Quando il giornalismo precario finisce sotto processo
Libertà di stampa
Il caso di Gabriele Nunziati, giornalista di 29 anni allontanato dall’agenzia Nova dopo una domanda alla Commissione europea sulle responsabilità di Israele nella ricostruzione di Gaza, non riguarda soltanto una vertenza di lavoro. È il sintomo di un giornalismo sempre più fragile, dove la precarietà contrattuale può trasformarsi in bavaglio preventivo e dove fare una domanda scomoda diventa un rischio professionale.
In tribunale per il diritto di fare domande
C’è una frase che dovrebbe essere incisa all’ingresso di ogni redazione: il giornalista non è pagato per compiacere il potere, ma per interrogarlo. Non per confermare la versione ufficiale dei fatti, ma per aprire crepe, chiedere conto, pretendere spiegazioni. Il giornalismo nasce lì, nel punto esatto in cui una domanda rompe la comodità del silenzio.
Per questo il caso di Gabriele Nunziati è più grande della sua vicenda personale. Certo, c’è un giovane cronista, 29 anni, sette già trascorsi nel mestiere, inviato a Bruxelles a seguire le istituzioni europee con un contratto di collaborazione, a partita Iva, dunque in quella zona grigia dove il lavoro è stabile nelle responsabilità ma instabile nei diritti. C’è una testata, l’agenzia Nova, che decide di interrompere il rapporto. C’è una causa al Tribunale del lavoro di Roma. C’è una mobilitazione di sindacati, associazioni, colleghi, realtà impegnate per la libertà di stampa. Ma dietro tutto questo c’è una domanda più profonda: quanto è libera una stampa costruita sulla ricattabilità dei suoi lavoratori?
Il fatto è noto. Durante una conferenza stampa a Bruxelles, Nunziati chiede alla portavoce della Commissione europea Paola Pinho se, così come si afferma che la Russia debba pagare per la ricostruzione dell’Ucraina, anche Israele debba contribuire alla ricostruzione di Gaza, dopo la distruzione di gran parte della Striscia e delle sue infrastrutture civili. Una domanda diretta, certamente scomoda, forse formulata con il linguaggio secco di chi cerca una risposta politica e giuridica davanti a una tragedia immensa. Ma pur sempre una domanda.
Ed è qui che la vicenda diventa inquietante. Perché un giornalista può sbagliare, può formulare male, può ricevere una risposta dura, può essere contestato. Tutto questo appartiene al mestiere. Ma se a una domanda scomoda segue la perdita del lavoro, il problema non è più la singola domanda. Il problema è il clima. È l’effetto disciplinare. È il messaggio mandato agli altri: attenzione, ci sono temi che non si toccano; ci sono poteri che non si disturbano; ci sono parole che possono costare care.
La questione israelo-palestinese, da anni e ancor più dopo la devastazione di Gaza, è diventata uno dei grandi campi minati dell’informazione occidentale. Ogni parola viene pesata, fraintesa, usata, deformata. Ogni domanda può essere letta come schieramento. Ogni sfumatura rischia di essere trasformata in accusa. E tuttavia proprio per questo il giornalismo dovrebbe essere più libero, non meno. Più rigoroso, certo. Più attento, certamente. Ma non più timoroso.
Nunziati racconta che la sua domanda fu inizialmente apprezzata da alcuni colleghi. Poi il video è diventato virale, è circolato sui social, è stato ripreso anche da ambienti e canali con finalità del tutto diverse dalle sue. Ma un giornalista non può essere ritenuto responsabile dell’uso strumentale che altri fanno di una domanda. Se così fosse, nessuno potrebbe più chiedere nulla. Basterebbe che una frase venisse rilanciata da un soggetto sgradito per renderla impubblicabile, impronunciabile, professionalmente pericolosa.
La testata ha sostenuto che quella domanda fosse tecnicamente sbagliata, mostrando, a suo dire, una mancata comprensione delle differenze giuridiche tra Russia e Israele. Ma anche qui si apre un punto delicatissimo. Se una redazione ritiene che un proprio collaboratore abbia posto una domanda imprecisa, può discuterne, correggerla, formarlo, contestarla sul piano professionale. Il confronto editoriale è parte della vita di una redazione. Ma interrompere un rapporto di lavoro dopo una domanda giornalistica appare, almeno sul piano pubblico e simbolico, come un salto di qualità grave. Trasforma una divergenza professionale in una punizione.
E la punizione, in un contesto di precarietà, pesa il doppio.
Il giornalismo italiano è pieno di Gabriele Nunziati. Giovani e meno giovani che lavorano come dipendenti di fatto, ma senza le garanzie dei dipendenti. Inviati, redattori, collaboratori, cronisti, operatori dell’informazione pagati a pezzo, a forfait, con contratti fragili, spesso costretti a vivere in città costose, a coprire eventi importanti, a rappresentare testate autorevoli, ma senza una protezione reale. Sono chiamati “collaboratori”, ma spesso reggono pezzi interi del sistema informativo.
La precarietà non è solo un problema economico. È un problema democratico. Perché un giornalista precario sa che ogni scelta può diventare pericolosa. Sa che una domanda può costare una collaborazione. Sa che un titolo non gradito può chiudere una porta. Sa che un’inchiesta può non essere più commissionata. Sa che non serve nemmeno un licenziamento formale: basta non chiamarti più. Basta smettere di assegnarti pezzi. Basta lasciarti evaporare.
In questo senso, il precariato diventa una forma di censura morbida. Non ha bisogno di divieti espliciti. Non manda la polizia in redazione. Non sequestra giornali. Non chiude trasmissioni. Si limita a rendere tutti più prudenti, più calcolatori, più disposti all’autocensura. È il bavaglio più moderno: non quello imposto dall’esterno, ma quello interiorizzato da chi teme di perdere l’unico reddito.
La battaglia di Nunziati, sostenuta da Fnsi, Stampa Romana, Amnesty International Italia, Articolo 21, Rete No bavaglio, Usigrai e da molti colleghi, ha perciò un valore che supera il perimetro sindacale. È una battaglia per il diritto a non essere ridotti al silenzio dalla fragilità contrattuale. È una battaglia per dire che la libertà di stampa non si misura solo dall’assenza di censura statale, ma anche dalla possibilità concreta dei giornalisti di lavorare senza ricatti.
C’è un punto che andrebbe ricordato con forza: la libertà di stampa non appartiene ai giornalisti. Appartiene ai cittadini. I giornalisti la esercitano, la custodiscono, la servono. Ma quando un cronista ha paura di fare una domanda, è il cittadino che perde il diritto a essere informato. Quando una redazione diventa troppo prudente per convenienza, è la democrazia che si impoverisce. Quando i temi scomodi vengono lasciati ai margini, lo spazio pubblico si riempie di propaganda, non di conoscenza.
Il caso Nunziati interroga anche il rapporto tra giornalismo e potere internazionale. Gaza, Israele, Ucraina, Russia, Unione europea: sono temi enormi, tragici, complessi, nei quali il diritto internazionale, la geopolitica, la sofferenza dei civili e gli interessi diplomatici si intrecciano. Proprio per questo non possono essere lasciati alla comunicazione ufficiale. Se la stampa rinuncia a porre domande difficili nei luoghi del potere, chi lo farà? Se una conferenza stampa diventa una liturgia amministrativa, il giornalismo smette di essere cane da guardia e diventa arredamento istituzionale.
La domanda di Nunziati poteva essere discussa, precisata, contestata. Ma il suo nucleo era giornalisticamente legittimo: chi paga la ricostruzione di un territorio devastato? Chi risponde della distruzione delle infrastrutture civili? Quale coerenza applica l’Europa nel giudicare le responsabilità internazionali? È esattamente il tipo di interrogativo che un cronista accreditato presso le istituzioni europee dovrebbe poter porre.
E invece oggi quel cronista racconta di vivere ancora a Bruxelles, con collaborazioni saltuarie, pagato a pezzo, costretto a inventarsi altri lavori per resistere. È un’immagine amara del nostro mestiere. Da una parte chiediamo ai giovani giornalisti passione, coraggio, competenza, lingue, mobilità internazionale, conoscenza delle istituzioni. Dall’altra li lasciamo soli, pagati poco, sostituibili, esposti, spesso senza tutele. Poi ci stupiamo se molti scelgono la prudenza invece della verità.
La vicenda giudiziaria farà il suo corso. Sarà il tribunale a valutare gli aspetti contrattuali, le responsabilità, le ragioni delle parti. Ma il giudizio civile e professionale è già aperto. E riguarda tutti. Riguarda gli editori, che non possono chiedere qualità senza riconoscere dignità. Riguarda i sindacati, chiamati a difendere non solo i contratti forti ma anche le periferie del lavoro giornalistico. Riguarda le redazioni, spesso troppo silenziose quando a pagare sono i più deboli. Riguarda i colleghi, perché la libertà che non si difende per uno oggi può mancare a molti domani.
Riguarda anche il pubblico. Perché un’informazione libera costa: costa economicamente, professionalmente, moralmente. Costa il coraggio di non accontentarsi dei comunicati. Costa la pazienza di distinguere tra domanda scomoda e propaganda. Costa la maturità di accettare che un giornalista non sia un militante al servizio delle nostre opinioni, ma un lavoratore della verità possibile, sempre parziale, sempre da verificare, ma necessaria.
Il paradosso è che proprio i giornalisti precari, quelli meno protetti, sono spesso mandati nei luoghi dove servirebbe più solidità: frontiere, guerre, istituzioni internazionali, crisi sociali, piazze, periferie. Sono loro a reggere buona parte del racconto del mondo. Ma se il racconto del mondo poggia su lavoratori ricattabili, anche la verità diventa precaria.
Gabriele Nunziati dice di non voler “dargliela vinta”. È una frase semplice, forse persino ostinata, ma contiene una dignità professionale preziosa. Non dargliela vinta significa restare nel mestiere anche quando il mestiere ti respinge. Significa credere che una domanda possa valere più di un contratto. Significa ricordare che il giornalismo, quando è vero, non è una carriera tranquilla, ma un servizio esposto.
Il punto non è trasformare Nunziati in un eroe senza macchia. Il punto è difendere una regola: nessun giornalista dovrebbe perdere il lavoro per aver posto una domanda di interesse pubblico. Nessun collaboratore dovrebbe essere così fragile da poter essere allontanato senza una motivazione chiara e verificabile. Nessuna redazione dovrebbe confondere la cautela diplomatica con il silenzio professionale.
La libertà di stampa non muore sempre con un grande fragore. A volte si consuma in una lettera di rescissione, in un contratto non rinnovato, in un collaboratore lasciato solo, in una domanda che gli altri imparano a non fare più. Per questo la sua difesa comincia spesso da casi apparentemente piccoli. Ma piccoli non sono mai, perché in ogni singola vicenda si decide quale giornalismo vogliamo.
Vogliamo un giornalismo che chieda permesso prima di disturbare? O un giornalismo capace di porre domande anche quando la risposta mette a disagio? Vogliamo redazioni fondate sulla fiducia e sulla responsabilità? O eserciti di collaboratori silenziosi, grati di poter lavorare e quindi sempre un po’ più prudenti del necessario? Vogliamo una stampa libera o una stampa compatibile?
Il caso Nunziati ci obbliga a scegliere. E la scelta non riguarda soltanto un giovane cronista a Bruxelles. Riguarda la qualità della nostra democrazia. Perché quando una domanda diventa motivo di esclusione, non è solo un giornalista a essere messo alla porta. È il diritto dei cittadini a sapere che comincia a restare fuori.
La causa di Gabriele Nunziati contro la sua testata è più di una vertenza individuale: mostra come la precarietà possa diventare un bavaglio silenzioso e come la libertà di stampa si misuri, prima di tutto, dal diritto di un giornalista a fare domande scomode senza perdere il lavoro.
