La vittoria di Abelardo de la Espriella chiude la parentesi di Petro e inserisce la Colombia nella nuova geografia delle destre radicali latinoamericane. Ma il vero vincitore delle elezioni è la polarizzazione.

Duecentocinquantamila voti. Meno di un punto percentuale. È questa la distanza che separa Abelardo de la Espriella dalla metà della Colombia che non lo ha votato. Se il risultato preliminare sarà confermato dallo scrutinio definitivo, il controverso avvocato penalista diventerà il nuovo presidente della Repubblica e porrà fine all’esperienza della sinistra inaugurata da Gustavo Petro nel 2022. Ma la fotografia uscita dalle urne racconta una realtà più complessa di una semplice alternanza politica: la Colombia non ha scelto un nuovo consenso. Ha certificato una profonda divisione nazionale.

Le elezioni, talvolta, cambiano il governo. Più raramente cambiano il Paese. Quelle colombiane del 2026 sembrano appartenere alla seconda categoria.

La probabile vittoria di Abelardo de la Espriella conferma ciò che molti osservatori avevano intuito da tempo: la Colombia è ormai attraversata da una frattura politica, sociale e culturale che divide quasi perfettamente il corpo elettorale. Da una parte una destra sempre più radicalizzata, che ha trovato nel “Tigre” il proprio interprete più efficace. Dall’altra una sinistra che, pur sconfitta, esce dalle urne più compatta e politicamente rilevante di quanto molti prevedessero.

In mezzo, i partiti tradizionali.

Non sono scomparsi. Non hanno vinto. Ma continuano a occupare il loro spazio storico: quello di chi non guida i cambiamenti ma si adatta ad essi. De la Espriella si è presentato come un outsider, un uomo contro il sistema. Eppure la sua affermazione sarebbe stata impossibile senza il sostegno delle reti politiche, economiche e territoriali che da decenni costituiscono l’ossatura del potere colombiano. I vecchi notabili non sono comparsi nelle fotografie della campagna elettorale, ma erano presenti dietro le quinte.

La vera novità non è quindi la scomparsa dell’establishment.

È la sua capacità di sopravvivere cambiando volto.

La vittoria di De la Espriella rappresenta anche il definitivo inserimento della Colombia nel nuovo asse conservatore che attraversa il continente americano. Donald Trump negli Stati Uniti, Javier Milei in Argentina, Daniel Noboa in Ecuador, l’influenza crescente del bolsonarismo in Brasile, il sostegno di María Corina Machado in Venezuela e di Santiago Abascal dalla Spagna: la rete internazionale che ha salutato il successo del candidato colombiano mostra come la destra radicale contemporanea si percepisca ormai come un movimento transnazionale.

L’entusiasmo con cui Trump, Marco Rubio, Milei e altri leader conservatori hanno accolto il risultato non riguarda soltanto Bogotá. Riguarda l’idea che l’America Latina stia progressivamente abbandonando la stagione progressista per entrare in una nuova fase politica fondata su sicurezza, identità, valori tradizionali e liberalismo economico.

Ma proprio qui emerge il primo limite del trionfo del Tigre.

Le urne non hanno consegnato una maggioranza schiacciante. Hanno consegnato un Paese diviso esattamente a metà.

I quasi tredici milioni di voti raccolti da Iván Cepeda dimostrano che la sinistra colombiana non è stata cancellata. Al contrario. Per la prima volta nella storia recente, essa appare come una forza politica strutturata, capace di mantenere unità e consenso anche dopo l’esperienza di governo. La sfida sarà capire se questa coesione sopravvivrà alla sconfitta.

Cepeda ha già assunto il ruolo che probabilmente caratterizzerà i prossimi anni della politica colombiana: quello di leader dell’opposizione. La legge gli garantisce un seggio al Senato e da lì potrà guidare una resistenza parlamentare e sociale che si annuncia intensa. I toni concilianti del suo primo discorso dopo il voto hanno contribuito a rasserenare il clima, ma il richiamo alla mobilitazione civile lascia intuire che la tensione politica resterà elevata.

Del resto, la campagna elettorale è stata una delle più polarizzate della storia nazionale.

De la Espriella ha saputo interpretare il malessere delle classi medie, la paura per la sicurezza, il disagio economico e la delusione verso il governo Petro. Ha parlato alla Colombia religiosa, familiare e conservatrice. Ha utilizzato con efficacia gli strumenti digitali, l’intelligenza artificiale, una rete di influencer e una comunicazione spettacolare costruita attorno alla propria immagine carismatica.

Ma la politica comincia dove finisce la campagna elettorale.

Ed è qui che iniziano le incognite.

Molti colombiani che non lo hanno votato sperano apertamente che il nuovo presidente non realizzi alcune delle sue promesse più controverse. Che non smantelli la Giurisdizione Speciale per la Pace. Che non riduca i diritti acquisiti delle donne. Che non trasformi il conflitto politico in una guerra contro gli avversari. Che non perseguiti giornalisti e magistrati critici. Che non porti il Paese fuori dai principali organismi multilaterali. Che non metta in discussione il carattere laico dello Stato sancito dalla Costituzione del 1991.

In altre parole, molti colombiani sperano che il candidato radicale lasci il posto a uno statista.

È la stessa sfida che accompagnò altri leader populisti e antisistema una volta giunti al governo: trasformare la retorica della campagna nella responsabilità dell’esercizio del potere.

Anche perché De la Espriella eredita una Colombia difficile da governare.

La crescita dei gruppi armati illegali, la crisi fiscale, le tensioni nel sistema sanitario, la frammentazione politica e il deterioramento della fiducia nelle istituzioni rappresentano problemi che non possono essere risolti con slogan o con la sola forza della volontà politica.

La sicurezza, che è stata la chiave della sua vittoria, sarà anche il primo banco di prova del suo governo.

La Colombia ha già attraversato guerre civili, narcotraffico, terrorismo, crisi istituzionali e profonde divisioni ideologiche. Eppure la sua democrazia ha resistito. Forse è questa la vera lezione del voto del 2026. Non ha vinto soltanto Abelardo de la Espriella e non ha perso soltanto Iván Cepeda. Ha vinto la capacità di un sistema democratico di assorbire tensioni enormi senza spezzarsi. Adesso però comincia la parte più difficile: trasformare una vittoria elettorale in un progetto nazionale. Perché governare metà della Colombia è possibile. Governare contro l’altra metà, molto meno.