Difendere Report dalla normalizzazione politica non significa considerare intoccabile il suo conduttore. Il servizio pubblico deve proteggere il giornalismo d’inchiesta, ma anche quella credibilità che nasce dalla prudenza, dalla misura e dalla distanza dal potere. Alla fine resta una domanda scomoda: dopo il caso Lavitola, era davvero opportuno che Sigfrido Ranucci rimanesse alla guida?
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui l’Italia affronta le crisi della propria informazione. Prima costruisce i paladini, poi prepara i roghi. Trasforma i giornalisti in simboli, li arruola dentro gli schieramenti e, quando qualcosa si incrina, pretende che la discussione diventi immediatamente un referendum: con Ranucci o contro Ranucci, con Report o contro Report, con il governo o contro il governo.
È precisamente il modo peggiore di affrontare il caso esploso attorno a Sigfrido Ranucci.
La Rai ha deciso che dalla prossima stagione Report sarà condotto da Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, offrendo a Ranucci altre collocazioni professionali, tra cui Tg3, RaiNews o un ufficio di corrispondenza. La decisione arriva dopo le verifiche del Comitato etico e dopo settimane di violentissima polemica politica seguite all’emersione dei rapporti tra il giornalista e Valter Lavitola.
Bisogna dirlo subito, prima che l’ideologia deformi i fatti: Ranucci, allo stato delle indagini, è la vittima dell’attentato del 16 ottobre 2025 e gli inquirenti non lo considerano partecipe della sua organizzazione. L’ordinanza ha ricostruito un progetto di Lavitola che avrebbe dovuto accrescere la popolarità del giornalista e favorirne una possibile futura discesa in politica, ma lo stesso impianto investigativo colloca la preparazione dell’attentato all’insaputa di Ranucci.
Questo punto non è negoziabile. Una democrazia seria non può trasformare una frequentazione discutibile in una responsabilità penale per contaminazione. E un cattolico dovrebbe conoscerlo ancora meglio: la persona non coincide con il sospetto che la circonda.
Ma proprio qui comincia la parte più difficile.
Perché l’innocenza rispetto a un reato non esaurisce il giudizio sull’opportunità di continuare a occupare un incarico di eccezionale responsabilità nel servizio pubblico.
Il problema del caso Ranucci non è soltanto Lavitola. È ciò che quella relazione ha rivelato sulla permeabilità del confine tra il giornalista, la fonte, l’amico, il faccendiere e persino l’ipotesi di una futura avventura politica.
Dalle carte dell’inchiesta emerge che Lavitola coltivava da tempo il progetto di spingere Ranucci verso la politica, arrivando a prospettargli la possibilità di diventare presidente del Consiglio. È emersa anche la vicenda di un sondaggio commissionato nell’ambito di questa prospettiva politica. Tutto ciò, va ripetuto, non significa che Ranucci condividesse il disegno criminoso di Lavitola. Ma significa che la relazione tra i due aveva raggiunto un grado di prossimità che legittimamente pone interrogativi professionali.
Un giornalista d’inchiesta deve frequentare mondi che un parroco probabilmente consiglierebbe di evitare. Deve parlare con faccendieri, delinquenti, pentiti, corrotti, trafficanti, uomini dei servizi, politici e mediatori. Ranucci ha rivendicato questa logica dicendo, in sostanza, che per ottenere informazioni sarebbe disposto perfino a sedersi a tavola con Totò Riina.
Il principio professionale si comprende. La formulazione molto meno.
Perché esiste una differenza tra avvicinarsi al male per conoscerlo e perdere la percezione della distanza che occorre mantenere da esso.
La tradizione cattolica sulla comunicazione è sorprendentemente esigente proprio su questo terreno. Inter mirifica difende il diritto all’informazione, ma ricorda che esso deve essere esercitato nella verità, nella giustizia, nella carità e nel rispetto della dignità delle persone. Il Catechismo aggiunge che l’informazione è ordinata al bene comune e richiede insieme verità, libertà, giustizia e solidarietà.
Quattro parole che impediscono due opposti abusi.
La libertà senza verità diventa arbitrio. Ma la verità senza libertà diventa propaganda.
Per questo sarebbe gravissimo se la sostituzione di Ranucci fosse semplicemente il risultato di una vendetta politica contro una trasmissione scomoda. Le pressioni pubbliche esercitate da esponenti della maggioranza, le accuse rivolte da tempo a Report e il problema strutturale della dipendenza della Rai dalla politica rendono inevitabile il sospetto. Non aiuta il fatto che appena poche settimane fa la Commissione europea avesse nuovamente segnalato criticità sull’indipendenza del servizio pubblico italiano.
Papa Leone XIV, il 3 maggio scorso, ha ricordato che la libertà di stampa è un diritto ancora troppo spesso violato, talvolta apertamente e talvolta in forme più nascoste.
Quel «nascoste» dovrebbe inquietare chiunque ami la democrazia.
Una televisione pubblica nella quale il governo di turno possa decidere quali giornalisti siano compatibili e quali no cesserebbe lentamente di essere servizio pubblico per diventare servizio del potere.
Ma proprio perché Report deve essere difeso dalla politica, bisogna evitare l’errore opposto: identificare la libertà di Report con l’intangibilità di Sigfrido Ranucci.
Nessun giornalista è un’istituzione costituzionale. Nessun conduttore coincide con la libertà di stampa. Nessuna battaglia giusta rende infallibile chi la conduce. È forse questo il punto sul quale le ultime dichiarazioni di Ranucci hanno indebolito, anziché rafforzare, la sua posizione.
Richiamare Moro, Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino parlando degli uomini che vengono eliminati perché vedono prima degli altri ciò che accade significa entrare in un territorio simbolico nel quale la misura dovrebbe essere estrema. Ranucci è stato realmente vittima di un attentato ed è dunque comprensibile che viva questa vicenda con una sensibilità che chi osserva dall’esterno non può pienamente misurare. Ma proprio per questo sarebbe stata necessaria una parola più sobria.
Ancora meno felice appare oggi l’attacco ai colleghi scelti per sostituirlo. Presutti e Piervincenzi possono essere ritenuti inadatti, si può contestare la procedura della Rai, si può sospettare una strategia di normalizzazione. Ma delegittimare preventivamente due giornalisti che non sono responsabili delle decisioni dei vertici significa spostare una battaglia istituzionale sulle persone. Ranucci ha definito la scelta uno «schiaffo alla meritocrazia» e ha sostenuto che i nuovi nomi mortificano le professionalità cresciute dentro Report.
Qui la domanda diventa anche morale. La libertà che chiediamo per noi siamo disposti a riconoscerla agli altri? La dignità professionale che difendiamo per noi vale anche per il collega chiamato a sostituirci?
Il cristianesimo introduce nella vita pubblica una virtù oggi quasi scomparsa: l’umiltà. Non quella servile di chi tace davanti all’ingiustizia, ma quella più difficile di chi sa che persino una grande opera può continuare senza di lui.
Report non appartiene a Ranucci. E non appartiene neppure al governo. Appartiene, nella misura in cui è servizio pubblico, ai cittadini.
Qui sta forse la via d’uscita dal falso dilemma di questi giorni. Difendere Ranucci come persona e come giornalista dalle campagne di delegittimazione non impone di ritenerlo eternamente insostituibile. Contestare l’ingerenza politica sulla Rai non impone di negare che il caso Lavitola abbia prodotto un problema oggettivo di credibilità. E riconoscere questo problema non significa assolvere chi eventualmente volesse approfittarne per addomesticare Report.
Si possono tenere insieme tutte queste verità. Anzi, bisogna farlo.
E dunque: Ranucci doveva rimanere?
Alla fine, dopo aver tolto dal tavolo le passioni politiche, la risposta che mi sembra più ragionevole è: probabilmente no, non era più opportuno che Sigfrido Ranucci continuasse a condurre Report come se nulla fosse accaduto.
Non perché colpevole dell’attentato: non lo è, allo stato dei fatti conosciuti.
Non perché un giornalista non possa avere fonti discutibili: sarebbe assurdo pretenderlo da chi fa inchiesta.
E neppure perché lo chiedeva una parte politica: se fosse questa la ragione, la sua rimozione sarebbe gravissima.
Il passo indietro appariva però opportuno perché il rapporto con Lavitola, le conversazioni sul possibile futuro politico, la commistione tra fonte e amicizia, e soprattutto la gestione pubblica successiva della crisi avevano ormai prodotto una frattura nella percezione di terzietà indispensabile per chi guida il principale programma d’inchiesta della televisione pubblica.
In circostanze simili, rinunciare temporaneamente alla conduzione non sarebbe stata una confessione.
Avrebbe potuto essere un gesto di forza.
«Mi faccio da parte perché Report vale più di me»: questa sarebbe stata forse la risposta più difficile da attaccare e, paradossalmente, la più autorevole.
La Rai, però, ha ora una responsabilità ancora maggiore. Deve dimostrare con i fatti che ha cambiato un conduttore e non l’anima del programma. Se Presutti e Piervincenzi potranno indagare il governo Meloni, l’opposizione, i grandi gruppi economici, la stessa Rai e chiunque altro con la medesima libertà concessa alla redazione precedente, allora potremo parlare di un ricambio discutibile ma legittimo. Se invece cominceranno i servizi cancellati, le fonti scoraggiate e le inchieste addomesticate, allora capiremo che Ranucci aveva ragione almeno su una cosa: non stavano sostituendo un uomo, stavano normalizzando una voce.
È questo che un cattolico dovrebbe chiedere. Non un Ranucci intoccabile. Non una Rai obbediente.
Ma un’informazione libera abbastanza da disturbare il potere e umile abbastanza da ricordarsi che anch’essa è chiamata a rispondere alla verità.
La libertà di stampa è troppo importante per essere consegnata al governo, ma è anche troppo importante per essere identificata con un solo giornalista. Ranucci meritava tutela, rispetto e nessuna criminalizzazione. Dopo il caso Lavitola, tuttavia, un passo indietro dalla conduzione sarebbe stato probabilmente opportuno. Ora spetta alla Rai dimostrare che ad andarsene è stato un conduttore, non la libertà di Report.
