Toilette fuori uso, docce ammuffite, lavanderie ferme e prodotti per l’igiene introvabili: mentre gli equipaggi pagano il prezzo di missioni interminabili, il presidente ordina alla Marina di riprogettare le navi del futuro secondo una preferenza maturata quasi dieci anni fa.


Le portaerei americane possono lanciare decine di caccia, colpire obiettivi a centinaia di chilometri e proiettare la potenza di Washington sullo Stretto di Hormuz. Ma non sempre riescono a garantire ai marinai una toilette funzionante, una doccia pulita o una lavatrice. Sotto il ponte di volo, lontano dalle fotografie dei jet che decollano, la più grande Marina del mondo combatte una guerra assai meno gloriosa contro liquami, muffa, stanchezza e solitudine. Donald Trump, intanto, ha scelto la sua priorità: riportare il vapore sulle portaerei del futuro.

Una portaerei è una città costruita per non fermarsi mai. Ha strade di metallo, corridoi che non conoscono il sole, cucine industriali, ospedali, dormitori sovrapposti e un aeroporto sul tetto. Una città di cinquemila abitanti stipata dentro uno scafo, dove anche il gesto più elementare — lavarsi, dormire, andare in bagno — dipende da un’infrastruttura invisibile.

Ed è proprio questa città sommersa, quella che non compare nei video celebrativi della Marina, a mostrare le crepe.

La USS Abraham Lincoln, impegnata nel teatro mediorientale e nelle operazioni legate allo Stretto di Hormuz, ha superato i 260 giorni consecutivi di navigazione. A bordo vivono circa cinquemila marinai e Marines, sottoposti a turni estenuanti e a un dispiegamento prolungato ben oltre la durata inizialmente prevista.

Secondo le testimonianze raccolte tra i familiari, alcune toilette non sarebbero operative, le docce sarebbero coperte di muffa e gli impianti di lavanderia sarebbero rimasti guasti per settimane. In determinati periodi sarebbe mancata anche l’acqua calda. Nel negozio di bordo sono diventati difficili da trovare dentifricio, deodorante e sapone: oggetti minuscoli che, dopo mesi trascorsi in mare, segnano il confine tra una vita disagevole e una condizione umiliante.

La Marina ha riconosciuto che il conflitto ha interrotto alcuni tradizionali punti di rifornimento e ha costretto il comando a stabilire una gerarchia tanto razionale quanto desolante: prima il cibo, poi i prodotti per l’igiene, infine la posta. Assicura che l’equipaggio disponga oggi di acqua potabile e pasti adeguati; il Pentagono sostiene che le condizioni siano state rappresentate in maniera distorta. Ma parlamentari e familiari chiedono verifiche, mentre la USS George Washington naviga verso il Medio Oriente per dare finalmente il cambio alla Lincoln.

Prima della Lincoln, un’odissea simile aveva colpito la USS Gerald R. Ford, la portaerei più moderna e costosa della flotta, rientrata negli Stati Uniti a maggio dopo 326 giorni di missione.

Il suo impianto igienico a vuoto, derivato da sistemi utilizzati sulle navi da crociera, si è rivelato troppo complesso e vulnerabile per una comunità di oltre quattromila persone. Una singola valvola difettosa può far perdere pressione a un’intera zona della nave, mettendo contemporaneamente fuori servizio numerose toilette. Documenti ottenuti da NPR parlano di 205 richieste di intervento in appena quattro giorni e di tecnici costretti a lavorare fino a diciannove ore per tenere aperti i bagni. Dal 2023 la nave avrebbe chiesto assistenza esterna 42 volte. Per liberare le tubature dalle incrostazioni è necessario un lavaggio con sostanze acide che può essere eseguito soltanto in porto e costa circa 400 mila dollari.

Durante la missione nel teatro iraniano, i servizi igienici della Ford sono andati nuovamente in crisi: toilette intasate, settori privi di bagni funzionanti, lunghe code e, secondo il racconto di Repubblica, locali invasi dai liquami. L’equipaggio aveva ribattezzato l’ammiraglia da tredici miliardi di dollari “shit ship”, la nave di merda. Una sosta a Souda, nell’isola di Creta, aveva attenuato il problema senza risolverlo definitivamente.

Poi è scoppiato un incendio nella lavanderia. Centinaia di marinai hanno perso temporaneamente il proprio posto letto, mentre la distruzione degli impianti rendeva ancora più difficile lavare gli abiti in spazi dove ciascuno può conservare pochissimi cambi. Alcuni hanno dovuto riposare sul pavimento metallico e tornare poi ai turni necessari per armare, rifornire e far decollare i caccia.

I vertici della Marina hanno definito “molto esagerati” i resoconti sui bagni, sostenendo che molti blocchi siano stati provocati dall’uso scorretto delle toilette e che la maggior parte dei guasti sia durata fra mezz’ora e due ore, senza conseguenze sull’operatività della nave. È possibile che entrambe le cose siano vere: che stracci, indumenti e materiali inadatti abbiano aggravato il problema e che un impianto già giudicato sottodimensionato non sia capace di sopportare gli errori inevitabili di migliaia di persone chiuse per quasi un anno nello stesso scafo.

Ed è in questa America sospesa fra potenza tecnologica e disfunzioni elementari che Donald Trump ha deciso di occuparsi delle catapulte.

Il presidente non ha mai amato l’EMALS, il sistema elettromagnetico con cui le portaerei della classe Gerald R. Ford lanciano gli aerei. La sua avversione risale almeno al 2017, quando, dopo avere ascoltato un marinaio elogiare la solidità del vecchio sistema, promise il ritorno al vapore. Quasi dieci anni dopo, quella conversazione è diventata politica navale.

Il memorandum firmato dalla Casa Bianca concede sessanta giorni al Pentagono per elaborare un piano che sostituisca catapulte elettromagnetiche e ascensori avanzati con sistemi a vapore e idraulici sulla futura USS Doris Miller, quarta unità della classe Ford. Le prime tre navi — Gerald R. Ford, John F. Kennedy ed Enterprise — non sarebbero interessate dalla modifica.

Non si tratta di cambiare un macchinario. Le nuove portaerei sono state progettate attorno all’elettricità: reintrodurre il vapore significa modificare spazi, impianti, tubature e distribuzione dell’energia. Sulla Doris Miller parte del lavoro per i sistemi elettromagnetici sarebbe già stato eseguito. Invertire la rotta potrebbe quindi costare miliardi, allungare i tempi di costruzione e moltiplicare i rischi tecnici.

L’EMALS ha avuto guasti e difficoltà iniziali, come molte tecnologie complesse. Ma permette lanci più controllati, richiede meno manutenzione, occupa meno spazio e impiega un numero inferiore di marinai. Sulla Ford gli addetti necessari per una catapulta sarebbero passati da circa dodici a due. Il memorandum presidenziale denuncia i danni causati dai continui cambiamenti progettuali e, poche righe dopo, ne ordina uno radicale su una nave già in costruzione.

Il vapore possiede certamente una virtù cara alla politica: si vede. Sibila, sbuffa, evoca pistoni, officine e un’America industriale che appare solida perché appartiene alla memoria. L’elettromagnetismo è invisibile e dunque meno seducente. Non produce una bella nuvola da mostrare alla folla.

Ma governare una flotta non dovrebbe essere un esercizio di nostalgia. Prima di discutere su come lanciare gli aerei, bisognerebbe forse chiedersi in quali condizioni vivano coloro che devono lanciarli.

Perché una portaerei sulla quale decollano i caccia ma si intasano le toilette è la metafora perfetta di una potenza che guarda sempre verso l’alto e mai sotto coperta. Una nazione capace di spendere miliardi per rimettere il vapore nelle catapulte dovrebbe riuscire almeno a garantire acqua calda, sapone, biancheria pulita e bagni funzionanti agli uomini e alle donne che manda in guerra.


Sotto il ponte di volo, la superpotenza mostra il suo volto più fragile: sa far decollare i caccia, ma fatica a garantire un bagno funzionante. E mentre i marinai combattono contro muffa, liquami e stanchezza, Trump sceglie di investire miliardi nella nostalgia del vapore.