Per l’omicidio di Chiara Poggi: nuova dinamica, movente sessuale e aggravante di crudeltà
Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, la Procura di Pavia riscrive il delitto di Garlasco: nuovo autore, nuova dinamica, nuovo movente. Andrea Sempio è convocato per il 6 maggio. Alberto Stasi, condannato in via definitiva, chiede la revisione. La famiglia della vittima non ci crede. E le prove, nel mezzo, restano quelle di sempre.
Ci sono casi giudiziari che diventano buchi neri: tutto vi entra, niente ne esce davvero. Il delitto di Garlasco è uno di questi. Da diciannove anni la mattina del 13 agosto 2007 — Chiara Poggi, 26 anni, trovata morta nella sua villetta di via Pascoli, la testa fracassata da almeno dodici colpi — viene riesaminata, ribaltata, ricostruita. Prima Alberto Stasi viene assolto, poi condannato in appello, poi assolto di nuovo, poi condannato in via definitiva dalla Cassazione a sedici anni. «Oltre ogni ragionevole dubbio», scrive la Suprema Corte. Ora quella stessa ragionevole certezza viene rimessa in discussione da chi ha il potere di farlo: la Procura di Pavia, che ha iscritto nel registro degli indagati Andrea Sempio, 38 anni, ex amico di Stasi, e lo ha convocato per il 6 maggio.
L’invito a comparire contiene una ricostruzione minuziosa e brutale: una lite, un’aggressione alla testa nella parte anteriore dell’abitazione, il corpo di Chiara trascinato verso la cantina, altri tre o quattro colpi mentre lei tenta di rialzarsi a carponi, poi la caduta lungo le scale, poi altri quattro o cinque colpi alla nuca, già incosciente. Dodici lesioni documentate sul cranio e sul volto. Il movente, secondo i pm, è il rifiuto di un approccio sessuale. L’aggravante contestata è la crudeltà. È una contestazione che, con la stessa identica scena del crimine e le stesse identiche ferite, non era mai stata mossa ad Alberto Stasi.
Sempio nega tutto. «Non la frequentava, non la vedeva spesso», riferisce la sua difesa. «Quando lui andava in casa, Chiara Poggi era a lavorare». È una linea difensiva che mira a demolire il movente alla radice: se i due si incrociavano appena, da dove nasce un odio sessuale abbastanza intenso da generare dodici colpi alla testa? Gli avvocati Angela Taccia e Liborio Cataliotti usano la parola «fantasmagorico» per il movente, e «basimento» per l’aggravante della crudeltà. Attendono il deposito degli atti prima di decidere se Sempio risponderà alle domande, si avvarrà della facoltà di non rispondere, o non si presenterà affatto. Strategia aperta fino all’ultimo momento.
Il problema, guardando gli atti finora noti, è che l’impalcatura probatoria presenta più crepe di quante ne possa coprire una riformulazione del capo d’imputazione. L’incidente probatorio non ha collocato Sempio nella villetta. Il DNA sulle unghie di Chiara ha una «forte compatibilità» con la famiglia Sempio, ma nessuna «certezza d’identificazione»: la perita della gip lo ha spiegato più volte, e la difesa ricorda che Sempio usava il computer della ragazza, quindi una traccia da contatto pregresso non è escludibile. Gli attrezzi rinvenuti in un canale sono spariti dall’orizzonte investigativo. Lo scontrino del parcheggio di Vigevano del 13 agosto 2007 è rimasto nel limbo. Le intercettazioni di Sempio non hanno prodotto svolta. L’inchiesta bresciana per presunta corruzione in atti giudiziari è stata affondata dal Riesame.
Il consulente della famiglia Poggi, Dario Redaelli, mette in discussione persino la nuova ricostruzione fisica del delitto: «Sui primi due gradini della cantina ci sono solo gocciolature, nessuna traccia da trascinamento». E ancora: se il corpo era già in caduta lungo le scale quando è stata inferta la frattura cranica parieto-occipitale sinistra, dove sono le tracce di sangue da brandeggio dell’arma sui muri o sui gradini? L’obiezione è tecnica e puntuale, e viene dalla parte che meno di tutte avrebbe interesse a difendere Sempio. Viene dalla famiglia che aspetta da diciannove anni una verità che regga.
È qui che il caso Garlasco rivela la sua natura più inquietante, quella che lo rende qualcosa di più di un processo: è il test di resistenza di un sistema giudiziario che ha già dato una risposta definitiva e ora la rimette in discussione senza, almeno apparentemente, disporre di prove nuove e decisive. Stasi è condannato. Sempio è indagato. La famiglia della vittima non crede alla nuova ricostruzione. E Chiara Poggi resta al centro di tutto — come è sempre stata — con i suoi dodici colpi alla testa e un’arma che, dopo diciannove anni, non è ancora stata trovata.
Diciannove anni, due condannati, zero armi trovate. Garlasco non è un cold case: è un caso troppo caldo per essere chiuso, e troppo vecchio per essere riaperto senza farsi del male.
