L’ex deputato e giornalista è ricoverato in gravi condizioni a Cuba. In queste ore sospendiamo il giudizio sulle sue battaglie, sulle sue parole, perfino sui suoi errori. E ricordiamo una confessione semplice che dice molto dell’uomo: «Mi piace fare il padre». Perché ci sono incarichi che finiscono e altri che durano una vita.
Ci sono momenti nei quali la politica deve avere il pudore di tacere.
Non perché le idee improvvisamente cessino di contare. Non perché le differenze vengano cancellate da un malore. E neppure perché la sofferenza debba trasformare chiunque in un santo laico, sottratto al giudizio della storia. Ma perché esistono ore nelle quali, prima dell’avversario, del compagno di strada, dell’ex deputato, del giornalista, del personaggio televisivo, torna ad apparire semplicemente l’uomo.
Oggi quell’uomo è Alessandro Di Battista.
È lontano da casa, ricoverato all’Avana dopo il malore che lo ha colpito mentre si trovava a Cuba per realizzare nuovi reportage. Ancora una volta era andato a cercare storie fuori dai salotti, lontano dai luoghi nei quali l’Occidente racconta soprattutto se stesso. Si può condividere molto, poco o nulla delle letture geopolitiche di Di Battista. Talvolta il suo linguaggio è stato eccessivo, alcune sue analisi discutibili, certi giudizi pronunciati con quella radicalità che è insieme la sua forza e il suo limite. Ma sarebbe ingeneroso negargli una qualità divenuta piuttosto rara nella politica italiana: Alessandro Di Battista ha creduto nelle cose che diceva.
E ha pagato anche il prezzo della libertà di dirle.
Poteva scegliere una carriera politica comoda. Nel 2018 il Movimento 5 Stelle arrivò al suo massimo storico elettorale e proprio allora uno dei suoi volti più popolari decise di non ricandidarsi. Una scelta che, comunque la si giudichi, dice qualcosa in un Paese nel quale molti entrano in Parlamento promettendo di restarvi poco e poi trascorrono metà della vita cercando il collegio sicuro della legislatura successiva.
Di Battista ha invece lasciato il Palazzo, ha viaggiato, scritto libri, realizzato reportage, attraversato Paesi che troppo spesso conosciamo soltanto attraverso le agenzie internazionali. Poi è tornato all’impegno civile attraverso Schierarsi, continuando a fare politica senza occupare necessariamente una poltrona.
Anche questo merita rispetto. Non necessariamente consenso: rispetto.
Perché la democrazia ha bisogno anche di uomini appassionati, irrequieti, perfino scomodi. Ha bisogno di persone capaci di prendere posizione quando sarebbe più conveniente restare prudentemente nel mezzo. Naturalmente la passione non rende automaticamente giusta una causa e la coerenza non trasforma un’opinione in verità. Ma tra il politico che cambia convinzione seguendo il vento dei sondaggi e quello che rischia qualcosa per ciò in cui crede, continuo a preferire il secondo, anche quando non sono d’accordo con lui.
Eppure non è questo l’aspetto di Alessandro Di Battista che oggi mi colpisce maggiormente. È una frase molto più piccola. Quasi domestica.
Parlando della propria vita dopo l’esperienza parlamentare, Di Battista ha detto che gli piace «fare il padre». E ha aggiunto di non sopportare la parola “mammo”.
Una frase apparentemente insignificante dentro una biografia fatta di piazze, campagne elettorali, viaggi, comizi, polemiche, libri, televisioni e battaglie politiche.
E invece forse è una delle più importanti.
Perché dire «mi piace fare il padre» in un tempo che misura l’esistenza soprattutto attraverso la visibilità, il successo, la carriera e il potere significa ristabilire, magari inconsapevolmente, una gerarchia delle cose.
Puoi essere stato uno degli uomini politici più conosciuti d’Italia. Puoi avere folle che gridano il tuo nome. Puoi essere intervistato, contestato, applaudito. Puoi entrare a Montecitorio e decidere di uscirne. Puoi attraversare l’America Latina, il Medio Oriente, l’Europa, inseguendo quella che hai chiamato “la polvere del mondo”. Poi però torni a casa. E qualcuno ti chiama papà.
Lì non servono preferenze elettorali. Non contano i follower. Non esistono sondaggi. Non puoi delegare. E soprattutto non puoi essere sostituito.
Per un cristiano, in quella parola — padre — c’è qualcosa di vertiginoso. La paternità non è soltanto una funzione biologica né uno dei molti ruoli che un adulto può ricoprire. È relazione, responsabilità, presenza. È accettare che la vita di un altro diventi più importante della propria agenda.
Forse per questo la confessione di Di Battista mi è sempre sembrata bella proprio nella sua semplicità. Non disse di essere un padre perfetto. Nessun padre lo è. Disse, sostanzialmente: mi piace esserlo.
C’è candore in questa frase.
E c’è anche qualcosa che dovrebbe interrogare una politica sempre più abitata da uomini e donne costretti a presentarsi come infaticabili, indispensabili, permanentemente connessi. Come se confessare che esiste qualcosa di più importante della propria carriera fosse una debolezza.
Invece è esattamente il contrario. Sapere che la politica non è tutto è forse una delle condizioni per fare buona politica.
Chi considera il potere il bene supremo finirà prima o poi per sacrificargli qualcuno. Chi invece sa che esiste una casa alla quale tornare, una persona da abbracciare, un figlio da accompagnare mentre cresce, possiede almeno un antidoto contro l’idolatria del Palazzo.
Alessandro Di Battista ha diviso l’Italia politica. Ha entusiasmato e irritato. È stato amato e detestato. Gli sono state riconosciute autenticità e coraggio, ma anche rimproverate semplificazioni, intemperanze e posizioni radicali. Tutto questo rimane. E rimarrà legittimo discuterne.
Ma non oggi.
Oggi davanti a un letto d’ospedale all’Avana resta soprattutto un uomo di quarantotto anni. Restano Sahra, Andrea e Filippo. Resta una famiglia che aspetta notizie. Resta un Paese nel quale, almeno per qualche ora, persone lontanissime politicamente hanno saputo ritrovarsi nell’augurio di una guarigione.
Ed è una bella notizia anche questa.
Tajani, Crosetto, Conte, Schlein, Di Maio, la Lega, gli amici del Fatto: sensibilità distantissime unite da due parole elementari, «Forza Alessandro».
Dovrebbe essere normale. Oggi quasi sorprende.
Forse la fragilità possiede ancora questa misteriosa forza: strappa per qualche istante le maschere che indossiamo e ci ricorda ciò che siamo prima delle appartenenze.
Persone.
Da cattolico, aggiungo una preghiera. Senza appropriazioni e senza etichette. Una preghiera per Alessandro, per chi lo cura e soprattutto per la sua famiglia.
Perché continui a viaggiare, se vorrà. A scrivere. A fare politica fuori o dentro i palazzi. A litigare con mezzo mondo. A dire cose sulle quali continueremo magari a discutere. Ma soprattutto perché possa tornare a quello che, in una sua disarmante confessione, ci ha fatto capire di amare davvero.
Fare il padre.
La politica passa, le legislature finiscono, i consensi cambiano. Un figlio, invece, continuerà a chiamarti papà. In queste ore difficili è questo Alessandro Di Battista che viene prima di tutti gli altri. Forza Alessandro: torna presto a casa.
