Il prof. Luciano Vasapollo racconta a Mediafighter il suo recente viaggio nell’isola: blackout, scarsità d’acqua, trasporti paralizzati, medicine difficili da reperire e reti spontanee di solidarietà. L’economista parla di «guerra economica» e arriva a usare la parola «genocidio». Alfonso Bruno lo incalza sulle responsabilità degli Stati Uniti, ma chiede anche del governo cubano, mettendo al primo posto la persona senza canonizzare né socialismo, né capitalismo.
Intervista di Alfonso Bruno, direttore di Mediafighter, a Luciano Vasapollo
Ci sono guerre che arrivano sui nostri schermi con il fragore delle esplosioni. E ce ne sono altre nelle quali non si vedono carri armati nelle strade né edifici sventrati, ma nelle case manca la corrente, le pompe dell’acqua smettono di funzionare, gli autobus non passano, gli ospedali devono fare i conti con la scarsità di carburante e le famiglie imparano a dividere ciò che resta.
Luciano Vasapollo, economista, docente universitario e da anni impegnato nelle reti internazionali di solidarietà con Cuba, torna dall’isola con un racconto radicale, appassionato, inevitabilmente schierato. «Ho visitato un Paese in guerra», dice. Non una guerra convenzionale, precisa, ma una «guerra economica, finanziaria e commerciale».
La situazione energetica cubana nel 2026 è effettivamente precipitata. Il 23 aprile alcuni esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno formalmente sollevato con Washington la questione degli effetti sui diritti umani delle misure statunitensi sul carburante, indicando conseguenze per sanità, alimentazione, scuola, acqua e servizi igienico-sanitari. Il 3 agosto Cuba ha subito un nuovo collasso della rete elettrica nazionale, mentre il 20 agosto Washington ha annunciato un ulteriore pacchetto di sanzioni.
Ma proprio perché il dramma umano è troppo serio per essere ridotto a propaganda, a Vasapollo abbiamo posto anche le domande scomode: è corretto parlare di genocidio? Tutto ciò che non funziona a Cuba può essere attribuito agli Stati Uniti? E si può difendere il diritto dei cubani a non essere strangolati economicamente senza chiudere gli occhi davanti ai limiti politici ed economici del sistema cubano?
Professor Vasapollo, lei è appena tornato da Cuba. Mi ha detto una frase molto forte: “Ho visitato un Paese in guerra”. Eppure a L’Avana non cadono bombe. Che cosa intende?
Intendo dire che siamo troppo abituati ad associare la guerra soltanto alle bombe, ai morti per strada, agli edifici distrutti. Ma esistono guerre che utilizzano altri strumenti. Quello che ho visto a Cuba è l’effetto di una pressione economica, commerciale, finanziaria ed energetica che entra nella vita quotidiana delle persone.
La contrapposizione con gli Stati Uniti dura praticamente dalla Rivoluzione, mentre l’embargo nella sua forma istituzionale risale al 1962. Oggi, però, la pressione sul settore energetico ha prodotto una situazione che, rispetto al viaggio che avevo fatto a marzo, ho trovato drasticamente peggiorata.
Quando manca il combustibile non significa soltanto che non puoi utilizzare l’automobile. Significa che si fermano i trasporti, che diventa difficile raggiungere il luogo di lavoro, che soffrono la produzione industriale e agricola, i servizi pubblici, gli ospedali. Significa mettere in crisi l’intera organizzazione materiale della società.
Lei parla spesso di “blocco totale del combustibile”. Però qualche eccezione esiste. Nei mesi scorsi, per esempio, sono state consentite forniture destinate al settore privato cubano e a fine marzo Washington lasciò passare una petroliera russa diretta a Matanzas. Non è dunque più corretto parlare di una fortissima restrizione piuttosto che di un isolamento energetico assoluto?
Le eccezioni non modificano, a mio giudizio, la natura generale della pressione. Anzi, mostrano un altro problema: se il carburante arriva attraverso circuiti molto limitati e a prezzi che la maggioranza dei lavoratori cubani non può sostenere, si produce una frattura sociale.
La petroliera russa arrivata a marzo fu certamente importante. Portò una quantità significativa di greggio e diede un po’ di respiro. Ma era una soluzione temporanea rispetto ai bisogni strutturali di un Paese intero. La situazione energetica che ho trovato successivamente resta pesantissima.
E poi bisogna guardare all’effetto complessivo sulla vita quotidiana. Se un bene teoricamente può entrare, ma banche, assicurazioni, armatori, operatori commerciali e imprese temono sanzioni o conseguenze indirette, l’effetto economico rimane enorme.
*La petroliera russa Anatoly Kolodkin arrivò effettivamente a Cuba alla fine di marzo con circa 700.000 barili di greggio, dopo che l’amministrazione statunitense ne aveva consentito il passaggio per ragioni umanitarie. Reuters ha inoltre documentato nel 2026 limitate esportazioni statunitensi di carburante destinate al settore privato cubano. *
Al di là della geopolitica, che cosa ha visto concretamente nelle case cubane?
Ho visto persone adattare l’intera giornata alla presenza o all’assenza della corrente elettrica. Quando l’elettricità torna per qualche ora devi fare tutto: cucinare, caricare un telefono, cercare di conservare qualcosa, organizzare ciò che normalmente diamo per scontato.
La mancanza di energia colpisce anche l’acqua, perché se non funzionano le pompe elettriche l’acqua non arriva. Ho incontrato situazioni nelle quali le famiglie raccontavano di essere rimaste senza una distribuzione regolare per periodi lunghissimi.
E allora nasce una forma di organizzazione dal basso che mi ha colpito profondamente. Una famiglia ha un po’ d’acqua e la divide con quella accanto. Qualcuno riesce a cucinare del riso e invece di prepararne soltanto per sé ne cucina di più per distribuirlo. Con le taniche si porta l’acqua da una casa all’altra.
Io la chiamo resistenza creativa. Ma attenzione: non dobbiamo romanticizzare la sofferenza. Sarebbe offensivo. È bello vedere la solidarietà; non è bello essere costretti a esercitarla perché manca un bene essenziale.
Lei insiste molto sulla questione sanitaria. Che cosa l’ha colpita di più?
Il pensiero che un’interruzione elettrica, in determinate condizioni, possa trasformarsi da disagio in pericolo per la vita. Un ospedale non è un’abitazione. Ha bisogno di energia continua, di apparecchiature, di farmaci, di refrigerazione, di trasporti.
Quando una crisi energetica investe contemporaneamente gli ospedali, le ambulanze, l’approvvigionamento dei medicinali e la possibilità stessa dei pazienti di raggiungere le strutture sanitarie, non stiamo più parlando semplicemente di un problema economico.
Ed è questo che vorrei arrivasse in Europa: dietro le parole “sanzioni”, “misure economiche”, “pressione internazionale” esistono corpi, malati, bambini, anziani. L’economia non è mai soltanto un grafico.
Arriviamo allora alla parola più controversa del suo racconto. Lei parla di “genocidio”. È un termine giuridicamente enorme. L’ONU ha ripetutamente chiesto la fine dell’embargo, ma non risulta che le Nazioni Unite abbiano formalmente dichiarato che contro Cuba sia in corso un genocidio. Non rischiamo, usando quella parola, di indebolire proprio la denuncia che vogliamo fare?
Capisco perfettamente l’obiezione. Io utilizzo quella parola riferendomi alla natura e agli effetti di politiche che, a mio giudizio, vengono perseguite sapendo che provocheranno sofferenza nella popolazione civile.
Non sto dicendo che la situazione cubana sia identica a una guerra nella quale vengono bombardate città o massacrate direttamente le persone. Le forme sono evidentemente differenti.
Il punto è un altro: quando deliberatamente si impedisce o si rende estremamente difficile l’accesso di una popolazione a energia, alimenti, medicinali, trasporti e beni indispensabili alla vita, dobbiamo interrogarci sulle conseguenze umane di ciò che stiamo facendo.
Possiamo discutere il termine giuridico. Anzi, è giusto farlo. Ma non possiamo permettere che la disputa terminologica faccia sparire le persone che stanno soffrendo.
Questa distinzione è importante. Nel 2025 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha chiesto ancora una volta la fine dell’embargo statunitense, con 165 voti favorevoli, 7 contrari e 12 astensioni. Nel luglio 2026 l’Assemblea è tornata a discutere la questione proprio alla luce della crisi energetica. Dunque esiste una fortissima contestazione internazionale delle sanzioni, ma questo non equivale automaticamente a una qualificazione giuridica come genocidio.
Esattamente. E io credo che occorra partire proprio dai fatti. Possiamo avere giudizi differenti sulla Rivoluzione cubana, sul socialismo, su Fidel Castro, sull’attuale governo. Ma dovrebbe esistere un terreno comune: non si affama un popolo per ottenere un cambiamento politico.
Questa dovrebbe essere una posizione comprensibile a un socialista, a un liberale, a un cristiano, a chiunque creda nel diritto dei popoli all’autodeterminazione.
Però qui devo rivolgerle l’altra domanda scomoda. Possiamo attribuire solo al bloqueo ogni problema dell’economia cubana? Esistono per caso, anche errori di programmazione, produttività insufficiente, una burocrazia pesante, infrastrutture energetiche vecchie. Persino analisi internazionali critiche verso Washington riconoscono una responsabilità del sistema economico cubano. Lei lo ammette?
Certamente Cuba può commettere errori. Nessuna persona seria può sostenere che ogni scelta compiuta in sessantasette anni sia stata perfetta.
Ci sono problemi di efficienza, problemi burocratici, ritardi. Il governo cubano stesso sta facendo correzioni, introducendo nuove forme economiche, tentando di dare maggiore spazio ad alcune attività private e cercando capitali esteri.
Ma bisogna distinguere una critica economica dall’asfissia economica.
Se io penso che Cuba debba cambiare una politica economica, la critico. Se penso che una scelta del governo sia sbagliata, lo dico. Ma un altro Paese non può decidere di rendere impossibile il funzionamento della tua economia per costringerti a cambiare sistema politico.
Oggi le due cause vengono spesso mescolate: limiti interni e pressione esterna. Sono entrambe reali, ma la seconda moltiplica gli effetti della prima.
È sostanzialmente anche la conclusione di analisi indipendenti recenti: la crisi cubana nasce da una combinazione di politiche ed errori interni e di una pressione esterna statunitense eccezionalmente pesante.
Sono d’accordo sulla necessità di distinguere i livelli. Quello che contesto è il racconto secondo il quale le sanzioni non avrebbero praticamente alcun effetto e tutto dipenderebbe dal socialismo. Basta osservare quello che accade alle transazioni finanziarie o alle compagnie che devono decidere se lavorare con Cuba per capire che non è così.
Lei mi raccontava dei settemila container fermi nei porti dei Caraibi. È una cifra impressionante, ma va precisato che proviene dal governo cubano e non risulta verificata autonomamente in ogni singolo caso. Che cosa significa concretamente?
Certo, è un dato fornito dalle autorità cubane, e bisogna presentarlo come tale. Ma rende l’idea di quello che significa l’extraterritorialità delle sanzioni.
Un’azienda può decidere di non commerciare con Cuba non necessariamente perché esista un divieto materiale per quella specifica merce, ma perché teme problemi con banche statunitensi, assicurazioni, pagamenti, navi, transazioni future.
E in quei container, secondo quanto ci è stato riferito, ci sono alimenti, medicinali, materiale destinato alle infrastrutture energetiche e idriche. Non stiamo parlando di beni di lusso.
Alla fine di luglio il vicepremier e ministro cubano del Commercio estero Óscar Pérez-Oliva Fraga ha effettivamente denunciato oltre 7.000 container bloccati o ritardati in porti internazionali a causa delle conseguenze delle sanzioni. La cifra resta una dichiarazione ufficiale cubana.
In questo quadro lei mi ha descritto anche una sorta di ritorno all’inventiva: motorini elettrici, pannelli solari sui vecchi furgoni, condivisione delle automobili. Che Cuba ha visto?
Una Cuba che cerca di arrangiarsi continuamente.
Ho visto vecchi mezzi adattati, piccoli pannelli solari utilizzati dove possibile, motorini elettrici sempre più diffusi. La Cina sta contribuendo molto alla diffusione del fotovoltaico e questo potrebbe rappresentare una parte della soluzione.
Quando c’è una macchina disponibile, non parte con una persona: ci si organizza per salirci in cinque o sei. Per lavarsi si mette l’acqua al sole. Si recupera tutto.
Sono cose semplici, quasi primitive per certi aspetti, e contemporaneamente molto moderne per altri: una società costretta dalla scarsità sta accelerando forme di condivisione e di transizione energetica.
Ripeto però: non trasformiamo la necessità in poesia. Un popolo ha diritto all’elettricità, all’acqua e ai trasporti. Non dobbiamo celebrare il fatto che sia costretto a inventarsi continuamente un modo per sopravvivere.
Eppure lei racconta soprattutto sorrisi. Non c’è il rischio dello sguardo del visitatore solidale che vede la dignità e non vede la disperazione di chi magari vorrebbe soltanto andarsene? Cuba negli ultimi anni ha conosciuto anche un’emigrazione gigantesca.
Sarebbe sbagliato negarlo. Ci sono persone stanche. Ci sono persone che partono. Ci sono persone che non condividono il governo, persone che non sono comuniste, persone che desiderano un’altra vita.
Io però racconto ciò che ho incontrato.
E quello che mi impressiona ogni volta è una capacità comunitaria che persiste anche in condizioni durissime. Durante i blackout la gente scende sotto casa, si siede sui muretti, parla. I giovani stanno insieme. Se qualche telefono ha ancora batteria, si ascolta un po’ di musica.
Mi ha ricordato certi paesi della Calabria e della Sicilia di molti decenni fa: quando non avevamo molto, ma avevamo ancora il tempo e la necessità di stare insieme.
Non voglio idealizzarlo. Il sorriso cubano non cancella la sofferenza. Ma nemmeno la sofferenza è riuscita, almeno per ora, a cancellare completamente la dimensione comunitaria.
Lei mi ha detto una cosa apparentemente paradossale: “Non chiamatela crisi umanitaria”. Perché? Se mancano medicinali, acqua, elettricità e cibo, che cos’è se non un’emergenza umanitaria?
Il punto è politico.
Io temo l’utilizzo strumentale dell’espressione “crisi umanitaria”, perché nella storia contemporanea abbiamo visto più volte trasformare la necessità di proteggere una popolazione nella giustificazione per ingerenze esterne.
Non nego affatto la sofferenza umanitaria. Sarebbe assurdo dopo tutto quello che ho raccontato.
Dico che bisogna affermare contemporaneamente due cose: Cuba ha bisogno di aiuto e Cuba ha diritto alla propria sovranità.
Portiamo medicine, alimenti, apparecchiature sanitarie. Aiutiamo le persone. Ma non utilizziamo le loro difficoltà come cavallo di Troia per stabilire dall’esterno quale governo debbano avere.
Quando si parla di Cuba si parla anche di diritti politici di libertà di stampa, pluralismo politico, dissenso e condizioni dei detenuti. È proprio così o c’è una pesante mistificazione per giustificare l’ingerenza dall’esterno?
Tutte le questioni possono e devono essere discusse.
Io ho una mia posizione politica, che è nota, e considero la Rivoluzione cubana una straordinaria esperienza storica di emancipazione. Altri la giudicano diversamente. È legittimo.
Ma proprio qui sta il punto: discutiamo di tutto. Discutiamo del sistema politico cubano, delle libertà, degli errori, delle contraddizioni. Però non utilizziamo il cibo, le medicine o il carburante come strumenti per imporre il risultato di quella discussione.
La libertà non si porta facendo soffrire la popolazione.
Bisogna poi essere onesti intellettualmente. Cuba non dispone di risorse tali da giustificare la “colonizzazione” dell’isola per fini predatori.
Ciò che da fastidio di Cuba è il modello di governo che rappresenta. Quando un popolo mette l’accento sulla sanità e l’istruzione per tutti, è chiaro che questo infastidisca chi fa sulla malattia e l’ignoranza il proprio business.
Siamo proprio sicuri che il turbocapitalismo faccia vivere meglio una popolazione? Siamo proprio sicuri che negli stessi USA non ci sia attualmente una forma di regime che limita le libertà personali? Dove si è visto a Cuba un corpo di polizia. l’ICE, che arresta ed espelle gli stranieri che lavorano onestamente separandoli dalle loro famiglie? Dove si è visto a Cuba la polizia che spara e uccide suoi cittadini che difendono i migranti? Dove si è visto a Cuba montare la tensione sociale e la discriminazione razziale con ragazzini armati che uccidono professori e compagni nella scuola? Dove si è visto a Cuba la Polizia che uccide cittadini di colore fermati per un controllo?
Se Cuba è un regime, gli USA sono davvero un modello di democrazia e di libertà?
Effettivamente ci sono pregiudizi e luoghi comuni di comodo. Mi scusi se insisto, ma ci può essere comunque una differenza, nella sua prospettiva, tra solidarietà con Cuba e adesione al governo cubano?
Certo. Io personalmente sono vicino all’esperienza rivoluzionaria cubana e non lo nascondo. Ma non chiedo a nessuno di condividere la mia posizione politica o ideologica per chiedere la fine del blocco e per riconoscere il diritto di Cuba alla propria autodeterminazione.
Un cattolico, un liberale, una persona di destra o di sinistra possono giudicare diversamente il socialismo cubano e tuttavia incontrarsi sulla difesa della dignità umana e sul principio elementare secondo cui nessun popolo può essere affamato, isolato o privato di beni essenziali per costringerlo a cambiare sistema politico.
Questo per me è fondamentale.
Quando un bambino ha bisogno di un medicinale non gli domandi quale sistema economico preferisce sua madre. Quando una famiglia non ha acqua non le chiedi se approva o meno il Partito comunista. Prima viene la persona.
La realtà cubana, poi, è assai più complessa di come viene descritta dalla propaganda occidentale. A Cuba esistono forme profonde di democrazia partecipativa, fondate sui quartieri, sulle assemblee, sulle organizzazioni sociali, sui luoghi di lavoro e su una concezione della politica che non coincide con il multipartitismo liberale occidentale.
È questo il punto che spesso non si vuole comprendere. Noi tendiamo a identificare la democrazia esclusivamente con il modello politico che conosciamo in Europa o negli Stati Uniti. Ma la storia ha prodotto anche altre forme di partecipazione politica. Cuba è uno Stato socialista a partito unico, certamente, ma ridurre per questo tutta la sua vita politica alla parola “dittatura” significa non capire la struttura concreta della società cubana, il ruolo delle organizzazioni di massa, dei quartieri, delle assemblee municipali e della partecipazione popolare.
Purtroppo per decenni è stata costruita intorno a Cuba una sorta di riflesso condizionato: basta pronunciare la parola “comunismo” e immediatamente riaffiorano il blocco sovietico, il Muro di Berlino, la Guerra fredda, quasi che la storia si sia fermata lì.
Ma il mondo bipolare del secondo dopoguerra non esiste più. Il Muro di Berlino cadde il 9 novembre 1989; il Patto di Varsavia venne sciolto il 1° luglio 1991; l’Unione Sovietica cessò formalmente di esistere il 26 dicembre 1991. Continuare a leggere la Cuba del 2026 come un semplice avamposto del blocco sovietico significa utilizzare categorie vecchie di oltre trent’anni.
Ma Fidel Castro non era comunista?
Fidel Castro è diventato certamente marxista-leninista e lo ha dichiarato apertamente. Ma il punto storico è un altro: Fidel non nasce politicamente come comunista nel senso partitico e sovietico del termine.
Fidel nasce prima di tutto come rivoluzionario cubano, nazionalista, martiano, antimperialista. Si forma nell’ambiente universitario dell’Avana, combatte la corruzione e la dittatura e costruisce il Movimento del 26 luglio come un movimento assai più ampio del Partito comunista cubano dell’epoca.
Raúl Castro aveva già una formazione marxista molto più definita; Ernesto Che Guevara era ideologicamente marxista. Fidel percorse invece una strada progressiva.
E questa distinzione è importante perché spesso si racconta la Rivoluzione cubana come se fosse stata fin dall’inizio una sorta di operazione sovietica nei Caraibi. Non è così.
Fulgencio Batista fuggì da Cuba nelle prime ore del 1° gennaio 1959. La Rivoluzione non nacque come rivoluzione imposta da Mosca. Nasce da una storia profondamente cubana: José Martí, l’indipendenza, la lotta contro il colonialismo spagnolo, la subordinazione economica e politica agli Stati Uniti, la dittatura di Batista.
Poi venne lo scontro con Washington.
Nel 1960 gli Stati Uniti cominciarono a colpire economicamente il nuovo governo rivoluzionario; Cuba rispose con le nazionalizzazioni e contemporaneamente si avvicinò all’Unione Sovietica. Il 13 febbraio 1960 venne firmato un importante accordo economico con Mosca e l’8 maggio 1960 furono ristabilite ufficialmente le relazioni diplomatiche tra Cuba e URSS.
Il 3 gennaio 1961 gli Stati Uniti interruppero le relazioni diplomatiche con Cuba. Il 17 aprile 1961 avvenne lo sbarco della Baia dei Porci, organizzato da esuli cubani addestrati e sostenuti dalla CIA. Il giorno precedente, il 16 aprile, Fidel aveva proclamato il carattere socialista della Rivoluzione.
Soltanto il 2 dicembre 1961 Castro dichiarò pubblicamente: «Sono marxista-leninista e lo sarò fino all’ultimo giorno della mia vita».
Perciò bisogna essere precisi: Fidel non fu semplicemente “costretto” dagli Stati Uniti a diventare comunista, perché la sua formazione radicale era precedente. Ma è altrettanto vero che l’ostilità di Washington, il tentativo di isolamento internazionale, la Baia dei Porci e la pressione economica accelerarono enormemente l’avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica.
La Rivoluzione cubana fu prima di tutto cubana. Poi la Guerra fredda la spinse sempre più profondamente dentro il campo socialista.
Castro però non perseguitò i preti?
Anche qui bisogna liberarci da una narrazione molto schematica.
Io non nego che nei primi anni Sessanta ci sia stato uno scontro durissimo tra lo Stato rivoluzionario e una parte della Chiesa cattolica. Ci furono espulsioni di sacerdoti e religiosi, nazionalizzazioni delle scuole cattoliche e fortissime tensioni. Sarebbe inutile negarlo.
Ma non bisogna trasformare questa fase in una caricatura secondo cui Castro avrebbe condotto una guerra sanguinaria contro i sacerdoti o contro la fede cristiana. Non ci fu a Cuba una politica sistematica di eliminazione fisica del clero.
Bisogna anche ricordare quale fosse la situazione della Chiesa cubana prima della Rivoluzione.
Negli anni Cinquanta una parte molto consistente del clero presente sull’isola era straniera, soprattutto spagnola. La Chiesa istituzionale era spesso legata agli ambienti sociali più benestanti e conservava inevitabilmente tracce della storia coloniale e della struttura sociale precedente alla Rivoluzione. Questo non significa che tutti i sacerdoti fossero sostenitori di Batista: sarebbe falso. Ci furono cattolici, sacerdoti e laici che si opposero alla dittatura e parteciparono anche alla lotta rivoluzionaria.
Ma esisteva una distanza reale tra una parte della Chiesa istituzionale e i settori più poveri della popolazione.
Con la Rivoluzione quella contraddizione esplose.
Nel 1961 vennero nazionalizzate le scuole private, comprese quelle cattoliche, e nel settembre dello stesso anno furono espulsi il vescovo ausiliare dell’Avana, monsignor Eduardo Boza Masvidal, e oltre cento sacerdoti.
Fu una fase di forte irrigidimento e Castro stesso, molti anni dopo, non ebbe difficoltà a riconoscere gli errori commessi nei rapporti con i credenti.
Ma è proprio qui che dobbiamo evitare l’altro errore storico: fermare l’orologio al 1961.
Sono passati sessantacinque anni.
Lo stesso Fidel, nel lungo dialogo con il domenicano brasiliano Frei Betto, realizzato nel maggio 1985 e pubblicato nel libro Fidel y la religión, affrontò apertamente il rapporto tra cristianesimo e rivoluzione, raccontò la propria formazione presso i gesuiti e riconobbe il valore della fede cristiana e del ruolo sociale dei credenti.
Fu un dialogo importantissimo perché contribuì ad aprire una fase nuova.
Nel 1991 il Partito comunista cubano consentì ai credenti di iscriversi al partito. Nel 1992 la Costituzione venne modificata e Cuba cessò di definirsi uno Stato ateo per assumere la configurazione di Stato laico.
Poi arrivò Giovanni Paolo II.
La visita di san Giovanni Paolo II, dal 21 al 25 gennaio 1998, segnò una svolta storica. Fidel Castro lo accolse personalmente. Giovanni Paolo II pronunciò parole critiche sia nei confronti delle limitazioni interne cubane sia nei confronti dell’embargo americano e pronunciò quella frase rimasta nella storia: «Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba».
Dopo di lui arrivarono Benedetto XVI, dal 26 al 28 marzo 2012, e Francesco, dal 19 al 22 settembre 2015.
Tre Papi hanno visitato Cuba.
Questo dovrebbe bastare a comprendere quanto sia superficiale continuare a parlare dei rapporti tra Rivoluzione e cattolicesimo come se fossimo ancora nel 1961.
Oggi sull’isola operano diocesi, parrocchie, ordini religiosi, missionari, francescani, gesuiti, congregazioni femminili, organizzazioni caritative. La Chiesa celebra pubblicamente, svolge attività pastorali e sociali e mantiene un dialogo istituzionale con le autorità.
Esistono naturalmente tensioni e problemi, e non voglio dipingere una situazione ideale. Ma non siamo di fronte allo Stato ateista militante dei primi decenni della Rivoluzione.
Anche sul piano istituzionale il governo cubano dispone oggi di strutture dedicate ai rapporti con le confessioni religiose. Dal 17 marzo 2022 opera presso il Consiglio dei ministri un Departamento de Atención a las Instituciones Religiosas y las Asociaciones Fraternales. Non si tratta dunque propriamente di un “ministero della religione”, ma di una struttura governativa incaricata del rapporto con le istituzioni religiose.
E poi bisogna guardare alla realtà concreta.
I cubani conoscono perfettamente la differenza tra chi arriva sull’isola per condividere la loro vita e chi guarda Cuba soltanto come luogo da cui fuggire. Per questo sono molto rispettati quei missionari che, invece di cercare condizioni più comode altrove, scelgono di stare accanto alla popolazione anche nei momenti più duri.
Penso ai francescani, ai gesuiti, alle religiose e ai sacerdoti che rimangono nelle comunità, che condividono i blackout, la scarsità dei medicinali, le difficoltà dei trasporti, l’emergenza alimentare.
È quella la Chiesa che il popolo riconosce: una Chiesa che rimane.
E da cristiani dovremmo comprendere bene questa differenza. Il buon pastore non abbandona il gregge quando arrivano le difficoltà. Rimane accanto alla sua gente.
Per questo trovo paradossale che qualcuno utilizzi ancora oggi la religione come argomento per giustificare l’ostilità verso Cuba.
Si può discutere criticamente della Rivoluzione, delle sue scelte e anche dei suoi errori. Ma non si può continuare a costruire l’immagine di un Paese immobile dal 1959 a oggi.
Cuba è cambiata. Anche il rapporto tra Rivoluzione e Chiesa è cambiato.
E soprattutto non dobbiamo dimenticare una cosa: il cristiano, davanti a un popolo che soffre per la mancanza di medicine, alimenti, energia e acqua, non può cominciare chiedendo se quel popolo sia socialista o capitalista.
Deve cominciare chiedendo che cosa può fare per aiutarlo.
Lei ha incontrato anche il presidente Miguel Díaz-Canel. Che impressione ne ha ricavato?
Lo abbiamo incontrato e abbiamo parlato a lungo. L’ho trovato perfettamente consapevole della gravità della situazione e del fatto che resistere oggi significa anche modificare, correggere, innovare.
Gli abbiamo espresso la nostra solidarietà.
Ma la cosa che porto con me non è tanto l’incontro con un presidente. Sono gli incontri con la gente comune. Con chi divide l’acqua, con chi cerca un farmaco per un familiare, con chi cammina sotto il sole perché non passa un autobus, con chi continua a lavorare e a studiare.
È lì che capisci Cuba.
Lei continua a parlare di “resistenza”. Ma dopo più di sessant’anni, resistere può bastare? Un giovane cubano non ha diritto a qualcosa di più della sopravvivenza eroica?
Questa è forse la domanda più importante.
No, resistere non può essere l’orizzonte definitivo di un popolo. Si resiste per poter vivere, non si vive per resistere.
Cuba deve trovare una nuova fase di sviluppo. Deve aumentare la produzione, risolvere i problemi energetici, sviluppare le energie rinnovabili, correggere ciò che non funziona, creare opportunità soprattutto per i giovani.
Ma per poter valutare realmente il modello cubano bisognerebbe permettere a Cuba di vivere senza un cappio permanente intorno al collo.
Poi giudicheremo i risultati.
Qual è allora l’immagine che vorrebbe consegnare ai lettori di Mediafighter dopo questo viaggio?
Non quella delle bandiere, non quella dei comizi.
L’immagine che porto con me è molto più semplice: una famiglia che ha poco e divide quel poco con quella accanto.
C’è chi ha dell’acqua e riempie una tanica per il vicino. Chi riesce a cucinare prepara qualcosa in più. Chi possiede un mezzo dà un passaggio agli altri.
È una società sotto una pressione terribile, con mille contraddizioni e con errori che nessuno dovrebbe nascondere. Ma conserva ancora una straordinaria capacità di comunità.
Per questo dico: aiutiamo Cuba.
Non perché tutti dobbiamo diventare socialisti. Non perché dobbiamo rinunciare alla critica. Non perché Cuba sia un paradiso.
Aiutiamola perché un popolo non può essere trasformato in uno strumento di pressione geopolitica.
E perché, quando entrano in gioco acqua, pane, medicine e vita umana, dovrebbe finire la guerra delle ideologie e cominciare la responsabilità degli uomini.
Il punto di Mediafighter
Il racconto del prof. Luciano Vasapollo è quello di un intellettuale dichiaratamente solidale con la Rivoluzione cubana e va letto nella trasparenza di questa posizione. Ma proprio questo non dovrebbe impedirci di guardare la realtà materiale dell’isola.
È ormai difficile sostenere seriamente che le misure statunitensi non incidano sulla vita della popolazione. Gli stessi esperti delle procedure speciali delle Nazioni Unite hanno richiamato nel 2026 Washington sui possibili effetti della stretta energetica sui diritti all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, all’acqua e allo sviluppo.
La politica può discutere di socialismo e capitalismo, di Castro e di Trump, della Rivoluzione e dei suoi avversari. Il giornalismo cattolico, però, ha un obbligo precedente: vedere le persone.
Ed è forse questo il dato più inquietante del racconto cubano del 2026. Una sanzione scritta in un ufficio a migliaia di chilometri di distanza può trasformarsi, alla fine della catena, in un’autoambulanza che non parte, una pompa che non porta acqua al quinto piano, un frigorifero spento o un’apparecchiatura ospedaliera che ha bisogno di corrente.
Possiamo discutere all’infinito su chi abbia ragione nella storia. Ma quando la politica internazionale comincia a passare attraverso il corpo dei più deboli, la domanda non è più soltanto da che parte stare.
La domanda è fino a che punto siamo disposti a spingerci pur di costringere un popolo a scegliere la parte che piace a noi.

