Nella lettera del 29 giugno 2026 a mons. Roche, Leone XIV richiama con forza la fedeltà ai riti di Paolo VI e la priorità della formazione dei ministri. Un rettore di seminario legge in quelle parole la diagnosi di un male che ogni domenica si consuma sugli altari.


Il Papa ha parlato. Non con toni polemici, ma con la chiarezza di chi vede la ferita. Nella lettera inviata il 29 giugno 2026 al cardinale Arthur Roche, Leone XIV ha scritto che la formazione liturgica «non è una specializzazione per pochi esperti, ma piuttosto una disposizione interiore di tutto il Popolo di Dio», e che va data priorità a coloro che, in virtù del sacramento dell’Ordine, sono chiamati a essere mistagoghi. Ha richiamato la fedeltà ai riti promulgati da san Paolo VI e da san Giovanni Paolo II, e ha detto che questo rispetto deve scaturire da un atteggiamento interiore di umiltà e di sincera fedeltà alla comunione ecclesiale. Sono parole che non lasciano scampo. Perché descrivono esattamente ciò che manca in troppe celebrazioni. Volendo proseguire in tale riflessione, il Dicastero per il Culto Divino ha promosso un incontro dal 14 al 19 agosto 2026 presso l’abbazia benedettina di Mount Angel, in Oregon: alcuni Cardinali, Vescovi e laici, di diverse provenienze ed esperienze ecclesiali, sono stati invitati per una riflessione


Come rettore di di uno studentato teologico ho la grazia di veder nascere e crescere i futuri sacerdoti. Purtroppo, troppi ministri sacri sono stati ordinati nel passato senza la formazione interiore ed esteriore che il rito esige. Non parlo solo di ignoranza di rubriche. Parlo di qualcosa di più profondo e più grave: di un’incapacità di abitare il mistero che si celebra. E oggi il Papa stesso conferma che questa preoccupazione non è di un singolo osservatore, ma della Sede di Pietro.

Prendiamo l’omelia. Quante volte l’assemblea è costretta ad ascoltare discorsi lunghi, costruiti come piccoli trattati personali, pieni di aneddoti privati, di citazioni erudite che servono più a mostrare la cultura del predicatore che a far risuonare la Parola. L’omelia diventa allora un monologo autoreferenziale, distaccato dal testo biblico del giorno, indifferente all’attualità che i fedeli portano nel cuore, sorda all’età, alla cultura, alle ferite di chi ascolta. Non è mistagogia: è soliloquio. Leone XIV, richiamando Desiderio desideravi, ha ricordato che i sacerdoti sono chiamati a «prendere per mano i fedeli e ad accompagnarli nella conoscenza dei santi misteri». Ma come si può accompagnare qualcuno se si parla soprattutto di sé?

Peggio ancora avviene nei gesti. Si vede sempre più spesso una moltiplicazione di segni che non appartengono al rito della riforma di Paolo VI. Segni di croce di patena e calice sul corporale durante l’offertorio presi dal rito tridentino; aggiunte di inchini e segni di croce persino del fragmentum consacrato sul calice con il Preziosissimo Sangue, cioè un segno sacramentale col Santissimo Sacramento sul Santissimo Sacramento stesso (!) genuflessioni con l’Ostia consacrata in mano prima di bere al calice nelle concelebrazioni, inchini prolungati all’altare quando si è in linea retta verso l’ambone prima di proclamare il Vangelo, scampanellate durante la liturgia eucaristica a ogni piè sospinto…

Si aggiungono gesti e segni dove l’Ordinamento Generale del Messale Romano non li prevede; si introducono orazioni e formule prese dal Messale del 1962 senza alcuna autorizzazione. Melius abundare quam deficere?

Tutto questo avviene, quasi sempre, senza che il celebrante abbia chiara coscienza del significato teologico né dell’uno né dell’altro rito. Si mescolano due grammatiche diverse come se fossero intercambiabili. Il risultato non è un arricchimento: è un ibrido confuso.

La riforma liturgica di Paolo VI non è un “minimo” al quale si possano aggiungere, per devozione personale, elementi del passato. È una riforma organica, pensata, deliberata, approvata dal Concilio e dai Papi successivi. Ha una sua teologia, una sua spiritualità, una sua ars celebrandi. Chi non la conosce in profondità e, per compensare, vi innesta gesti del rito precedente, non sta “arricchendo” la celebrazione: sta dichiarando, senza accorgersene, di non aver compreso né la liturgia antica né quella rinnovata. E proprio su questo punto il Papa è stato esplicito: «dobbiamo sottolineare la necessità della fedeltà ai testi e alle disposizioni approvati». E ha aggiunto che questo rispetto deve nascere da un atteggiamento interiore di apertura e di fiducia in Dio, di umiltà davanti alla sua grandezza e di sincera fedeltà alla comunione ecclesiale. Non da nostalgia, non da gusto estetico, non da arbitrarietà.

Le prime opportunità concrete di formazione liturgica, scrive ancora Leone XIV, si presentano ogni domenica, quando la Chiesa si riunisce per celebrare l’Eucaristia. Quelle celebrazioni devono essere profondamente formative, devono promuovere una comprensione sempre più profonda dell’ars celebrandi, espressa non soltanto dal celebrante, ma dall’intera assemblea. In questo modo i cattolici saranno formati sia alla liturgia sia dalla liturgia. Ma se il celebrante non è formato, se confonde i riti, se trasforma l’omelia in un monologo e i gesti in un collage, allora l’assemblea non viene formata: viene disorientata.

Formare i futuri presbiteri a questa fedeltà intelligente è il compito più urgente di un seminario. Non basta insegnare le rubriche. Occorre formare l’uomo interiore: l’uomo capace di tacere quando la Parola parla, di farsi piccolo quando il mistero è grande, di lasciare che il rito – e non la propria personalità – sia il vero protagonista. Occorre formare mistagoghi, non attori. Uomini che sappiano prendere per mano i fedeli e accompagnarli, non che li costringano a seguire i propri gusti estetici o le proprie lungaggini omiletiche.

La liturgia è ferita quando il ministro non sa più cosa sta facendo. È ferita quando l’omelia diventa un monologo e i gesti un collage. È ferita quando, per mancanza di formazione, si confonde la fedeltà con l’arbitrarietà e la tradizione con la nostalgia. Il Papa lo ha detto con chiarezza. Ora tocca a noi, formatori e celebranti, ascoltare.


Finché il celebrante salirà all’altare senza aver fatto pace interiore con la liturgia che la Chiesa gli consegna – quella di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, non un ibrido di sua invenzione – ogni domenica sarà un’occasione perduta. E il popolo di Dio continuerà ad avere fame di una Parola che non sente e di un rito che non comprende. La formazione liturgica non è un optional. È la condizione perché la Chiesa non smetta di pregare e non cominci, senza accorgersene, a recitare. Il Papa ha parlato. Tocca a noi rispondere.