questa storia, però, stanno dall’altra parte del Mediterraneo: centomila persone «rimpatriate volontariamente» dalla Libia in dieci anni, con fondi italiani ed europei, in condizioni che l’Onu ha definito incompatibili con qualunque volontarietà. Questi sono i veri numeri. I 675 rientri italiani del 2025 sono la vetrina. Il magazzino è altrove, più buio, più affollato, meno fotografabile.
Volontario è una parola che merita rispetto. Proprio per questo non andrebbe usata a caso.

Certamente il metodo utilizzato dal governo per i rimpatri non è per nulla ortodosso. Non ci piove. Ma il problema sta a monte. Accogliere gli immigrati non significa far entrare chiunque e lasciarlo scorazzare senza arte ne parte, ne lavoro, ne nulla per il territorio nazionale, magari nella lunghissima attesa di avere risposta riguardo al diritto di asilo. Sapendo prima che questo diritto non verrà mai dato, a scanso di irregolarità, nella stragrande maggioranza dei casi. Questo purtroppo fornisce manovalanza alla malavita, ulteriore violenza nelle strade, nelle stazioni, ecc.. Ne ha fatto esperienza la mia famiglia. Pur facendo parte di una associazione che aiuta tangibilmente gli immigrati con aiuti di vario genere, mi sto rendendo conto che senza una gestione controllate e regole certe le cose possono solo peggiorare. Questo è aggravato da posizioni politiche eccessivamente permissive o tendenti a considerare l’immigrazione sempre negativa. Chi subisce furti, rapine, spaccio, violenza, sopraffazione purtroppo sa bene che queste azioni sono fatte in maggioranza da immigrati, è un dato di fatto. Chi subisce sta diventando quello che non voleva essere: ovvero uno che “fa di tutta l’erba un fascio”. I radical chic che parlano alla tv vivono in quartieri protetti e case da straricchi senza rendersi conto della brutta realtà. Molti giudici (adesso secondi solo a dio) per posizione politico-filosofica giustificano troppo chi delinque (non solo gli immigrati). La Misericordia senza la Giustizia sfocia non nella bontà, ma nel buonismo che pagano amaramente altri. Che fare? Difficile. Forse bisognerebbe davvero gestire per davvero l’immigrazione trasformandola in una opportunità: niente immigrazione illegale, ma un copioso aumento dell’immigrazione legale, chiarendo per bene come si vive in Italia, e mettendo a disposizione per davvero i posti di lavoro (molti) che gli italiani non occupano. E dopo un periodo di prova dare la possibilità di riunire le famiglie. Bisogna anche chiarire agli islamici che in Italia si vive in un certo modo e che si rispettano certe regole. Chiedendo di firmare un documento che se non accettato o non rispettato comporti l’espulsione immediata. Ovviamente poi ognuno prega come crede. Tornando a bomba chiunque viene accolto in Italia deve avere un lavoro o un periodo di tempo per cercarlo. Chi non rispetta la legge torna direttamente a casa o dal paese di provenienza anche se non è il proprio. Sarei anche d’accordo a creare un ulteriore fondo nazionale (contribuendo di persona) per fornire aiuto a chi immigra e a chi, italiano, è in difficoltà. Richiedendo in cambio risultati e comportamenti tangibili e verificabili. Chi non si da da fare niente aiuto e/o torna a casa senza se a senza ma. Non so. Ma so che la situazione attuale non è più gestibile e che prima o poi in Italia o in Europa cadremo in azioni violente o nelle mani di movimenti politici davvero xenofobi che promuoveranno solo violenza che chiamerà altra violenza. Se ne intravvedono già i segnali nel Regno Unito dove addirittura movimenti pseudo cristiani manifestano per chiedere che il cristianesimo abbia almeno la stessa dignità dell’islam ma cadono anche nella violenza e questo non va per nulla bene.
RISPOSTA A MARCELLO: Grazie per la sincerità e per la complessità di questo intervento, che merita una risposta altrettanto seria da parte mia. Si vede che non parla per sentito dire: ha esperienza diretta, familiare, associativa. Questo conta e va rispettato. E la ringraziamo per l’attenzione con cui segue la nostra testata, che nasce proprio per formare oltre che per informare.
Detto questo, ci permettiamo alcune osservazioni dalla prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, che non è né “radical chic” né xenofoba, ma cerca di stare sulla realtà con gli occhi aperti.
Sul dato “gli immigrati delinquono di più”
È il punto più scivoloso, e va affrontato con onestà. I dati statistici, quando vengono disaggregati per condizione socioeconomica, ci dicono una cosa diversa da quella che sembra: a parità di condizioni di povertà, marginalità e mancanza di prospettive, italiani e stranieri delinquono in misura simile. La sovrarappresentazione degli stranieri nelle statistiche penali riflette in larga parte la loro sovrarappresentazione nelle condizioni di marginalità estrema — quelle stesse condizioni che lei stesso descrive: anni di attesa senza lavoro, senza status, senza futuro. Non è giustificazione della violenza: è analisi delle cause. E la dottrina sociale insegna che chi vuole davvero combattere il crimine deve combattere le strutture che lo producono, non solo i suoi effetti.
Sul “buonismo contro giustizia”
Ha ragione che la misericordia senza giustizia non funziona. Ma c’è un’inversione logica nel ragionamento: il problema non è che siamo stati troppo accoglienti, ma che non abbiamo mai davvero costruito un sistema di accoglienza degno di questo nome. Anni di attesa kafkiana, strutture sovraffollate, assenza di percorsi di integrazione reali, sanatorie a singhiozzo invece di canali legali stabili: questo non è buonismo, è disorganizzazione cronica usata poi strumentalmente per alimentare la paura. Chi ha governato promettendo “porti chiusi” non ha ridotto l’immigrazione: ha solo reso più clandestina, più pericolosa e più gestita dalla criminalità organizzata quella che c’era.
Su quello che propone
Molte delle sue proposte concrete — immigrazione legale abbondante, lavoro come condizione, tempi certi, integrazione verificabile — sono in realtà più vicine alle posizioni della dottrina sociale cattolica di quanto sembri. Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno tutti insistito sul diritto dei popoli a emigrare e sul dovere degli Stati di gestire i flussi in modo ordinato. Non sono posizioni incompatibili: il confine tra una gestione seria e il respingimento brutale è la dignità della persona, che non si negozia nemmeno quando la persona ha torto o delinque.
Sul pericolo che vede all’orizzonte
Qui ha ragione in pieno, e la Chiesa lo dice da anni: se la politica non gestisce il fenomeno con serietà e giustizia, il campo viene lasciato libero ai movimenti che sulla paura costruiscono consenso e poi potere. È già successo nella storia, con esiti che conosciamo. I “movimenti pseudo cristiani” che cita nel Regno Unito non sono cristiani in nessun senso riconoscibile del termine: usano la croce come simbolo identitario etnico, non come segno di redenzione universale. È esattamente l’errore che Vance sta facendo con Trump, su scala più grande.
La domanda che resta
Non “come teniamo fuori gli altri” ma “che paese vogliamo essere”. Un paese che invecchia, che ha bisogno di lavoratori, che ha una tradizione — anche cristiana — di accoglienza e di incontro con l’altro, può scegliere di gestire questo processo con intelligenza e umanità, oppure può lasciare che la paura decida al posto suo. La seconda strada non porta sicurezza: porta esattamente la violenza che teme.