Mentre la Caroline Bezengi continua a sanguinare greggio sulle barriere coralline omanite, i conflitti che l’hanno generata spargono nell’atmosfera quantità di gas serra equivalenti alle emissioni annuali di intere nazioni europee.
La macchia nera che ha raggiunto le spiagge dell’Oman non è solo un disastro marino. È il punto d’incontro tra la guerra, il petrolio delle “flotte fantasma” e il cambiamento climatico. Dalle terre ucraine devastate da quattro anni di conflitto e dai territori iraniani scossi dagli scontri recenti salgono centinaia di milioni di tonnellate di CO₂: la stessa violenza che ha lasciato arenata la Caroline Bezengi sta anche riscaldando il pianeta. Un ambientalista cattolico non può separare queste ferite. Sono un’unica ferita inflitta alla Creazione.
C’è un’isola senza nome per i più, al-Qibiliyyah, a cinquanta chilometri dalla costa dell’Oman. Disabitata, custodisce tartarughe, megattere e una barriera corallina che da secoli respira nell’acqua limpida. Intorno a lei, da settimane, si è stesa una macchia nera che ha già toccato i duemila chilometri quadrati. È il greggio della Caroline Bezengi, petroliera della “flotta fantasma” russa, partita da Novorossijsk con ottocentomila barili e finita, dopo un’esplosione davanti allo Yemen e un lungo aggirarsi tra sanzioni e monsoni, a spezzarsi lentamente contro quel pezzo di creazione.
Un cristiano che guarda la terra come dono ricevuto non può leggere questa notizia come un semplice incidente tecnico. La vede come una ferita aperta sul corpo vivo del pianeta. E la ferita non è solo nera: è anche invisibile. Le stesse guerre che hanno messo in mare quella nave stanno riversando nell’atmosfera quantità mostruose di anidride carbonica. In quattro anni di invasione russa dell’Ucraina, le terre ucraine e i fronti di combattimento hanno generato oltre 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente: quanto emette in un anno intero la Francia. Incendi di paesaggio, carburante militare, infrastrutture energetiche distrutte, ricostruzioni future: tutto brucia. Dall’altra parte del mondo, i recenti scontri che coinvolgono l’Iran – attacchi a depositi di combustibile, infrastrutture e operazioni aeree – hanno già liberato, solo nelle prime due settimane, circa cinque milioni di tonnellate di gas serra. Piccoli numeri a confronto, ma sufficienti a ricordare che ogni teatro di guerra è anche un forno climatico.
Papa Francesco, nella Laudato si’, ha scritto che “tutto è connesso”. Qui la connessione è nuda e crudele: la guerra in Europa e in Medio Oriente diventa olio nero sulle spiagge dell’Oman e, allo stesso tempo, diventa CO₂ che accelera il riscaldamento globale. Le tartarughe che muoiono soffocate dal greggio e le foreste ucraine che bruciano sono due facce della stessa ingiustizia. Non c’è ecologia integrale senza pace. Non c’è custodia del creato se continuiamo a trattare gli oceani e i cieli come discariche di seconda categoria, utili solo quando servono a muovere energie e interessi.
La Caroline Bezengi non è affondata per un errore di navigazione isolato. Porta con sé il peso di un conflitto che ha reso le navi fantasma, gli attacchi non rivendicati e le zone di non-intervento. I fondi internazionali di compensazione si sono tirati indietro: è “atto di guerra”, dicono. E così, mentre i venti monsonici impedivano i soccorsi e le boe arrancavano, la chiazza cresceva. L’impotenza non è solo tecnica. È morale. È il frutto di un mondo che ha messo la geopolitica del petrolio davanti alla vita delle creature e alla dignità dei luoghi.
Eppure, anche in questa scena di abbandono, qualcosa resiste. Le autorità omanite hanno ristretto l’area a quattrocento chilometri quadrati. Si parla di barriere galleggianti, di trasferimento del carico residuo, di tentativi di stabilizzare lo scafo prima che si spezzi del tutto e scarichi le centosessantamila tonnellate che ancora porta. Piccoli gesti di resistenza. Non bastano, certo. Ma ricordano che la responsabilità non è mai soltanto degli altri: è anche nostra, ogni volta che scegliamo di guardare altrove o di accettare che “è la guerra” giustifichi ogni disastro – sia esso una chiazza di greggio o una nube di carbonio.
La Caroline Bezengi è ancora là, a poca distanza da al-Qibiliyyah. Può spezzarsi. Può spargere il suo carico. Oppure, se la volontà umana si sveglia prima del vento e delle onde, può essere svuotata e rimossa. La differenza non sarà solo tecnica. Sarà spirituale. Sarà la differenza tra chi tratta il creato come un teatro di guerra – dove le terre ucraine e iraniane bruciano CO₂ e i mari omaniti annegano nel petrolio – e chi lo riconosce, ancora, come un luogo di alleanza. Perché ogni goccia di greggio e ogni tonnellata di anidride carbonica sono, in fondo, la stessa domanda rivolta alla nostra coscienza: fino a quando continueremo a ferire ciò che ci è stato affidato?
