Il partito del generale supera Forza Italia e diventa, secondo l’ultimo sondaggio BiDiMedia, la quarta forza politica. L’esposto sulla legge Scelba apre una questione seria, ma la politica farebbe un errore se pensasse di risolvere il fenomeno Vannacci nelle aule giudiziarie. Prima ancora bisogna capire perché una parte dell’Italia lo sta scegliendo.

Futuro Nazionale arriva all’8 per cento. La Lega scende sotto il 5, Forza Italia viene superata, Fratelli d’Italia arretra. È soltanto un sondaggio e i sondaggi, soprattutto quando riguardano una formazione politica ancora giovane e fortemente personalizzata, meritano prudenza. Ma sarebbe altrettanto imprudente fingere di non vedere la tendenza: Roberto Vannacci sta occupando uno spazio politico che esisteva prima di lui e che probabilmente continuerà a esistere anche se il suo nome, un giorno, dovesse scomparire dalle schede elettorali.

È questo il punto sul quale la politica italiana dovrebbe interrogarsi.

Nelle stesse ore in cui il generale registra il suo risultato migliore, alla Procura di Roma arriva un esposto che chiede di verificare se Futuro Nazionale riproponga il «nucleo dottrinale antidemocratico e il metodo di lotta» propri del fascismo. Nel mirino vengono indicati il progetto della remigrazione, alcune proposte sulla presenza dei militari nella società, la rappresentazione degli avversari politici come nemici e persino alcune immagini prodotte con l’intelligenza artificiale. Saranno i magistrati, e non gli editorialisti né gli avversari politici, a stabilire se esistano condotte penalmente rilevanti.

Ma proprio qui comincia il problema politico.

Perché se l’unica risposta a Vannacci diventa la parola “fascismo”, il rischio è di regalargli esattamente la parte che preferisce interpretare: quella dell’uomo perseguitato dal sistema, assediato dalle élite e censurato perché avrebbe avuto il coraggio di dire ciò che gli altri non osano più dire.

È un copione antico. E funziona.

La democrazia deve certamente difendere se stessa. Non è obbligata a essere ingenua nei confronti di chi ne utilizza gli strumenti per svuotarne i principi. La Costituzione italiana conosce bene il proprio passato e proprio per questo possiede anticorpi precisi. Ma un conto è accertare eventuali violazioni della legge; altro è convincersi che un problema politico possa essere eliminato attraverso una denuncia.

L’8 per cento di Futuro Nazionale non è comparso dentro un fascicolo giudiziario. È comparso nelle intenzioni di voto degli italiani.

Ed è lì che bisogna guardare.

C’è un pezzo di Paese che percepisce insicurezza, impoverimento, perdita di controllo, fragilità delle periferie, immigrazione governata male, salari insufficienti, servizi pubblici sempre più deboli. Non significa che quella percezione corrisponda sempre alla realtà nelle forme raccontate dalla propaganda. Significa però che quella paura è politicamente reale. E quando la politica democratica non riesce a darle un linguaggio razionale, arriva qualcuno disposto a offrirle un nemico.

Lo straniero. L’immigrato. L’Europa. Le élite. La stampa. La sinistra. Il diverso.

È il passaggio più pericoloso di ogni populismo identitario: trasformare problemi complessi in persone contro cui indirizzare la rabbia.

Per questo appare perfino marginale la polemica scoppiata tra Giorgia Meloni e Stefano Bonaccini sul livello di istruzione degli elettori della destra. Bonaccini ha spiegato di essersi riferito a dati sociologici: nelle democrazie occidentali una quota importante del voto populista e della destra radicale proviene dalle fasce economicamente più fragili, dalle aree interne e da cittadini con livelli medi di istruzione inferiori. Meloni ha trasformato quell’analisi nell’accusa secondo cui la sinistra considererebbe ignoranti gli elettori della destra. Lo stesso Bonaccini ha poi precisato che il suo ragionamento era esattamente opposto: chiedeva alla sinistra di tornare a rappresentare quei ceti popolari.

E qui Bonaccini tocca, forse involontariamente, il cuore del problema.

Non bisogna spiegare agli elettori di Vannacci quanto siano sbagliati. Bisogna domandarsi perché Vannacci riesca a parlare loro meglio degli altri.

Per anni una parte consistente della politica progressista europea ha avuto un rapporto difficile con le paure popolari. Troppo spesso le ha giudicate prima di ascoltarle. Ma anche una parte della destra ha fatto qualcosa di altrettanto irresponsabile: invece di governare quelle paure, le ha coltivate, perché elettoralmente redditizie.

Vannacci compie un passo ulteriore. Le organizza dentro una visione del mondo.

Ed è qui che anche un cattolico deve essere particolarmente attento.

Nell’esposto contro Futuro Nazionale vengono citati, tra gli elementi problematici, anche alcuni principi definiti dal movimento “non negoziabili”: la famiglia naturale, l’identità cristiana, la tutela della vita dal concepimento alla morte naturale. Su questo punto occorre evitare una confusione gravissima. La difesa della vita nascente, della famiglia fondata sul matrimonio o delle radici cristiane dell’Europa non costituisce in sé alcuna forma di fascismo. Sono posizioni presenti da decenni nel pensiero cattolico e nel dibattito democratico europeo. Trasformarle automaticamente in indizi di autoritarismo sarebbe culturalmente insostenibile prima ancora che politicamente sbagliato.

Il problema è un altro.

La fede cristiana diventa irriconoscibile quando viene ridotta a documento d’identità.

Il cristianesimo non è una frontiera etnica. Non è un certificato di appartenenza nazionale. Non è il filo spinato spirituale con il quale separare chi sarebbe “dei nostri” da chi dovrebbe tornare “a casa sua”.

Il forestiero, nel Vangelo, non è anzitutto una minaccia statistica. È un uomo.

Questo non significa che uno Stato non abbia il diritto e il dovere di governare i propri confini. La stessa dottrina sociale della Chiesa riconosce tanto il diritto delle persone a migrare quanto quello delle comunità politiche a regolare i flussi migratori secondo il bene comune. Ma tra governare l’immigrazione e trasformare la “remigrazione” in un progetto identitario esiste una distanza enorme.

La politica cristianamente ispirata conosce le frontiere. Ma non costruisce la propria identità sull’espulsione dell’altro.

Ed è forse proprio qui che la crescita di Futuro Nazionale interpella anche il centrodestra italiano. Vannacci sottrae voti soprattutto dentro quella casa. Il suo 8 per cento cresce mentre Fratelli d’Italia arretra al 25,4, la Lega scende al 4,8 e Forza Italia viene fermata al 7,3. È un travaso interno prima ancora che una conquista esterna.

Significa che una parte dell’elettorato della destra non considera più sufficiente la destra di governo e cerca qualcosa di più netto, più identitario, più radicale.

Meloni dovrebbe interrogarsi su questo prima ancora del Partito democratico.

Perché inseguire Vannacci sul suo terreno potrebbe essere la tentazione più facile e insieme la più pericolosa. Nella storia politica quasi sempre l’originale batte la copia.

E anche la sinistra dovrebbe evitare la propria tentazione speculare: considerare quel voto una patologia culturale da correggere. Se milioni di cittadini cercano risposte radicali, significa che da qualche parte la politica ordinaria ha smesso di essere credibile.

La risposta democratica a Vannacci, dunque, non può essere né il disprezzo né l’imitazione.

Bisogna tornare nei luoghi nei quali la paura diventa consenso: periferie, province, famiglie impoverite, piccoli commercianti, lavoratori precari, giovani che non riescono a costruirsi un futuro, cittadini esasperati da un’immigrazione sulla quale per troppo tempo destra e sinistra hanno preferito produrre slogan anziché politiche.

La democrazia si difende anche così.

Non soltanto applicando, quando necessario, la legge Scelba. Ma facendo in modo che nessun cittadino abbia bisogno di cercare nell’uomo forte la risposta alla propria debolezza.

L’8 per cento di Futuro Nazionale è un campanello d’allarme che riguarda tutti. Ridurre Vannacci alla parola “fascismo” può essere persino consolatorio, perché evita la domanda più scomoda: che cosa sta accadendo nell’Italia che lo vota? La democrazia deve vigilare sulle derive autoritarie, ma deve soprattutto tornare a dare risposte alle paure dalle quali quelle derive ricevono alimento. E i cattolici hanno una responsabilità particolare: impedire che parole come vita, famiglia e cristianesimo vengano confuse con l’esclusione dell’altro. Perché il Vangelo può illuminare una nazione; non può diventare il muro con cui una nazione decide chi è degno di appartenerle.