Ana Mladić si tolse la vita a ventitré anni con una pistola particolarmente cara al padre. Il generale non accettò mai davvero l’ipotesi del suicidio e parlò di complotti e nemici. Un anno dopo, entrando a Srebrenica, evocava la «vendetta» contro i musulmani. Sarebbe semplicistico dire che quel lutto generò il genocidio; ma la storia della figlia prediletta spalanca una domanda più inquietante: come può un uomo conoscere così profondamente l’amore di un padre e diventare incapace di riconoscere i figli degli altri?
C’è una tomba a Belgrado che forse racconta Ratko Mladić più di molte fotografie della guerra: è quella di Ana, la figlia prediletta. Il generale aveva espresso il desiderio di essere sepolto accanto a lei, quasi che alla fine della propria vita volesse ritornare nel solo luogo davanti al quale la divisa, il grado, il nazionalismo e perfino l’immagine costruita di sé non fossero più sufficienti. Dopo la morte di Mladić nel carcere dell’Aia, mentre scontava la condanna definitiva all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, in Serbia si è subito aperta la discussione sul ritorno della salma e sugli onori pubblici. Il ministro della Giustizia Nenad Vujić ha parlato di tutti gli onori militari e di Stato «che gli spettano»; il presidente Aleksandar Vučić ha adottato una formula più prudente, assicurando alla famiglia una sepoltura dignitosa qualora decidesse di riportarlo in patria.
Ma proprio quella parola, «onori», obbliga a riaprire una storia molto più intima e molto meno conosciuta del generale di Srebrenica: la storia di un padre e di una figlia.
Ana Mladić aveva ventitré anni, studiava medicina ed era profondamente legata al padre. Nel marzo del 1994 venne trovata morta nella casa di famiglia. Si era sparata con una pistola particolarmente cara a Ratko, un’arma alla quale il generale attribuiva un forte valore simbolico. Non lasciò una lettera capace di spiegare con certezza le ragioni del gesto e, proprio per questo, intorno alla sua morte si sono accumulate negli anni ipotesi, testimonianze, interpretazioni e racconti letterari.
La scrittrice spagnola Clara Usón ha dedicato alla vicenda il romanzo La figlia, costruendo dopo anni di ricerche l’ipotesi che nella giovane fosse maturata una lacerazione tra l’immagine privata del padre e ciò che cominciava a emergere dalla guerra. Secondo questa ricostruzione, durante un viaggio a Mosca Ana avrebbe ascoltato racconti sulle violenze commesse in Bosnia e avrebbe cominciato a interrogarsi sull’uomo che fino ad allora aveva considerato un eroe. È una suggestione letteraria potente, ma deve restare tale: non sappiamo perché Ana si sia uccisa, non sappiamo se avesse scoperto particolari crimini, né possiamo attribuirle retroattivamente un giudizio che lei non lasciò scritto.
C’è tuttavia un fatto psicologicamente significativo, pur senza pretendere di trasformarlo in diagnosi: Ratko Mladić non riuscì mai veramente ad accettare il suicidio della figlia. Parlò di assassinio, di cospirazione, di nemici che avrebbero voluto colpirlo attraverso ciò che aveva di più caro. È comprensibile, sul piano umano, che un padre travolto da una perdita simile cerchi una spiegazione diversa dall’insopportabile evidenza. Ma nel caso di Mladić questo meccanismo entra in risonanza con un tratto più vasto della sua visione del mondo: l’incapacità di vivere il dolore senza trasformarlo in debito da riscuotere presso qualcun altro.
Bisogna essere molto cauti su questo punto. Sarebbe storicamente scorretto sostenere che la morte di Ana trasformò improvvisamente Mladić nel carnefice di Srebrenica. Quando la ragazza morì, la guerra di Bosnia era iniziata da quasi due anni, Sarajevo era già sotto assedio e le forze serbo-bosniache da lui comandate erano già coinvolte nella strategia di espulsione e persecuzione delle popolazioni non serbe. L’uomo capace di Srebrenica, dunque, esisteva già prima della tragedia familiare. Ridurre un genocidio alla follia privata di un padre ferito sarebbe non soltanto una forzatura storica, ma quasi una forma involontaria di assoluzione: le stragi furono il prodotto di decisioni politiche, militari, ideologiche e collettive, non di un improvviso collasso emotivo.
Eppure la vicenda di Ana apre una fenditura attraverso la quale possiamo osservare qualcosa di più profondo. Mladić aveva alle spalle una storia familiare segnata dalla violenza: suo padre era stato ucciso durante la Seconda guerra mondiale. La memoria nazionale serba, in quegli anni, veniva continuamente alimentata attraverso il racconto delle ferite subite, delle sconfitte storiche, dell’occupazione ottomana e delle persecuzioni. Mladić chiamava spesso «turchi» i musulmani bosniaci, cancellando secoli di storia e trasformando cittadini europei del Novecento negli eredi simbolici di un antico invasore. Quando entrò a Srebrenica l’11 luglio 1995 parlò apertamente del momento della «vendetta» contro i turchi di quella regione.
Ecco allora il possibile nesso, non giudiziario ma umano: il dolore, quando non viene elaborato, può diventare una forma di contabilità morale. Mio padre è stato ucciso, dunque qualcuno deve pagare; il mio popolo ha sofferto, dunque un altro popolo ha un debito; mia figlia è morta, dunque deve esserci un nemico. È la logica della vendetta che attraversa la storia umana e che il cristianesimo tenta radicalmente di interrompere. «Dov’è Abele, tuo fratello?»: la domanda di Dio a Caino rimane la domanda rivolta a ogni uomo e a ogni nazione che voglia trasformare il sangue ricevuto in licenza per versare il sangue altrui.
C’è poi un’immagine di Srebrenica che, accostata alla storia di Ana, diventa quasi insopportabile. Mladić fu ripreso mentre distribuiva dolci ai bambini musulmani radunati a Potočari, li rassicurava e accarezzava qualcuno sulla testa. Intorno a loro, però, i suoi uomini separavano progressivamente i maschi dalle donne e dai bambini. Più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi sarebbero stati assassinati nei giorni successivi.
Ed è qui che si trova, forse, la contraddizione morale più spaventosa di Ratko Mladić. Egli non era un uomo incapace di comprendere cosa significasse amare un figlio: lo sapeva perfettamente. Aveva conosciuto la tenerezza, l’orgoglio, la paura di perdere una figlia e poi il dolore insostenibile di perderla davvero. Proprio per questo la domanda diventa più radicale: come poté quell’esperienza non insegnargli nulla davanti ai padri musulmani ai quali venivano portati via i figli, alle mogli separate dai mariti, alle madri che ancora oggi cercano nelle fosse comuni un osso sul quale poter finalmente mettere un nome?
Noi immaginiamo spesso il male come assenza totale di sentimenti, perché ci tranquillizza pensare al criminale come a un mostro appartenente a un’altra specie. La tradizione cristiana è meno rassicurante e, forse, più profonda: il cuore umano può essere diviso. Un uomo può amare appassionatamente sua figlia e odiare il figlio dell’altro; può essere affettuoso con i propri soldati e spietato verso i prigionieri; può commuoversi davanti alla propria bara familiare e restare indifferente davanti a una fossa comune. Il peccato non sempre distrugge l’amore: spesso lo restringe, lo tribalizza, lo rende esclusivo. Ama i miei, difendi i miei, piangi i miei, vendica i miei; fuori dal cerchio, gli altri diventano categorie, numeri, «turchi», nemici.
È precisamente il contrario del movimento evangelico. Cristo allarga continuamente il significato della parola prossimo: dal membro della propria tribù al Samaritano, dallo straniero tollerato allo straniero accolto, dal nemico combattuto al nemico per il quale pregare. Il sangue, nel cristianesimo, non fonda una superiorità etnica: il sangue di Cristo abbatte proprio quel muro.
Per questo la questione dei funerali di Mladić merita una distinzione che soltanto apparentemente è sottile. Da sacerdote, non avrei alcuna difficoltà a pregare per lui. Il cristiano non possiede il giudizio definitivo su nessuna anima e proprio per questo consegna anche il più grande peccatore alla misericordia di Dio. Pregare per un morto, però, non significa riabilitarne la storia. Un rito religioso può essere una supplica per un uomo che si presenta davanti al giudizio di Dio; gli onori militari e di Stato sono invece un giudizio pubblico della comunità politica. La Chiesa può dire: «Signore, abbi misericordia di lui». Uno Stato, mettendo le proprie insegne davanti alla bara, rischia di dire: «Quest’uomo rappresenta qualcosa che vogliamo onorare».
Qui sta l’incoerenza che Belgrado dovrebbe affrontare. Mladić ha diritto a una sepoltura dignitosa, come qualsiasi essere umano. I suoi familiari hanno diritto al lutto e persino alla memoria privata dell’uomo che hanno conosciuto come padre, marito o nonno. Ma uno Stato non è una famiglia. Uno Stato custodisce una memoria pubblica e quando concede onori a un condannato definitivamente per genocidio non sta soltanto accompagnando un cadavere: sta pronunciando una frase sulla storia.
La Serbia che aspira all’Unione europea non può pretendere che le sentenze internazionali valgano nei tribunali e cessino di valere davanti ai monumenti, alle bandiere o ai funerali. Ancora meno può trasformare Mladić in una vittima dell’Occidente senza affrontare le vittime reali delle sue operazioni militari. Il dolore serbo merita rispetto; le vittime serbe delle guerre jugoslave non devono essere dimenticate e nessuna memoria nazionale deve essere costruita cancellando i loro morti. Ma proprio per questo la sofferenza di un popolo non può essere utilizzata per negare quella dell’altro.
Forse, alla fine, tutto ritorna ad Ana. Ratko Mladić volle credere che qualcuno gliel’avesse portata via. Non riuscì ad accettare una morte che non offriva un nemico facilmente identificabile. Se davvero sarà sepolto accanto a lei, quella vicinanza potrebbe diventare involontariamente il monumento più severo della sua esistenza: accanto all’uomo che comandò uomini capaci di separare i padri dai figli riposerà la figlia la cui perdita egli non riuscì mai a sopportare.
Non sappiamo quale fosse l’ultimo pensiero di Ana e sarebbe scorretto inventarlo. Possiamo però lasciare che la sua storia suggerisca una domanda che nessun tribunale internazionale poteva inserire in una sentenza e che, da sacerdote, considero persino più terribile della condanna penale: Ratko, tu che sapevi quanto fosse preziosa una figlia, come hai potuto dimenticare che ciascuno di quegli uomini che mandavi incontro alla morte era il figlio di qualcuno?
Gli onori militari possono coprire una bara con una bandiera. Non possono coprire quella domanda.
La morte di Ana non spiega Srebrenica e non deve diventare una comoda psicologia del genocidio: i crimini di Mladić erano cominciati prima e appartenevano a un progetto politico e militare preciso. Ma la figlia prediletta rivela qualcosa di ancora più inquietante. Il generale conosceva l’amore paterno e il dolore di perdere un figlio, eppure non seppe riconoscere lo stesso legame nelle famiglie delle sue vittime. Per un cristiano Mladić resta un uomo per il quale è lecito, anzi doveroso, pregare; ma misericordia non significa glorificazione. Una cosa è affidare un peccatore a Dio, un’altra è affidarlo alla memoria nazionale come eroe. Le tombe di Srebrenica non chiedono vendetta: chiedono almeno che nessuno chiami onore ciò che la giustizia internazionale ha chiamato genocidio.
