Trump non ha l’ultima parola sul ritiro degli USA dalla NATO, inoltre è la NATO in Europa che è funzionale all’imperialismo degli USA. Minacciare il ritiro dall’Italia può fare rumore, ma alla fine danneggerebbe piuttosto gli Stati Uniti

C’è una cosa che Donald Trump sembra dimenticare ogni volta che parla delle alleanze come fossero contratti d’affitto: la geografia non si licenzia. Si può insultare un alleato, minacciare una ritorsione, annunciare un ritiro, trasformare una base militare in un argomento da comizio; ma l’Italia resta dov’è. Resta al centro del Mediterraneo. Resta proiettata verso i Balcani, il Nord Africa, il Levante, il Mar Nero, il Sahel, il Medio Oriente. Resta, per gli Stati Uniti, quella che da decenni è: una portaerei naturale, un corridoio logistico, un avamposto politico-militare senza equivalente nel fianco sud dell’Alleanza Atlantica.

La minaccia trumpiana di ridurre o ritirare truppe americane dall’Italia e dalla Spagna nasce nel contesto dello scontro con gli alleati europei sulla guerra contro l’Iran e sul mancato sostegno alle operazioni nello Stretto di Hormuz. Reuters ha riferito che Trump, interrogato sulla possibilità di ritirare militari statunitensi da Italia e Spagna, ha risposto che “probabilmente” lo farà; secondo le ricostruzioni, la tensione è cresciuta dopo il rifiuto italiano di autorizzare l’uso di Sigonella per velivoli statunitensi diretti verso operazioni in Medio Oriente.  

Ma una cosa è agitare lo spettro del ritiro, altra è chiudere davvero l’architettura militare americana in Italia. Le basi non sono proprietà coloniali che il presidente può spegnere con un gesto d’umore. La presenza statunitense in Italia si regge su accordi bilaterali nati nel quadro della cooperazione NATO: le installazioni si trovano su territorio italiano, sotto sovranità italiana, mentre gli Stati Uniti esercitano funzioni operative nei limiti degli accordi con Roma.  

Questo significa che Washington può certamente decidere di ridurre personale, mezzi e investimenti. Può ridislocare reparti, spostare assetti, chiudere o ridimensionare funzioni. Ma non può trasformare unilateralmente l’Italia in una pedina muta. Né può usare basi italiane per qualunque operazione bellica senza il rispetto delle procedure politiche e militari concordate. Il caso Sigonella lo ha mostrato con chiarezza: secondo Reuters, il rifiuto italiano fu motivato dalla mancanza di una previa autorizzazione, richiesta in base alla normativa e agli accordi esistenti.  

Dunque la boutade ha un limite giuridico e un limite strategico. Il limite giuridico è che una base in Italia non è una dependance personale della Casa Bianca. Il limite strategico è ancora più serio: se gli Stati Uniti lasciassero davvero l’Italia, non punirebbero Roma; amputerebbero se stessi.

Aviano, ad esempio, non è una qualunque pista del Nordest. Il sito ufficiale dell’aeronautica statunitense definisce il 31st Fighter Wing di Aviano l’unico stormo da combattimento americano a sud delle Alpi, una posizione ritenuta “critica” per le operazioni nella regione meridionale della NATO.   Napoli ospita il cuore navale americano nel Mediterraneo: la Sesta Flotta statunitense, con quartier generale a Napoli, conduce operazioni navali e congiunte in Europa e Africa per promuovere gli interessi e la sicurezza degli Stati Uniti.   Sigonella, in Sicilia, è una piattaforma essenziale verso il Mediterraneo centrale, il Nord Africa e il Medio Oriente. Camp Darby, tra Pisa e Livorno, è un nodo logistico di enorme valore per depositi, trasporti, porti e proiezione di forze.

L’Italia, insomma, non è ospite passivo dell’America. È una delle condizioni materiali della sua capacità di intervento. Chi vuole operare nel Mediterraneo, controllare rotte energetiche, sorvegliare il Nord Africa, sostenere missioni in Medio Oriente, guardare ai Balcani e al Mar Nero, non può trattare l’Italia come un parcheggio ingrato. La posizione italiana vale più di molte dichiarazioni di fedeltà. È la geografia a renderla indispensabile, non la retorica dei governi.

C’è poi il tema più delicato: le armi nucleari statunitensi presenti in Italia nell’ambito del nuclear sharing della NATO. Fonti specializzate come NTI stimano la presenza di bombe B61 statunitensi ad Aviano e Ghedi; anche ICAN indica l’Italia tra i Paesi NATO che ospitano armi nucleari americane nel quadro della condivisione nucleare.   La questione è politicamente sensibile e ufficialmente circondata da riservatezza, ma strategicamente chiarissima: l’Italia è parte dell’architettura di deterrenza nucleare dell’Alleanza. Minacciare con leggerezza il ritiro significa toccare non soltanto qualche caserma, ma un intero equilibrio di difesa, deterrenza e credibilità transatlantica.

Qui si vede l’assurdità della postura trumpiana. Egli parla come se le basi fossero un favore concesso agli italiani. In realtà sono anche, e soprattutto, un vantaggio americano. Gli Stati Uniti non stanno in Italia per beneficenza. Stanno in Italia perché l’Italia serve. Serve alla NATO, serve al Pentagono, serve alla Marina, serve all’aeronautica, serve all’intelligence, serve alla logistica, serve alla deterrenza. Se Washington dovesse davvero smantellare questa rete, dovrebbe poi ricostruirla altrove, pagando costi enormi, perdendo anni, incontrando resistenze politiche, rinunciando a una posizione che nessun altro Paese europeo può replicare integralmente.

Il problema, allora, non è che Trump voglia davvero chiudere tutto domani mattina. Il problema è che parli come se potesse. La politica estera, nella sua bocca, diventa una sequenza di minacce commerciali: se non fate quello che voglio, tolgo le truppe; se non mi seguite in guerra, vi punisco; se non pagate abbastanza, vi abbandono. È una concezione proprietaria dell’alleanza, quasi feudale: il protettore pretende obbedienza e, se non la ottiene, ritira la protezione. Ma la NATO non è un condominio trumpiano. È un sistema politico-militare fondato su trattati, interessi comuni, procedure e sovranità nazionali.

L’Italia, naturalmente, non può fare la verginella geopolitica. Da decenni beneficia dell’ombrello americano e partecipa, con tutte le ambiguità del caso, alla proiezione occidentale nel Mediterraneo. Le basi americane sono state e sono oggetto di critiche legittime: sovranità, trasparenza, controllo parlamentare, armi nucleari, rischi ambientali, coinvolgimento indiretto in conflitti non sempre condivisi. Ma proprio per questo Roma ha il dovere di ricordare che la cooperazione militare non è subalternità automatica. Un conto è l’alleanza; un altro è l’uso del territorio nazionale per operazioni che possono trascinare il Paese in una guerra.

La vicenda di Sigonella, ancora una volta, mostra il punto: non si tratta di antiamericanismo, ma di sovranità procedurale. Se un alleato chiede l’uso di una base per un’operazione bellica, l’Italia ha il diritto e il dovere di valutare, autorizzare o negare secondo le proprie regole. Un presidente americano che interpreta questo come tradimento mostra di non capire la differenza tra alleato e vassallo.

E tuttavia, nel teatro trumpiano, la minaccia funziona perché produce paura. Paura nelle cancellerie, nei mercati, nei comandi militari, nelle capitali europee abituate a vivere dentro la garanzia americana. Ma è una paura che rivela anche una verità: l’Europa ha delegato troppo a Washington. Se l’umore di un presidente può scuotere la sicurezza del continente, allora il problema non è solo Trump. È la dipendenza europea. È l’incapacità di costruire una difesa comune credibile, una politica estera autonoma, una capacità mediterranea che non sia sempre subordinata al cambio di vento alla Casa Bianca.

Però non bisogna rovesciare la realtà: in questa partita, chi perderebbe di più da un ritiro americano dall’Italia sarebbero proprio gli Stati Uniti. Perderebbero prossimità operativa. Perderebbero profondità logistica. Perderebbero credibilità presso gli alleati. Perderebbero capacità di deterrenza. Perderebbero influenza sul Mediterraneo. Perderebbero, soprattutto, l’immagine di potenza affidabile. E una superpotenza che non appare affidabile comincia a costare cara anche a se stessa.

La Cina osserva. La Russia osserva. L’Iran osserva. I Paesi del Golfo osservano. L’Africa mediterranea osserva. Ogni volta che Trump trasforma un’alleanza in un ricatto, gli avversari degli Stati Uniti non devono fare nulla: basta che aspettino. La corrosione viene da dentro. Non serve cacciare l’America dall’Europa se l’America minaccia di andarsene da sola.

Per questo quelle frasi non vanno liquidate solo come folklore. Sono probabilmente boutades, sì. Ma le boutades, quando escono dalla bocca del presidente degli Stati Uniti, non sono mai innocue. Diventano segnali. Diventano rumore strategico. Diventano materia per gli apparati militari, per le diplomazie ostili, per i mercati, per le cancellerie. E soprattutto diventano un’umiliazione per gli stessi Stati Uniti, rappresentati da un presidente che parla della più importante architettura di sicurezza occidentale come di una trattativa privata mal riuscita.

L’Italia deve rispondere senza isteria e senza servilismo. Deve dire che l’alleanza con gli Stati Uniti resta fondamentale, ma che il territorio italiano non è un assegno in bianco. Deve ricordare che le basi sono dentro la sovranità italiana, non sopra di essa. Deve pretendere consultazione, legalità, controllo parlamentare e coerenza con il diritto internazionale. E deve sapere che, se Washington minaccia di andarsene, non è Roma a dover tremare per prima.

La verità, alla fine, è semplice: l’America ha bisogno dell’Italia più di quanto Trump sembri capire. Le basi non sono un regalo agli italiani, ma uno strumento della potenza americana. Chi minaccia di chiuderle per capriccio non dimostra forza. Dimostra di non conoscere il valore delle proprie carte. E quando un presidente tratta la geografia come propaganda, la prima vittima non è l’alleato rimproverato. È la credibilità dell’impero che pretende di comandare il mondo senza più saperlo leggere.