Lavitola confessa di essere il mandante dell’azione contro il giornalista ma offre una spiegazione che il gip giudica inverosimile. Ranucci continua intanto a preparare la nuova stagione di Report, mentre la Rai valuta la relazione del Comitato etico e Salvini ne chiede la sospensione. Il rischio è che, nell’attesa che la magistratura accerti il movente, la vittima dell’attentato finisca sul banco degli imputati della politica.
La storia era già abbastanza assurda quando un uomo accusato di avere fatto esplodere una bomba davanti alla casa di un amico giornalista sosteneva di averlo fatto “per il suo bene”. Adesso rischia di diventarlo ancora di più: mentre Valter Lavitola ammette di essere il mandante dell’azione contro Sigfrido Ranucci e resta in carcere, è Ranucci a dover spiegare alla Rai i propri rapporti con lui, a vedere discussa pubblicamente la propria permanenza alla guida di Report e a sentirsi chiedere da un vicepresidente del Consiglio di “prendersi una pausa”. È legittimo interrogarsi sulle relazioni di un giornalista con una fonte. Molto meno legittimo sarebbe confondere queste domande con la responsabilità per un attentato del quale, allo stato degli atti, Ranucci risulta la vittima e non il complice.
Il caso Ranucci-Lavitola è diventato ormai una matrioska italiana nella quale ogni scatola ne contiene un’altra: l’attentato, l’amicizia, le fonti giornalistiche, i sondaggi politici, la Rai, il Comitato etico, le intercettazioni, il governo, l’opposizione, Bruxelles. E nel frattempo l’unica cosa che rischia di perdersi è proprio quella più semplice: la distinzione tra ciò che sappiamo, ciò che sospettiamo e ciò che qualcuno vorrebbe politicamente far credere.
Quello che sappiamo è già abbastanza clamoroso. Lavitola ha ammesso davanti al gip di essere stato il mandante dell’azione contro Ranucci. Ma ha introdotto una distinzione che sembra uscita da un romanzo grottesco: sostiene di non avere ordinato la bomba, bensì quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della villetta. L’intimidazione, secondo la sua versione, avrebbe dovuto provocare un rafforzamento della scorta del giornalista e quindi proteggerlo da minacce più serie. Il gip Iole Moricca non ha trovato convincente questa ricostruzione, giudicando il movente privo di riscontri e mantenendo Lavitola in carcere.
Adesso la difesa annuncia il ricorso al Tribunale del Riesame e valuta persino un nuovo interrogatorio davanti ai pubblici ministeri. È comprensibile: la confessione ha sciolto un nodo e ne ha creati dieci. Perché organizzare davvero un attentato per aumentare la sicurezza di un amico? Perché rivolgersi a uomini capaci di trasformare alcuni ipotetici colpi contro una parete in un ordigno esplosivo? Quanto sapeva Lavitola delle modalità concrete dell’azione? E soprattutto: qual era il vero fine? Il carcere resta proprio perché, nella valutazione del gip, la confessione non ha eliminato queste zone d’ombra.
È sul movente che l’inchiesta diventa ancora più surreale. Dalle conversazioni acquisite dagli investigatori emerge un Lavitola affascinato dall’idea di un futuro politico di Ranucci. Lo incoraggia, ne immagina il potenziale elettorale, ragiona sulla possibilità di trasformarlo in un leader. RaiNews riferisce di chat nelle quali Lavitola lo descrive come uno dei pochi possibili leader “potabili”. E il 14 agosto Stefano Cappellini ha raccontato su Repubblica che già a metà febbraio l’ex direttore dell’Avanti! lo aveva contattato annunciandogli: «Sta per scendere in campo un big». Quel “big”, nel contesto ricostruito successivamente, era Ranucci.
Qui bisogna però usare il bisturi, non l’accetta. Che Lavitola immaginasse Ranucci in politica è documentato. Che questo fosse il movente della bomba è invece un’ipotesi investigativa ancora da dimostrare. E soprattutto non risulta, allo stato delle carte note, che Ranucci avesse concordato l’attentato o fosse consapevole di un simile progetto. Le ricostruzioni dell’inchiesta fin qui pubblicate sottolineano anzi l’assenza di elementi che dimostrino un accordo del giornalista con Lavitola.
Questa distinzione dovrebbe essere banale. Invece è diventata politicamente esplosiva. Perché nel frattempo il caso giudiziario si è trasformato nel “caso Ranucci”. Non più soltanto: chi ha messo la bomba e perché? Ma: Ranucci può ancora condurre Report? Ranucci ha gestito correttamente le sue fonti? Ranucci ha parlato male dei vertici Rai? Ranucci ha inoltrato a Lavitola una mail aziendale riservata? Ranucci ha compromesso l’immagine dell’azienda?
Sono domande diverse e alcune sono perfettamente legittime. L’amicizia fra un giornalista d’inchiesta e un uomo come Lavitola merita un esame professionale serio. Il rapporto fra fonte e cronista non è un territorio senza regole. Una comunicazione interna della Rai non dovrebbe automaticamente diventare materiale da condividere all’esterno. E neppure un giornalista famoso può rivendicare una zona franca dalla deontologia soltanto perché il suo lavoro è importante. Il Comitato etico della Rai ha infatti esaminato anche messaggi e comportamenti potenzialmente rilevanti sotto questo profilo e ha consegnato la propria relazione all’amministratore delegato Giampaolo Rossi, che dovrà ora valutarla.
Ma proprio perché queste domande sono legittime non devono essere contaminate da un processo politico sommario.
Ranucci ha affrontato una lunga audizione davanti al Comitato etico. Il suo avvocato Roberto De Vita sostiene che abbia risposto puntualmente e fornito elementi capaci di fugare i dubbi sulla correttezza delle inchieste e sulla gestione della redazione. Questa è naturalmente la posizione della difesa del giornalista, mentre il contenuto della relazione del Comitato resta riservato. La Rai, almeno al momento, non ha annunciato alcun passo indietro del conduttore: Ranucci continua a lavorare al nuovo ciclo di Report e ha proseguito gli incontri con il direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini.
La scelta mi sembra quella giusta, almeno finché non emergano fatti nuovi. Perché una cosa è verificare la correttezza professionale di Ranucci; altra cosa è sospenderlo sulla base dell’onda emotiva prodotta da un’inchiesta della quale è parte offesa. Il principio dovrebbe valere indipendentemente da quanto si ami o si detesti Report. Il servizio pubblico deve poter controllare i propri giornalisti, ma la politica non può sostituirsi al datore di lavoro, al Comitato etico e tantomeno alla magistratura.
È qui che le dichiarazioni di Matteo Salvini sollevano un problema che va oltre Ranucci. Il vicepresidente del Consiglio ha detto che Report dovrebbe continuare ma che il suo conduttore dovrebbe prendersi una “pausa” finché non sarà fatta chiarezza sui rapporti con Lavitola. Si può condividere o meno il giornalismo di Ranucci, si possono contestare le sue inchieste, si può perfino ritenere sbagliato il modo in cui ha gestito alcune fonti. Ma quando un membro del governo indica pubblicamente chi dovrebbe o non dovrebbe condurre un programma del servizio pubblico, la questione cessa di essere soltanto televisiva. Diventa istituzionale.
Sandro Ruotolo ha portato il caso alla Commissione europea richiamando l’European Media Freedom Act. Naturalmente anche questa iniziativa appartiene alla dialettica politica e non equivale a una pronuncia europea contro il governo italiano. Ma il tema sollevato esiste: l’EMFA è stato concepito proprio per rafforzare l’indipendenza editoriale e proteggere i media, compresi quelli di servizio pubblico, da indebite pressioni politiche.
Il paradosso è evidente. Un giornalista subisce un attentato. L’uomo che gli era amico confessa di averlo organizzato. Il magistrato non crede alla spiegazione fornita dal mandante. E mentre l’inchiesta cerca ancora il vero movente, una parte della politica discute se debba essere proprio il giornalista a lasciare temporaneamente la sua trasmissione.
È una torsione che dovrebbe preoccupare anche chi non sopporta Ranucci.
La libertà di stampa non consiste nel difendere soltanto i giornalisti che ci piacciono. Se fosse così, sarebbe una forma raffinata di tifo. Consiste nel pretendere che un giornalista possa essere criticato, controllato e, quando sbaglia, sanzionato secondo regole professionali trasparenti, ma non rimosso perché il potere politico lo considera scomodo. Oggi si chiama Ranucci; domani potrebbe chiamarsi in un altro modo e avere idee completamente diverse.
Esiste poi un punto sul quale la stessa categoria giornalistica dovrebbe riflettere senza corporativismi. Le fonti non sono amici come gli altri. Una fonte può aiutarti e manipolarti contemporaneamente. Può consegnarti una notizia vera perché vuole ottenere un risultato falso. Può diventare familiare proprio per abbassare le difese professionali del giornalista. Se l’inchiesta dimostrerà che Lavitola stava costruendo intorno a Ranucci un progetto politico senza che quest’ultimo ne comprendesse la portata, avremo davanti un caso quasi da manuale sulla capacità di una fonte di tentare di trasformare il cronista da osservatore in personaggio della storia che sta raccontando.
Ed è forse questa la parte più inquietante dell’affaire. Lavitola avrebbe visto in Ranucci non soltanto un amico, ma una possibile creatura politica. Avrebbe sondato il consenso, immaginato scenari, contattato giornalisti parlando della discesa in campo di un “big”. Poi arriva l’attentato. La Procura deve ancora dimostrare se le due cose appartengano davvero allo stesso progetto. Ma proprio perché questa è l’ipotesi da verificare, bisognerebbe evitare di completare oggi politicamente il lavoro che Lavitola avrebbe fantasticato: trasformare Ranucci da giornalista in personaggio politico.
Ranucci deve rispondere delle proprie scelte professionali. Se ha commesso errori deontologici, la Rai ha il dovere di valutarli. Se una fonte ha influenzato un’inchiesta, occorre accertarlo. Se sono state violate regole aziendali, non esistono intoccabili. Ma tutto questo deve avvenire sui fatti, non sulle insinuazioni. E soprattutto senza la mostruosa inversione per cui l’attentato subito diventa la ragione per mettere sotto processo la carriera della vittima.
Nei prossimi giorni arriverà il ricorso di Lavitola al Riesame. I quattro uomini indicati dalla Dda come esecutori materiali intendono essere interrogati alla luce della confessione del presunto mandante. Cellulare e computer di Lavitola saranno analizzati e, una volta conclusi gli accertamenti tecnici, probabilmente a settembre, Ranucci potrebbe essere nuovamente ascoltato dai magistrati come persona informata sui fatti. L’inchiesta, dunque, è tutt’altro che terminata.
E forse sarebbe salutare che anche la politica imparasse, per una volta, ad aspettare i fatti.
Perché il punto non è santificare Sigfrido Ranucci. I giornalisti non hanno bisogno di santini e Report non ha bisogno di immunità. Il punto è conservare la proporzione delle cose. Lavitola ha confessato di avere commissionato un’azione violenta. Il movente resta oscuro. Il giudice non crede alla sua spiegazione. Il giornalista nega qualsiasi conoscenza del piano. La Rai sta verificando le questioni deontologiche di propria competenza.
In questa situazione, la domanda corretta non è ancora «come mandiamo via Ranucci?».
È: che cosa è realmente accaduto?
Sembra poco. È invece l’essenza del giornalismo, della giustizia e, in fondo, di una democrazia adulta: prima i fatti, poi i giudizi.
Il resto è propaganda.
E una bomba, per quanto assurda sia la storia che la circonda, dovrebbe almeno insegnarci a non giocare con le micce.
Lavitola resta in carcere e ricorrerà al Riesame; il gip giudica inverosimile il movente dichiarato, mentre la Procura indaga sul possibile progetto politico costruito intorno a Ranucci. Il conduttore, intanto, continua a preparare Report e la Rai valuta la relazione del Comitato etico. Verificare i suoi comportamenti professionali è legittimo; trasformare la vittima dell’attentato nell’imputato politico della vicenda sarebbe invece un cortocircuito pericoloso per il servizio pubblico e per la libertà di stampa.
