A dieci anni dal sequestro e dall’omicidio del ricercatore italiano, la Procura di Roma chiede l’ergastolo per uno degli imputati e oltre cinquant’anni di carcere complessivi per quattro agenti dei servizi egiziani. Ma nell’aula di Rebibbia si giudica qualcosa di più di un delitto: il diritto degli Stati di sottrarsi alla verità.o

«È stato un processo contro il silenzio. Contro la menzogna. Contro i depistaggi». Nelle parole del procuratore aggiunto Sergio Colaiocco c’è forse la sintesi più efficace di una vicenda che da dieci anni accompagna la coscienza civile italiana. Il processo per il sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni non riguarda soltanto quattro uomini dei servizi di sicurezza egiziani. Riguarda il rapporto tra verità e potere, tra ragion di Stato e dignità umana, tra giustizia e oblio.

Ci sono processi che cercano un colpevole. E ci sono processi che cercano di salvare un principio. Quello celebrato nell’aula bunker di Rebibbia appartiene alla seconda categoria.

Sul banco degli imputati siedono il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, insieme all’ufficiale Usham Helmi, appartenenti alla National Security Agency egiziana. Per la Procura di Roma sono gli uomini che sequestrarono, torturarono e uccisero Giulio Regeni tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016.

Ma dietro quei nomi si staglia qualcosa di più grande: un apparato di sicurezza che, secondo l’accusa, trasformò un giovane ricercatore in un nemico da annientare.

L’immagine più terribile evocata durante la requisitoria è racchiusa in una frase attribuita agli aguzzini: «Gli abbiamo dato il colpo di grazia».

Non è soltanto una confessione indiretta. È la fotografia dell’impunità.

In quelle parole non c’è paura di essere scoperti. Non c’è rimorso. C’è la convinzione che il potere basti a cancellare ogni responsabilità.

Per questo Colaiocco ha parlato di una «violenza metodica, fredda, organizzata». Non un eccesso improvviso. Non una tragedia accidentale.

Una tortura pianificata.

Le risultanze dell’autopsia italiana raccontano una sequenza che lascia sgomenti. Venti fratture ossee, denti spezzati, ustioni, lesioni provocate da strumenti di tortura, scapole ridotte in frammenti, piedi devastati dalla falanga, segni di legature protratte. Non ferite inferte in una sola occasione ma distribuite nell’arco di giorni.

Gli esperti parlano di un uomo mantenuto in vita per essere interrogato e nuovamente torturato. Un corpo, come ha detto il magistrato, «spezzato dal dolore».

Ma il vero cuore della requisitoria non è stato il catalogo dell’orrore. È stato il significato politico e morale di quella violenza.

«Giulio entra in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere», ha detto Colaiocco. Una definizione che va oltre il caso specifico.

Ogni regime autoritario vive infatti della pretesa di creare spazi sottratti alla legge. Luoghi dove il cittadino non è più titolare di diritti ma oggetto del potere. Dove la persona viene ridotta a materiale umano disponibile.

«Giulio non era una spia», ha ribadito il procuratore.

Un’affermazione che assume un valore particolare dopo anni di insinuazioni, piste fantasiose, teorie complottistiche e campagne di disinformazione.

La cosiddetta “pista inglese”, che per anni ha alimentato sospetti e narrazioni alternative, è stata definita priva di qualsiasi riscontro.

Giulio era ciò che ha sempre dichiarato di essere: un giovane ricercatore che studiava i sindacati indipendenti egiziani. Nulla di più.

E proprio questa normalità rende ancora più inquietante la sua sorte.

Perché se un uomo può essere sequestrato, torturato e ucciso senza aver commesso alcun reato, allora nessuno è davvero al sicuro.

Ecco perché il processo Regeni è diventato un processo al silenzio. Silenzio delle autorità egiziane. Silenzio delle istituzioni che hanno ostacolato le indagini.

Silenzio di una comunità internazionale spesso pronta a sacrificare i diritti umani sugli altari della stabilità geopolitica, delle forniture energetiche e dei contratti militari.

In questi dieci anni l’Italia ha continuato a vendere armamenti, a riallacciare rapporti diplomatici, a stringere accordi economici con il Cairo.

La realpolitik ha ripreso il suo corso. Ma una famiglia non ha mai smesso di chiedere giustizia.

Paola Deffendi e Claudio Regeni sono diventati il simbolo di una tenacia civile rara. Accanto a loro l’avvocata Alessandra Ballerini e una magistratura che ha continuato a cercare la verità nonostante l’assenza di collaborazione da parte dell’Egitto.

Se oggi questo processo esiste è soprattutto per la loro ostinazione. Altrimenti, come ha ricordato Colaiocco, questa morte sarebbe stata consegnata all’oblio. Ed è forse qui il punto decisivo. Perché nessuna sentenza restituirà Giulio ai suoi genitori. Nessuna condanna cancellerà le torture. Nessun verdetto ricomporrà ciò che è stato spezzato.

Ma una democrazia ha il dovere di affermare che esistono crimini che non possono essere dimenticati, nemmeno quando i responsabili appartengono agli apparati di uno Stato sovrano.

Lo ha ricordato più volte anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: verità e giustizia non possono prestarsi a compromessi.

È una frase che dovrebbe risuonare ben oltre le mura del tribunale. Perché il caso Regeni riguarda certamente l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi.

Ma riguarda anche noi. Riguarda la disponibilità delle democrazie a difendere i propri valori quando questi diventano scomodi. Riguarda la capacità dell’Europa di non trasformare i diritti umani in una formula retorica. Riguarda il coraggio di chiamare la tortura con il suo nome.

Dieci anni dopo il rapimento di Giulio Regeni, il processo di Roma rappresenta una verità che nessun depistaggio è riuscito a cancellare: esiste un limite che nessuno Stato dovrebbe oltrepassare. Quando il potere sequestra la legge, tortura la dignità e pretende il silenzio, non è soltanto una vittima a essere colpita. È la civiltà giuridica stessa. Per questo Giulio Regeni continua a interrogare l’Italia, l’Europa e il mondo: non su come è morto, ma su quanto siamo disposti a fare perché nessuno possa morire così ancora una volta.