La Corte Suprema conferma l’estromissione del partito pacifista dalle elezioni del 20 settembre, mentre uno dei suoi leader, Lev Schlossberg, viene condannato a oltre undici anni di colonia penale. Non è soltanto una vicenda giudiziaria: è il segno di una Russia nella quale persino chiedere la fine della guerra rischia di diventare una colpa politica.


C’è qualcosa di più inquietante di un governo che teme i propri avversari: un governo che comincia a temere perfino le parole. Pace, cessate il fuoco, libertà, elezioni. Parole apparentemente innocue che nella Russia di Vladimir Putin stanno acquistando il peso di un atto di insubordinazione. L’esclusione di Jabloko dalle elezioni per la Duma e la condanna del suo vicepresidente Lev Schlossberg raccontano così una trasformazione profonda: la guerra non si combatte più soltanto oltre il confine ucraino. La guerra entra nelle aule dei tribunali, nelle università, nelle case dei cittadini e infine nelle urne, fino a decidere chi possa presentarsi davanti agli elettori e chi debba invece scomparire dalla scena pubblica.

Una democrazia non si misura soltanto dal fatto che si aprano i seggi. Si misura soprattutto dalla possibilità che qualcuno possa presentarsi a quei seggi dicendo ciò che il potere non vuole sentirsi dire.

È precisamente questo il cuore della vicenda di Jabloko. La Corte Suprema russa ha respinto il ricorso del partito contro l’esclusione dalle elezioni del 20 settembre per la Duma. Quasi contemporaneamente, a Pskov, Lev Schlossberg, intellettuale, vicepresidente del partito e una delle voci russe più riconoscibili contro la guerra, è stato condannato a undici anni e un mese di colonia penale.

Due sentenze diverse, un solo messaggio politico: lo spazio del dissenso si restringe ancora.

Jabloko non rappresenta una forza rivoluzionaria né un movimento clandestino. È una formazione politica che ha scelto di contestare apertamente la prosecuzione della guerra contro l’Ucraina e di sostenere la necessità di arrivare a un cessate il fuoco. Proprio per questo la sua esclusione assume un valore che supera infinitamente la percentuale che avrebbe potuto raccogliere alle urne.

Perché il punto non è sapere quanti deputati avrebbe eletto.

Il punto è sapere se un cittadino russo abbia ancora diritto di trovare sulla scheda elettorale qualcuno che dica: questa guerra deve finire.

La risposta che arriva da Mosca appare ogni giorno più preoccupante.

Le immagini dei giovani accorsi davanti alla Corte Suprema con la mela, simbolo del partito, sono forse persino più eloquenti delle sentenze. Prima i sorrisi, poi i fermi, quindi la paura. Secondo quanto riferito, almeno 55 persone sarebbero state portate in questura. È quasi una parabola del funzionamento della repressione: il potere non deve necessariamente incarcerare milioni di cittadini. Gli basta convincerne milioni che potrebbe farlo.

La paura diventa allora un potentissimo strumento politico.

E quando la paura entra nella politica, anche le elezioni cambiano natura. Rimangono le schede, i seggi, i candidati, le commissioni elettorali. Ma viene progressivamente meno ciò che dà significato a tutte queste procedure: la possibilità concreta di scegliere.

Particolarmente controversa appare inoltre la motivazione utilizzata contro Jabloko. Al partito viene contestato un contributo di appena 16.900 rubli proveniente da cittadini che avrebbero ricevuto fondi dall’estero. Jabloko sostiene però di aver applicato ai rendiconti degli altri partiti gli stessi criteri utilizzati contro di sé, arrivando a individuare oltre 1,15 miliardi di rubli di donazioni riconducibili, secondo quella medesima logica, a rapporti economici con l’estero. Una parte consistente riguarderebbe Russia Unita, il partito di Vladimir Putin.

È qui che la questione smette di essere soltanto contabile.

Una legge, anche severa, può essere discussa. Ciò che mina alla radice lo Stato di diritto è invece la percezione che quella stessa legge possa cambiare peso a seconda di chi debba essere giudicato. Se una norma diventa inflessibile con l’oppositore e improvvisamente elastica con il potente, non siamo più davanti alla semplice applicazione del diritto: siamo davanti al rischio che il diritto venga trasformato in strumento di selezione politica.

Jabloko chiedeva esattamente questo: o annullare l’esclusione oppure applicare gli stessi criteri a tutti.

Non è accaduto.

Ma forse il dato politicamente più interessante è proprio la necessità di arrivare all’esclusione. Un potere sicuro di sé non dovrebbe avere paura di un piccolo partito pacifista. Potrebbe lasciarlo parlare, concorrere e magari perdere.

Quando invece il dissenso deve essere eliminato prima ancora che arrivi davanti agli elettori, nasce inevitabilmente una domanda: che cosa teme il Cremlino?

La risposta potrebbe trovarsi non soltanto nella forza dell’opposizione organizzata, ma in qualcosa di assai più difficile da controllare: la stanchezza.

Ogni guerra, anche quella accompagnata dalla più potente propaganda, produce lutti, feriti, assenze, impoverimento, famiglie spezzate, vite sospese. E soprattutto produce, con il trascorrere degli anni, domande. Perché continuiamo? Per quanto tempo ancora? A quale prezzo? Per quale risultato?

Sono domande elementari. E proprio per questo possono diventare politicamente esplosive.

La repressione contro chi ha sostenuto il Fondo anticorruzione fondato da Aleksej Navalny sembra inserirsi nello stesso quadro. Secondo Mediazona, già nell’aprile 2026 erano almeno 225 i procedimenti penali aperti per donazioni effettuate dopo che l’organizzazione era stata vietata. La perquisizione e il fermo del professore Igor Zaitsev, vicedecano della Facoltà di Filosofia, Teologia e Studi religiosi dell’Università europea di San Pietroburgo, mostrano quanto possa diventare capillare il controllo: non soltanto politici e attivisti, ma docenti, cittadini, persone che magari anni prima hanno effettuato una donazione.

La repressione cambia così scala. Non colpisce più soltanto chi guida una protesta. Raggiunge chi ha finanziato, sostenuto, condiviso, frequentato, ricordato.

Fino a insinuare l’idea che il semplice avere avuto simpatia per un’opposizione possa trasformarsi, domani, in elemento d’accusa.

C’è poi una contraddizione che riguarda direttamente la guerra. Mosca sostiene di combattere per la sicurezza della Russia. Ma quale sicurezza può nascere da una società nella quale un cittadino deve temere di esprimere pubblicamente il desiderio della pace?

La pace non appartiene a un partito. Non è di destra né di sinistra, occidentale o russa. È il primo interesse di chi manda un figlio al fronte, di chi aspetta qualcuno che potrebbe non tornare, di chi vede una generazione consumata dentro una guerra della quale non riesce più a intravedere la conclusione.

Per un cristiano esiste inoltre un punto dal quale non si può arretrare. La persona non può mai essere ridotta a materiale della storia, né il bene della patria può essere identificato automaticamente con la volontà di chi esercita il potere. La politica resta servizio alla dignità dell’uomo oppure degenera, anche quando continua a chiamarsi politica.

Non si tratta di ignorare le responsabilità, le paure o le ragioni di sicurezza che attraversano la società russa. Si tratta di riaffermare qualcosa di molto più semplice: domandare la fine di una guerra non può essere considerato di per sé un delitto contro la patria.

Una nazione è più grande del suo governo.

E amare il proprio Paese può significare anche opporsi alle decisioni di chi lo governa.

Forse è proprio questa la verità che ogni autoritarismo fatica ad accettare: il dissenso non è necessariamente tradimento. Talvolta è la forma più dolorosa della fedeltà alla propria coscienza e alla propria gente.

Putin può togliere Jabloko dalla scheda elettorale. Può mettere Schlossberg dietro le sbarre. Può perseguire chi ha finanziato Navalny e disperdere i giovani davanti a un tribunale.

Molto più difficile sarà cancellare la domanda che ormai attraversa una parte della società russa: fino a quando?

Perché le guerre possono essere imposte dall’alto. La stanchezza delle guerre, invece, nasce dal basso.

E nessuna Corte Suprema può dichiararla illegale.


L’esclusione di Jabloko mostra il vero salto di qualità della repressione russa: non basta più punire chi protesta contro la guerra, occorre impedire che la richiesta di pace possa trasformarsi in una scelta elettorale. Ma quando un potere comincia ad avere paura perfino di una scheda, forse significa che ha già cominciato ad avere paura dei propri cittadini.