Dalla promessa di salvare la siderurgia nazionale alla gara di vendita naufragata, fino allo stallo imposto dalle decisioni giudiziarie: la vicenda dell’ex Ilva racconta quattro anni di rinvii, decreti d’urgenza e strategie mai compiute. Ora il futuro di Taranto potrebbe passare da una riconversione radicale.
Per quasi un decennio l’ex Ilva di Taranto è stata il simbolo dell’impossibilità italiana di tenere insieme industria, lavoro e diritto alla salute. Ma è negli anni del governo Meloni che la crisi è arrivata al suo punto più delicato: lo Stato è tornato di fatto proprietario dell’acciaieria, ha promesso una rapida cessione a un investitore internazionale e si ritrova oggi con una vendita fallita, migliaia di lavoratori sospesi e un impianto destinato allo stop dell’area a caldo dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano.
La domanda che incombe su Taranto non è più soltanto chi comprerà lo stabilimento. È molto più radicale: ha ancora senso ricostruire la più grande acciaieria europea sul modello del Novecento oppure è arrivato il momento di immaginare una diversa economia industriale?
Le promesse del commissariamento
Quando nel febbraio 2024 Acciaierie d’Italia viene posta in amministrazione straordinaria, il governo presenta la scelta come un passaggio temporaneo. L’obiettivo dichiarato è garantire la continuità produttiva, mettere in sicurezza gli impianti e trovare rapidamente un nuovo soggetto industriale disposto a investire miliardi nella decarbonizzazione.
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso parla di una “nuova stagione” della siderurgia italiana. Palazzo Chigi assicura che lo Stato non diventerà un gestore permanente, ma soltanto il garante di una transizione verso un grande gruppo internazionale.
Quella narrazione, però, entra presto in contraddizione con la realtà.
Una gara piena di ambiguità
La procedura di vendita procede tra continui cambiamenti di scenario. Si susseguono manifestazioni d’interesse, offerte preliminari, trattative riservate e indiscrezioni su cordate straniere e italiane.
L’ambiguità principale riguarda il perimetro dell’operazione. Gli investitori chiedono certezze su autorizzazioni ambientali, tempi della bonifica, costo dell’energia e responsabilità legali. Lo Stato, invece, continua a modificare il quadro normativo attraverso decreti emergenziali e interventi finanziari destinati soprattutto a garantire la sopravvivenza dell’azienda.
Il risultato è un paradosso: mentre il governo sostiene che la vendita è ormai vicina, nessun compratore dispone realmente di un quadro stabile sul quale costruire un investimento pluridecennale.
L’equilibrio precario salta nell’estate 2026
Accogliendo il ricorso di cittadini e associazioni, la Corte d’Appello di Milano ordina la sospensione dell’attività dell’area a caldo entro novanta giorni, ritenendo prevalente l’esigenza di tutela della salute rispetto alla prosecuzione produttiva nelle condizioni esistenti. È il colpo che rende quasi impossibile concludere la cessione nei termini originariamente negoziati.
La stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni convoca d’urgenza un vertice a Palazzo Chigi, mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ammette che la decisione giudiziaria “stravolge” una fase di vendita ormai avanzata. Contestualmente il governo stanzia altri cento milioni di euro per garantire la continuità aziendale, rinviando ancora una soluzione strutturale.
Gli errori politici
Ridurre tutto alla sentenza sarebbe però una lettura incompleta. L’esecutivo ha certamente ereditato una crisi nata molto prima: il sequestro del 2012, i processi ambientali, il fallimento della stagione Riva, il difficile rapporto con ArcelorMittal e l’ingresso di Invitalia hanno costruito un labirinto giuridico e industriale.
Tuttavia alcune responsabilità politiche appaiono evidenti.
La prima è aver inseguito contemporaneamente due obiettivi incompatibili: rassicurare i mercati promettendo una rapida privatizzazione e, nello stesso tempo, governare l’azienda attraverso continui interventi pubblici. Lo Stato è rimasto dentro la gestione senza assumere fino in fondo una vera politica industriale.
La seconda riguarda la mancanza di un accordo istituzionale stabile con territorio, Regione e Comune. Ogni passaggio decisivo è stato accompagnato da conflitti sulle autorizzazioni, sui forni elettrici, sulle bonifiche e sull’approvvigionamento energetico. In assenza di una governance condivisa, ogni investitore ha percepito Taranto come un rischio più che come un’opportunità.
Infine pesa l’assenza di un cronoprogramma credibile della decarbonizzazione. Per anni si è parlato di forni elettrici e produzione “carbon free”, ma senza definire con precisione finanziamenti, infrastrutture energetiche e tempi di realizzazione.
Taranto oltre l’acciaio
Se la vendita dovesse definitivamente tramontare, Taranto si troverebbe davanti a un bivio storico.
La prima ipotesi è quella della semplice sopravvivenza: altri fondi pubblici, produzione ridotta, cassa integrazione e attesa di un nuovo compratore. Sarebbe probabilmente lo scenario più costoso e meno risolutivo, perché prolungherebbe l’incertezza senza affrontare né il nodo ambientale né quello occupazionale.
Esiste però una seconda strada: una riconversione industriale programmata.
Non significherebbe chiudere l’industria, ma trasformarla. L’area di Taranto possiede porto, logistica, competenze metallurgiche e una posizione strategica nel Mediterraneo che potrebbero sostenere un polo europeo dell’acciaio verde alimentato da forni elettrici, idrogeno e preridotto, integrato con cantieristica, riciclo dei metalli e produzione di componenti per la transizione energetica.
Una simile operazione richiederebbe investimenti enormi – pubblici ed europei – ma produrrebbe un cambio di paradigma: non più una monocultura dell’altoforno, bensì un ecosistema industriale diversificato capace di assorbire progressivamente la forza lavoro oggi legata alla siderurgia tradizionale.
Taranto non può vivere all’infinito sospesa tra decreti “salva Ilva” e sentenze d’emergenza
Per decenni la città ha pagato un prezzo altissimo in termini di salute, conflitto sociale e dipendenza economica da un unico stabilimento. Oggi il fallimento della vendita rappresenta certamente una sconfitta politica per il governo Meloni, che aveva indicato nella cessione la soluzione della crisi. Ma può diventare anche l’occasione per riconoscere che il problema non è soltanto trovare un acquirente.
La vera sfida è decidere quale industria debba nascere nel XXI secolo sulle rive di Taranto: se continuare a difendere un modello produttivo ormai esaurito o costruire, finalmente, una riconversione capace di coniugare lavoro, ambiente e innovazione.
Da Il Faro di Roma del 28/8/26
