Sergey Markov parla di guerra «inevitabile» tra Russia ed Europa. La sua è propaganda, ma sarebbe un errore considerarla soltanto propaganda: descrive il modo in cui una parte dell’apparato russo interpreta ormai il confronto con la NATO, dentro una zona grigia fatta di droni, sabotaggi, sanzioni, guerra informatica, attacchi alle infrastrutture e progressiva erosione delle vecchie linee rosse.
Sergey Markov non è un osservatore neutrale. È un falco dell’universo politico russo, per anni vicino al Cremlino, e quando sostiene che «se va avanti così una guerra tra noi e voi è inevitabile» sta costruendo anche una narrazione utile a Mosca: la Russia non attaccherebbe l’Europa, sarebbe «costretta a rispondere» a un’aggressione occidentale già in corso. È il classico dispositivo politico della guerra preventiva: presentare ogni futura escalation come una conseguenza inevitabile delle mosse altrui.
La ricostruzione è però incompleta, perché il dato originario resta l’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022. Senza questo fatto non si comprendono né le sanzioni europee né il sostegno militare occidentale a Kiev. Ma liquidare Markov come semplice propagandista sarebbe altrettanto superficiale, perché nelle sue parole emerge una trasformazione strategica reale: Russia e NATO non sono formalmente in guerra, ma non vivono più neppure in una condizione autentica di pace.
Il confronto si svolge ormai sotto la soglia dell’articolo 5: cyberattacchi, sabotaggi, guerra elettronica, droni, operazioni clandestine, pressione sulle rotte energetiche, sanzioni contro la flotta ombra russa, intelligence occidentale sul campo ucraino, produzione industriale di armamenti e progressiva integrazione delle capacità militari di Kiev con quelle europee. È la tipica “zona grigia” nella quale il problema non consiste tanto nell’intenzione deliberata di scatenare una guerra generale, quanto nella possibilità che una sequenza di azioni e reazioni produca un’escalation non più controllabile.
Markov parla della strategia dei «mille passi»: l’Occidente, secondo Mosca, non supererebbe frontalmente una linea rossa russa, ma la consumerebbe gradualmente. È una lettura interessata, ma il meccanismo dell’escalation incrementale esiste realmente. Prima si discuteva se fornire armi all’Ucraina, poi quali armi, poi con quale gittata, poi se potessero colpire territorio russo; parallelamente Mosca ha ampliato la mobilitazione, trasformato l’economia, moltiplicato gli attacchi contro infrastrutture ucraine e reso sempre più esplicita l’ipotesi di colpire interessi occidentali.
Il passaggio più pericoloso dell’intervista è perciò l’espressione «Putin sarà costretto a rispondere». Nelle crisi strategiche, il momento realmente critico arriva quando ciascuna parte comincia a rappresentare le proprie mosse non come scelte, ma come obblighi imposti dall’avversario. È il meccanismo che trasforma la deterrenza in automatismo: se ogni azione richiede necessariamente una controazione, lo spazio politico si restringe fino a scomparire.
Anche l’ipotesi evocata da Markov di un blocco degli stretti baltici deve essere letta in questa chiave. Un’operazione russa diretta contro navigazione o infrastrutture di Paesi NATO nel Baltico avrebbe conseguenze enormemente superiori a quelle della guerra ucraina, perché Finlandia, Svezia, Polonia, Germania e Stati baltici appartengono all’Alleanza. A quel punto la questione non sarebbe più aiutare Kiev, ma decidere se e come applicare la difesa collettiva.
Per questo acquistano valore strategico anche le iniziative apparentemente marginali dei governi europei che preparano la popolazione a blackout, cyberattacchi e interruzioni delle comunicazioni. Non significa che Londra o Berlino prevedano domani carri armati russi nelle loro città; significa che la pianificazione militare occidentale considera ormai plausibile un conflitto nel quale reti elettriche, satelliti, porti, aeroporti, cavi sottomarini e sistemi informatici sarebbero bersagli fin dalle prime ore.
C’è tuttavia un dato che impedisce di parlare di guerra inevitabile: mentre i falchi alzano il livello verbale, americani e russi continuano a parlarsi. La recente visita del direttore della CIA a Mosca dimostra che entrambe le potenze comprendono quanto sia pericoloso interrompere i canali di comunicazione. Durante la Guerra fredda, Washington e Mosca mantennero il dialogo proprio nei momenti in cui la capacità di distruzione reciproca era massima.
L’Europa dovrebbe recuperare questa stessa lucidità strategica. Deterrenza e diplomazia non sono alternative. Una deterrenza credibile serve a impedire alla Russia di considerare conveniente un’aggressione contro la NATO; una diplomazia credibile serve a evitare che un incidente, un drone fuori rotta, un sabotaggio attribuito frettolosamente o un attacco contro una nave trasformino una guerra periferica in confronto diretto tra potenze nucleari.
Markov probabilmente esagera quando annuncia l’inevitabilità dello scontro, ma coglie un rischio reale: stiamo progressivamente abituandoci all’idea che Russia ed Europa siano destinate a essere nemiche per una generazione. Ed è proprio questa normalizzazione psicologica della guerra il segnale più grave. Le guerre più pericolose non cominciano quando qualcuno le desidera apertamente, ma quando tutti finiscono per convincersi che non esista più un’alternativa.
La Russia resta responsabile dell’invasione dell’Ucraina e l’Europa deve possedere una deterrenza militare credibile. Ma la sicurezza europea non può essere costruita sull’automatismo dell’escalation. Quando Mosca sostiene di essere «costretta a reagire» e l’Occidente considera ogni nuovo passo militare una conseguenza inevitabile del precedente, il margine politico si riduce pericolosamente. Il compito della strategia non è preparare la guerra come destino, ma rendere il costo dell’aggressione insostenibile lasciando sempre aperto il canale attraverso il quale evitare lo scontro diretto.
