Israele congela l’offensiva contro Hezbollah ma mantiene le truppe oltre il confine. Il cessate il fuoco regge, ma la guerra resta sotto la cenere.
In Medio Oriente la pace non arriva quasi mai con una firma. Arriva con una pausa. Una tregua fragile, armata, diffidente. È ciò che sta accadendo oggi nel Libano meridionale, dove per il secondo giorno consecutivo Israele ed Hezbollah sembrano rispettare un cessate il fuoco che nessuno considera definitivo. Le armi tacciono, ma i soldati restano schierati. Gli attacchi si fermano, ma le trincee non vengono abbandonate. È la pace possibile in una regione che da decenni vive nell’attesa della prossima guerra.
La notizia non è che Israele abbia fatto la pace con Hezbollah. La notizia è che, almeno per ora, abbia deciso di non continuare la guerra.
La differenza è sostanziale.
Dopo settimane di combattimenti e dopo la drammatica escalation culminata con la morte di diversi soldati israeliani nel settore di Tebnit e Ali al-Taher, il governo di Benjamin Netanyahu ha impartito nuove direttive operative alle proprie forze armate. I comandanti sul terreno possono reagire a minacce immediate, ma non sono più autorizzati a condurre operazioni offensive preventive senza specifiche autorizzazioni superiori.
È un cambiamento che potrebbe apparire tecnico. In realtà è profondamente politico.
Per la prima volta dall’inizio dell’ultima fase del conflitto, Israele sembra accettare il principio secondo cui la stabilità vale più dell’iniziativa militare permanente. Non significa rinunciare alla sicurezza. Significa riconoscere che la superiorità militare non coincide necessariamente con l’interesse strategico.
Le nuove regole sono eloquenti. Stop agli attacchi preventivi. Limitazioni all’uso della forza contro i civili che rientrano nelle aree meridionali del Libano. Maggiore controllo sulla distruzione di abitazioni e infrastrutture. In altre parole, una riduzione del rischio di incidenti capaci di trasformare una tregua in una nuova escalation.
Ma sarebbe ingenuo scambiare tutto questo per un disimpegno.
Israele mantiene infatti una fascia di sicurezza all’interno del territorio libanese, estesa per diversi chilometri oltre il confine internazionale. Il ministro degli Esteri Gideon Saar è stato chiarissimo: non vi sono ambizioni territoriali, ma le truppe non si ritireranno finché esisterà il rischio di nuovi attacchi da parte di Hezbollah.
È il vecchio dilemma della sicurezza israeliana.
Ogni guerra combattuta per allontanare una minaccia genera una nuova linea difensiva da proteggere. Ogni linea difensiva produce nuove tensioni. E ogni tensione contiene il seme di un futuro conflitto.
Il paradosso è che oggi il destino della tregua libanese si decide soprattutto lontano dal Libano.
Si decide in Svizzera, nei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Si decide nelle mediazioni di Qatar e Pakistan. Si decide nelle relazioni tra Washington e Teheran più che nelle colline del Libano meridionale.
La nascita di una “de-confliction cell”, un organismo che dovrebbe riunire rappresentanti iraniani, americani e libanesi per prevenire incidenti militari, rappresenta una novità significativa. Per la prima volta il conflitto israelo-libanese viene inserito formalmente all’interno di un più ampio processo di stabilizzazione regionale.
È il riconoscimento di una verità che tutti conoscono da anni ma che pochi ammettono apertamente: Hezbollah non è soltanto una milizia libanese. È una componente essenziale dell’architettura strategica iraniana in Medio Oriente. E qualsiasi pace duratura richiede inevitabilmente il coinvolgimento di Teheran.
Resta però la fragilità del momento.
Nel settore di Ali al-Taher, secondo l’esercito israeliano, decine di combattenti di Hezbollah sarebbero ancora intrappolati in una rete di fortificazioni sotterranee. Se tentassero di uscire combattendo, il cessate il fuoco potrebbe saltare in poche ore. Dall’altra parte, Hezbollah continua a considerare illegittima la presenza israeliana nella cosiddetta zona di sicurezza.
Nessuno dei nodi fondamentali è stato realmente risolto.
La tregua regge perché entrambe le parti sono momentaneamente stanche del conflitto. Non perché abbiano trovato una soluzione condivisa.
Eppure non bisogna sottovalutare il valore di questa pausa.
In una regione dove la logica della forza ha dominato per decenni, il semplice fatto che gli attori scelgano di contenersi rappresenta già un evento politico rilevante.
Tra le macerie di Nabatieh, dove le famiglie tornano a cercare tra i detriti ciò che resta delle loro case, la parola “pace” conserva un significato concreto che spesso sfugge ai diplomatici e ai generali. Non è una dichiarazione solenne né una firma su un trattato. È la possibilità di trascorrere una notte senza sirene. Il cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah resta fragile, precario e incompleto. Ma in Medio Oriente anche una tregua imperfetta può valere più di una vittoria militare. Perché ogni giorno senza spari è un giorno sottratto alla guerra. E, da quelle parti, non è mai poco.
