Prima un’operazione militare in territorio sovrano per catturare Nicolás Maduro e trasferirlo negli Stati Uniti; sette mesi dopo Washington annuncia il controllo maggioritario su una quantità di petrolio venezuelano superiore alle proprie riserve, mentre Trump promette benzina meno cara agli americani alla vigilia delle midterm. Maduro non era un campione di democrazia. Ma proprio per questo la sua rimozione avrebbe dovuto restituire sovranità ai venezuelani, non trasformare il loro sottosuolo nel dividendo geopolitico del vincitore.

C’è qualcosa di osceno, prima ancora che politicamente discutibile, nella sequenza venezuelana. Il 3 gennaio gli Stati Uniti entrano militarmente in Venezuela, catturano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores e li trasferiscono a New York per processarli. Si può pensare tutto il male possibile di Maduro, contestarne la legittimità elettorale, ricordare repressione, prigionieri politici, collasso economico ed esodo di milioni di venezuelani. Nulla di questo, però, cancella la domanda che dovrebbe inquietare qualsiasi democratico: da quando una grande potenza può entrare militarmente in uno Stato sovrano, prelevarne il capo politico e portarselo davanti ai propri giudici? Non è una domanda da chavisti. È una domanda da persone che credono ancora che il diritto internazionale debba valere anche quando l’imputato ci è antipatico. Reuters ha ricordato che numerosi giuristi hanno giudicato l’operazione difficilmente conciliabile con il divieto dell’uso della forza previsto dalla Carta delle Nazioni Unite; lo stesso Segretario generale dell’ONU si è detto profondamente preoccupato perché, nell’azione del 3 gennaio, le regole del diritto internazionale non sarebbero state rispettate.

Sette mesi dopo arriva il petrolio. E improvvisamente quella che Washington aveva presentato come un’operazione contro narcotraffico, autoritarismo e criminalità assume un retroterra molto meno epico. Trump annuncia «il più grande accordo petrolifero della storia mondiale»: oltre 65 miliardi di barili di riserve venezuelane sottoposti a un meccanismo che assicura agli Stati Uniti una posizione maggioritaria, con accesso privilegiato al greggio, diciassette campi petroliferi interessati e il petrolio destinato anche alla ricostituzione delle riserve strategiche americane. Delcy Rodríguez sostiene che la proprietà delle risorse rimarrà venezuelana e promette 209 miliardi di dollari di entrate allo Stato; Reuters e AP sottolineano però che restano aperte questioni costituzionali, finanziarie e operative tutt’altro che marginali.

Ed ecco la meravigliosa metamorfosi semantica dell’imperialismo moderno: non si conquista più, si crea una partnership; non si prende il petrolio, si «garantisce l’accesso»; non si impone la propria supremazia, si porta «prosperità». Il vecchio colonialismo almeno aveva il cattivo gusto di piantare una bandiera. Quello nuovo preferisce una joint venture.

Il paradosso diventa ancora più feroce perché Trump stesso ha indicato agli americani il dividendo politico dell’operazione: più petrolio, più riserve, benzina meno cara. E qui arriviamo alle midterm. Non esiste, allo stato delle informazioni pubbliche, una prova che Maduro sia stato catturato per vincere le elezioni di novembre; affermarlo come fatto sarebbe propaganda speculare a quella che si vuole denunciare. Esiste però qualcosa di politicamente molto concreto: Reuters riferisce che l’amministrazione ha interesse ad accelerare l’accordo proprio mentre i prezzi della benzina pesano sugli elettori e si avvicinano le elezioni di metà mandato. Gli Stati Uniti stanno contemporaneamente cercando altre strade per abbassare il costo dei carburanti, mentre il malcontento per la benzina sopra i quattro dollari rappresenta un problema elettorale per i repubblicani.

La tentazione di leggere l’intera operazione come una colossale campagna elettorale alimentata a greggio nasce dunque da una concatenazione che Trump stesso rende politicamente esplosiva: intervento militare, cambio al vertice venezuelano, accordo sulle risorse e promessa di benzina meno cara agli americani. È precisamente ciò che una superpotenza democratica avrebbe dovuto evitare di far pensare.

Perché il problema non è difendere Maduro. Il problema è quello che viene dopo Maduro. Se un dittatore può essere deposto militarmente da una potenza straniera e le risorse del suo Paese possono poi entrare in un accordo che assegna alla stessa potenza un controllo privilegiato, quale principio stiamo consegnando domani alla Russia per l’Ucraina o alla Cina per qualsiasi area che ritenga vitale per i propri interessi? Non si può invocare la sovranità territoriale a Kiev e considerarla una fastidiosa formalità a Caracas. La Carta dell’ONU non contiene un articolo segreto secondo il quale il principio di non aggressione vale soltanto per i Paesi governati bene.

Ed è questo che rende il caso venezuelano più grave delle molte ipocrisie della politica estera americana. Washington aveva un argomento fortissimo contro Maduro: la democrazia venezuelana violentata, i diritti umani calpestati, la popolazione impoverita mentre un’élite disponeva delle ricchezze nazionali. Sarebbe stato possibile costruire su questo una politica di pressione, isolamento, negoziato e transizione costituzionale. Invece l’immagine che rimane è quella terribilmente antica della cannoniera che arriva prima del petroliere.

La stessa Delcy Rodríguez che apparteneva al sistema madurista è oggi l’interlocutrice con cui Washington firma l’accordo. Ed è forse questo il dettaglio che strappa definitivamente il velo alla retorica: se l’obiettivo principale fosse stato purificare il Venezuela dall’autoritarismo, sarebbe difficile spiegare perché una parte consistente dello stesso apparato sia diventata abbastanza presentabile non appena ha aperto i pozzi alle nuove condizioni. Dopo la cattura di Maduro, Reuters segnalava già che Washington considerava Rodríguez una figura capace di garantire stabilità; ora è lei a presentare l’intesa energetica come motore della rinascita nazionale.

Ci saranno certamente benefici possibili anche per il Venezuela: investimenti, infrastrutture da ricostruire, tecnologia, aumento della produzione, posti di lavoro, entrate fiscali. Negarlo sarebbe ideologico quanto santificare l’accordo. Il punto è un altro: una ricostruzione economica autenticamente venezuelana avrebbe bisogno prima di tutto di istituzioni legittimate dai venezuelani, trasparenza contrattuale e controllo democratico sulle risorse nazionali. Altrimenti la prosperità rischia di diventare la foglia di fico con cui si ricopre il rapporto di forza.

Trump lo chiama il più grande affare petrolifero della storia. Può darsi che lo sia.

Ma proprio qui sta la domanda che resterà quando saranno spariti i comunicati trionfali e saranno passate le midterm: se l’operazione di gennaio serviva davvero a liberare il Venezuela, perché il trofeo più visibile della liberazione sembra essere finito nei serbatoi degli Stati Uniti?

Catenaccio

Maduro non merita assoluzioni postume e il Venezuela aveva bisogno di uscire dall’autoritarismo. Ma la democrazia non si esporta con un commando per poi contabilizzarne il rendimento in miliardi di barili. La cattura di un presidente sul territorio di uno Stato sovrano ha creato un precedente che l’ONU stessa ha giudicato pericoloso; il successivo controllo americano su una parte gigantesca delle risorse venezuelane rende inevitabile il sospetto che dietro la grammatica della libertà sia tornata la vecchia sintassi della potenza. E quando il Presidente degli Stati Uniti conclude promettendo benzina meno cara ai propri elettori, a pochi mesi dalle midterm, la fotografia diventa persino troppo nitida.