Sanzioni alleggerite, ispettori nucleari e dialogo con Teheran: la Casa Bianca riscopre, sotto altro nome, alcuni pilastri dell’intesa che il presidente aveva demolito nel 2018.

La storia, soprattutto in politica estera, ama l’ironia. Otto anni dopo aver stracciato l’accordo nucleare con l’Iran definendolo «uno dei peggiori mai firmati», Donald Trump si ritrova oggi a negoziare una soluzione che, almeno nei suoi elementi fondamentali, ricorda da vicino proprio quell’intesa voluta da Barack Obama. Il ritorno degli ispettori internazionali, l’allentamento delle sanzioni petrolifere e la riapertura di canali diplomatici con Teheran segnano una svolta che racconta una verità spesso scomoda: governare è molto più difficile che fare opposizione.

Sul lago di Lucerna, in Svizzera, non è andata in scena una pace definitiva. È andato in scena qualcosa di più interessante: il ritorno della diplomazia.

Dopo mesi di guerra, tensioni militari, minacce reciproche e un conflitto che ha coinvolto direttamente Stati Uniti, Israele, Iran e Hezbollah, Washington e Teheran hanno avviato un negoziato che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente.

Il vicepresidente JD Vance ha parlato di “progressi incoraggianti”. Trump ha celebrato sui social un presunto accordo che consentirebbe il ritorno degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica nei siti nucleari iraniani. Ma Teheran ha immediatamente raffreddato gli entusiasmi, precisando di non aver assunto “alcun nuovo impegno”.

La distanza tra le due narrazioni è significativa.

Gli americani parlano di una svolta storica. Gli iraniani di semplici procedure già previste. In mezzo resta il fatto che entrambe le parti hanno deciso di continuare a parlarsi.

Ed è forse questa la notizia più importante.

L’accordo preliminare prevede infatti due elementi che fino a pochi mesi fa sembravano impensabili. Da una parte l’allentamento temporaneo delle sanzioni sul petrolio iraniano; dall’altra il possibile ritorno dei controlli internazionali sul programma nucleare.

Sono esattamente i due pilastri che avevano caratterizzato il Joint Comprehensive Plan of Action del 2015, l’accordo firmato dall’amministrazione Obama insieme alle principali potenze mondiali e abbandonato unilateralmente da Trump nel 2018.

All’epoca il presidente repubblicano sosteneva che quell’intesa fosse troppo favorevole a Teheran e incapace di impedire definitivamente all’Iran di sviluppare un’arma nucleare. La strategia della “massima pressione” avrebbe dovuto piegare economicamente il regime iraniano e costringerlo a concessioni molto più ampie.

I risultati, però, sono stati diversi da quelli sperati.

L’Iran ha progressivamente limitato le ispezioni internazionali, ha aumentato i livelli di arricchimento dell’uranio e ha rafforzato la propria rete regionale di alleanze. Nel frattempo il Medio Oriente è diventato ancora più instabile.

Oggi la nuova amministrazione Trump sembra aver preso atto di una realtà geopolitica elementare: senza incentivi economici e senza verifiche internazionali non esiste alcuna possibilità concreta di controllare il programma nucleare iraniano.

La concessione più significativa riguarda proprio il petrolio.

Il Dipartimento del Tesoro ha autorizzato per sessanta giorni la produzione, la vendita e l’esportazione del greggio iraniano. Per Teheran si tratta di una vittoria economica enorme. Dopo anni di vendite sottocosto e di difficoltà ad accedere ai mercati internazionali, il regime potrà tornare a esportare a prezzi di mercato e persino effettuare transazioni in dollari.

Non sorprende che molti osservatori conservatori negli Stati Uniti abbiano già iniziato ad accusare Trump di aver concesso all’Iran molto più di quanto fosse disposto ad ammettere pubblicamente.

Ma il vero nodo resta il nucleare.

Su questo punto il negoziato è ancora lontano da una soluzione. Nessuno sa con certezza che fine abbia fatto parte delle scorte di uranio altamente arricchito dopo la guerra dei dodici giorni. Nessuno sa quali impianti siano ancora operativi. Nessuno sa fino a che punto l’Iran sia disposto a rinunciare alle proprie capacità di arricchimento.

La questione è tutt’altro che tecnica.

Per Teheran il programma nucleare rappresenta una questione di sovranità nazionale. Per Washington e Israele rappresenta una minaccia esistenziale. È difficile immaginare una soluzione rapida.

Intanto il negoziato si allarga ad altri dossier.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una quota enorme del commercio mondiale di petrolio, è tornato al centro della trattativa. Sono stati creati meccanismi di comunicazione per evitare incidenti navali e garantire la libertà di navigazione. Parallelamente si tenta di consolidare il fragile cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah in Libano.

In altre parole, il dossier iraniano si sta trasformando in un tavolo complessivo sulla sicurezza regionale.

Ed è proprio questo a rendere il processo tanto promettente quanto fragile.

Ogni incidente in Libano, ogni attacco di Hezbollah, ogni provocazione nello Stretto di Hormuz potrebbe compromettere settimane di lavoro diplomatico.

I mercati finanziari hanno già scelto di credere alla pace. Il prezzo del petrolio è sceso, le borse hanno reagito positivamente e gli investitori scommettono su una progressiva stabilizzazione.

La storia del Medio Oriente, tuttavia, suggerisce prudenza.

La vera domanda non è se Trump stia tornando all’accordo di Obama. La vera domanda è se la realtà stia imponendo a Trump ciò che Obama aveva già compreso: che con l’Iran non esistono scorciatoie. Si può bombardare un impianto nucleare, ma non un problema geopolitico. Si possono imporre sanzioni, ma non cancellare una potenza regionale di novanta milioni di abitanti. Alla fine, dopo guerre, minacce e slogan, la diplomazia torna sempre al punto di partenza. Sedersi a un tavolo, negoziare e accettare che la pace, per quanto imperfetta, resta quasi sempre meno costosa della guerra.