Alternative di progetto per una critica dell’economia di guerra e del keynesismo militare, e per un’ipotesi di contropotere monetario
Intervista di Alfonso Bruno al prof. Luciano Vasapollo, economista della Sapienza di Roma
C’è un filo che lega la crisi del 1929 e quella che attraversa il nostro presente, le macerie del secondo dopoguerra e i molti fronti di guerra di oggi: è il filo dell’accumulazione capitalistica che, quando non trova più sbocco nella produzione di merci utili, lo cerca nella produzione di armi. Ne abbiamo parlato con Luciano Vasapollo, decano di economia alla Sapienza, da decenni impegnato in un’analisi marxiana della crisi sistemica e dei suoi esiti bellici.
Professore, partiamo dal cuore della sua lettura. Lei sostiene che la crisi che viviamo non sia un incidente di percorso, ma qualcosa di più profondo. Di che crisi parliamo?
Parliamo di una crisi di accumulazione e di sovrapproduzione. È bene chiarirlo subito, perché il linguaggio corrente tende a presentarla come una crisi finanziaria, come se nascesse negli sportelli delle banche o nelle bolle dei mercati. La finanza è un sintomo, non la causa. La causa sta nel cuore produttivo del modo di produzione capitalistico: a un certo punto il capitale accumulato non riesce più a valorizzarsi, cioè non trova investimenti adeguati che gli garantiscano un saggio di profitto soddisfacente. Si produce più di quanto il sistema riesca a realizzare sul mercato, e contemporaneamente si accumula un capitale che non sa più dove andare. È questo lo scarto fondamentale: capitale in eccesso da una parte, capacità produttiva inutilizzata dall’altra.
Lei insiste molto sull’aggettivo «sistemica». Perché questa scelta?
Perché non si tratta della classica crisi ciclica, di quelle che il capitalismo conosce, attraversa e supera per riprendere la sua corsa. La crisi sistemica è di carattere strutturale: la individuiamo già negli anni Settanta, e da allora non è mai stata davvero risolta, ma soltanto spostata, dilazionata, mascherata. La chiamammo sistemica in tempi non sospetti proprio per dire che il problema non è congiunturale: è il modello stesso dello sviluppo quantitativo a essere arrivato al limite. Un modello che ha bisogno di crescere indefinitamente, di consumare risorse e mercati senza fine, e che quando non può più farlo non rallenta dolcemente: implode, e cerca vie d’uscita drammatiche.
Quali vie d’uscita tenta il capitale di fronte a questa impasse?
Sostanzialmente due, spesso intrecciate. La prima è la rivoluzione tecnologica: si scarica sul lavoro vivo l’innovazione, si automatizza, si digitalizza, si comprime il costo del lavoro per recuperare margini di profitto. Ma la tecnologia, da sola, aggrava il problema invece di risolverlo, perché espelle lavoro, riduce il monte salari e dunque la domanda, e accentua la sovrapproduzione. La seconda via, quella decisiva nei momenti acuti, è il ricorso a ciò che noi economisti chiamiamo keynesismo militare ed economia di guerra. È a questa che dovremmo guardare con più attenzione, perché è la più drammatica.
Entriamo allora nel merito del keynesismo militare. Che cosa significa, esattamente?
Significa che lo Stato interviene massicciamente nell’economia, sostiene la domanda e gli investimenti, ma lo fa orientando la spesa pubblica non verso il sociale — la sanità, l’istruzione, il welfare — bensì verso il comparto militare. È la grande lezione storica del Novecento: dalla crisi del 1929 non si uscì con il New Deal, come racconta la vulgata, ma attraverso il keynesismo militare, che raggiunse il suo apice con la seconda guerra mondiale e con la ricostruzione postbellica. Gli Stati Uniti diventarono la locomotiva dello sviluppo capitalistico proprio rafforzando l’apparato industriale-militare, senza subire danni sul proprio territorio, e potendo poi investire nella ricostruzione altrui con la politica degli aiuti, il Piano Marshall. La guerra, e la preparazione alla guerra, divennero il grande volano dell’accumulazione.
È un meccanismo che lei rilegge nel presente.
Esattamente. Per tentare di uscire dalla crisi attuale, di nuovo gli imperi reagiscono con l’economia di guerra: produrre merci che, in questo caso, sono armi. E produrre armi significa distruggere interi popoli. Lo dico con sofferenza, ma bisogna avere il coraggio di nominarlo: in questo sistema c’è capitale in eccesso e, purtroppo, ci sono esseri umani considerati in eccesso. La guerra svolge una doppia funzione: assorbe la sovrapproduzione di capitale incanalandola in commesse militari che lo Stato garantisce, e distrugge fisicamente merci, infrastrutture, territori, aprendo nuovi cicli di ricostruzione e dunque di accumulazione. È una valorizzazione che passa per la morte.
Noi europei sembriamo accorgercene solo ora.
Ce ne accorgiamo solo adesso perché la guerra è tornata sul nostro continente, sul fronte tra Russia e Ucraina. Ma abbiamo a lungo ignorato i tanti fronti aperti: l’Africa, lo Yemen, la Siria, la Libia. La guerra non è un’eccezione che irrompe nella normalità del mercato: è una delle forme strutturali con cui il capitale in crisi prova a sopravvivere. L’escalation militare è il momento più drammatico, e per molti versi conclusivo, della parabola del sistema imperialista nella sua fase unipolare.
Dietro tutto questo lei colloca un soggetto preciso: il complesso militare-industriale.
È l’elemento comune che ritroviamo dietro queste crisi. Il complesso militare-industriale è un’entità economicamente potentissima, con un’influenza enorme sui governi e sulle politiche nazionali. Non è una lobby tra le altre: è un nodo dove si saldano interesse economico, decisione politica e apparato comunicativo. Perché c’è anche una comunicazione deviante che accompagna l’economia di guerra, una narrazione che presenta il riarmo come sicurezza, la spesa militare come difesa, l’inevitabilità del conflitto come destino. Smontare quella narrazione è già un atto di critica dell’economia politica.
C’è poi un piano che lei considera decisivo e che spesso resta in ombra: quello monetario. Perché la moneta è così centrale?
Perché la gerarchia imperialista mondiale è anzitutto una gerarchia monetaria. Dopo Bretton Woods, e soprattutto dopo il 1971, quando gli Stati Uniti ruppero il legame tra il dollaro e l’oro, il sistema monetario internazionale è diventato un sistema standardizzato sul dollaro, una moneta fiduciaria senza più riferimento materiale. Gli Stati Uniti hanno conquistato un privilegio strutturale: sono l’unico Stato che può emettere la valuta di riferimento mondiale, indebitarsi nella propria moneta, scaricare sugli altri i costi del proprio squilibrio. È un signoraggio globale. Chi controlla la moneta di riferimento controlla i saldi internazionali, l’energia, il commercio.
E l’euro, in questo quadro?
L’euro non è un’eccezione virtuosa, è una caratterizzazione imperialista a sua volta. La costruzione del polo europeo è avvenuta sulle necessità competitive della Germania: l’euro è, di fatto, una sorta di «Super-Marco». I tassi di cambio non furono pesati sulla ricchezza reale dei singoli Stati, ma sulle esigenze politico-monetarie tedesche. Ricordiamo che cosa accadde in Italia: nei mesi successivi all’introduzione dell’euro il potere d’acquisto dei salari si dimezzò, perché con un euro si comprava più o meno ciò che prima si comprava con mille lire, e non con le 1.936 lire del cambio ufficiale. La moneta unica ha deindustrializzato le periferie europee rendendole dipendenti dall’export tedesco.
Arriviamo allora al punto più propositivo. Lei parla di «contropotere monetario». Che cosa intende?
Intendo la costruzione, a livello internazionale, di alternative reali al dominio del dollaro e all’asimmetria monetaria attuale. Oggi non esiste ancora un paese o un’area di alleanza la cui moneta possa sostituire il dollaro come valuta di riferimento mondiale. Ma esiste la possibilità concreta di istituire sistemi di pagamento internazionali alternativi, che non passino per il dollaro e per il circuito che gli Stati Uniti controllano. È quanto si muove nel mondo pluripolare che sta emergendo: i processi di dedollarizzazione, le cooperazioni economico-commerciali promosse da soggetti come la Cina e l’area dei BRICS, gli scambi in valute nazionali, l’idea di panieri o di unità di conto che sottraggano sovranità al circuito imperialista. Il contropotere monetario è questo: ricostruire spazi di sovranità economica condivisa.
Lei però è netto su un punto: non si torna alle monete nazionali.
Su questo bisogna essere chiari, per non illudersi. Tornare alle vecchie monete nazionali non significherebbe riconquistare sovranità monetaria: significherebbe ritrovarsi con simboli monetari di territori politicamente ed economicamente frammentati, ancora più dipendenti dall’area di influenza del capitale europeo e internazionale. Le periferie possono riprendere il controllo sulla propria attività produttiva soltanto in modo congiunto, attraverso un processo di rottura con il modello delle finanze private e con lo spazio monetario asimmetrico di oggi. La sovranità, oggi, o è solidale e cooperativa, o non è.
E allora veniamo al titolo stesso di questa nostra conversazione: quali sono le «alternative di progetto»? Esiste una soluzione economica alla crisi sistemica?
No, ed è bene dirlo senza infingimenti: non esistono soluzioni di carattere puramente economico alla crisi sistemica. Non si aggiusta il sistema con qualche correttivo tecnico, perché la crisi è del modello, non della sua amministrazione. Le alternative di progetto sono perciò alternative di sistema. Significa rimettere al centro il valore d’uso e i bisogni reali contro lo sviluppo quantitativo fine a se stesso; significa una pianificazione democratica della produzione orientata al sociale e non al profitto; significa un blocco sociale del lavoro e dei popoli che costruisca cooperazione internazionale, integrazione tra i paesi del Sud globale, contropotere monetario. È un progetto di transizione, non una ricetta. Ma la direzione è quella: spezzare il legame tra accumulazione e guerra.
Un compito enorme. Qual è, in tutto questo, il ruolo di chi fa cultura e informazione?
È un ruolo decisivo, perché la prima battaglia è quella delle parole. Contro la comunicazione deviante che normalizza il riarmo serve un’informazione che torni a nominare le cose: chiamare guerra la guerra, chiamare profitto il profitto sulle armi, chiamare crisi sistemica ciò che ci raccontano come emergenza passeggera. Per questo credo profondamente in un giornalismo di pace, in una cultura per l’alternativa che non si rassegni all’inevitabilità del conflitto. Gli intellettuali, i ricercatori, i giornalisti hanno il dovere di restituire alle persone gli strumenti per capire — la cassetta degli attrezzi, direbbe Marx. Perché solo chi comprende il meccanismo può immaginare di spezzarlo.
Luciano Vasapollo è stato professore ordinario di economia alla Sapienza Università di Roma, dirigendo percorsi di studio di economia antropologica e sui processi di decolonizzazione. Studioso della crisi sistemica del capitale, è autore di numerosi volumi sull’economia di guerra, sul ruolo della moneta nella gerarchia imperialista e sul mondo pluripolare.
