A 5.100 metri resta una cicatrice enorme sulla montagna. Milioni di metri cubi di ghiaccio sono precipitati nella valle e hanno generato una valanga di acqua, rocce e fango. Il bilancio supera ormai i 350 morti e resta incerto il numero dei dispersi. Anche tre italiani risultano ancora irreperibili. Non sappiamo ancora quanto il cambiamento climatico abbia pesato sul singolo evento, ma sappiamo qualcosa di più inquietante: il cemento naturale che per millenni ha tenuto insieme le alte montagne si sta degradando. E l’Himalaya ci avverte che la crisi climatica non significa soltanto temperature più alte. Significa un mondo fisicamente meno stabile.
A 5.100 metri di quota è rimasta una ferita. Vista dal satellite appare come uno squarcio sulla montagna: circa 600 metri di larghezza, 400 di lunghezza e una cinquantina di metri di spessore. Secondo le prime valutazioni del geologo Giovanni Crosta, professore di Geologia applicata all’Università di Milano-Bicocca, la parte di ghiacciaio collassata conteneva almeno dieci milioni di metri cubi di ghiaccio e sarebbe precipitata per circa 1.400 metri prima di raggiungere il fondovalle. Altre analisi satellitari stimano un salto verticale nell’ordine di 1.200 metri: differenze comprensibili nelle prime ore di una catastrofe che gli studiosi stanno ancora ricostruendo.
Quello che è certo è ciò che è accaduto dopo.
Il ghiaccio si è frantumato, una parte si è fusa per l’enorme energia liberata dall’impatto e alla massa si sono aggiunti acqua, rocce, terra e sedimenti. La valanga ha raggiunto il Lhende Khola e poi il sistema del Bhote Koshi-Trishuli, trasformandosi in una colata capace di travolgere case, ponti, strade, centrali e villaggi. In appena mezz’ora, secondo le prime ricostruzioni, il livello del fiume è salito fino a nove metri.
Persino la montagna ha tremato. Quella che nelle prime ore era stata registrata come una possibile scossa di magnitudo 5.2 non sarebbe stata la causa del disastro, ma una sua conseguenza: il segnale sismico prodotto dalla gigantesca massa di ghiaccio e roccia che precipitava verso valle. L’INGV ha ricostruito l’evento registrato alle 02.52 UTC del 26 agosto, mentre il Servizio geologico statunitense ha successivamente collegato il segnale al collasso glaciale.
È difficile perfino tenere il conto dei morti mentre scriviamo. L’ultimo aggiornamento Reuters parla di almeno 359 vittime e di oltre mille persone ancora disperse tra Nepal e Tibet; Associated Press riferisce più di 350 morti e oltre 1.300 dispersi. I diversi elenchi delle autorità nepalesi e cinesi possono però contenere sovrapposizioni, soprattutto fra turisti e pellegrini che stavano attraversando la frontiera. Il numero reale, dunque, continua a muoversi insieme alle operazioni di ricerca.
Dentro queste cifre adesso ci sono anche nomi italiani. La Farnesina riferisce di tre persone ancora irreperibili. Una è Marco Ratto, cinquant’anni, orafo di Rapallo, che si trovava nella zona di frontiera; le altre due sono una coppia italo-svizzera della quale si stanno ricostruendo gli spostamenti. Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo, inizialmente coinvolti nell’emergenza, sono invece stati soccorsi e assistiti dalle autorità nepalesi.
Ma dietro la cronaca, dietro i numeri e persino dietro il gigantesco crollo c’è una domanda che sarebbe irresponsabile evitare: che cosa sta succedendo alle montagne?
Occorreranno studi specifici di attribuzione prima di poter stabilire in quale misura il cambiamento climatico abbia contribuito precisamente al collasso del 26 agosto. La scienza non procede per slogan e non ha bisogno di trasformare ogni evento estremo in una prova istantanea delle proprie tesi. Confondere correlazione e causalità sarebbe un cattivo servizio proprio alla causa climatica.
Ma da questa prudenza necessaria non discende affatto che non sappiamo nulla.
Sappiamo, al contrario, qualcosa di enorme.
Stiamo perdendo la colla.
Nelle grandi montagne il permafrost, il ghiaccio presente nelle fratture e il terreno permanentemente gelato funzionano anche come un cemento naturale. Per secoli e millenni hanno contribuito a tenere insieme rocce, detriti e versanti. Quando le temperature aumentano, quella struttura cambia. Il ghiaccio fonde, l’acqua penetra nelle fratture, modifica pressioni e attriti, i versanti diventano più vulnerabili. Contemporaneamente il ritiro dei ghiacciai può lasciare scoperte pareti precedentemente sostenute dal ghiaccio e favorire la formazione o l’espansione dei laghi glaciali.
Non significa che ogni frana abbia una sola causa chiamata “riscaldamento globale”. Significa qualcosa di forse ancora più serio: stiamo cambiando le condizioni di stabilità dell’intero sistema montano.
L’Hindu Kush-Himalaya è uno degli osservatori più drammatici di questa trasformazione. Un grande rapporto dell’International Centre for Integrated Mountain Development aveva già mostrato nel 2023 che la perdita di massa dei ghiacciai della regione era stata del 65 per cento più rapida nel periodo 2011-2020 rispetto al decennio precedente. Nel marzo di quest’anno lo stesso istituto ha pubblicato dati ancora più impressionanti: il ritmo di perdita del ghiaccio nell’Hindu Kush-Himalaya è ormai circa doppio rispetto all’inizio del secolo. Queste montagne costituiscono le grandi “torri d’acqua” dell’Asia e dalla loro criosfera dipendono, direttamente o indirettamente, quasi due miliardi di persone.
E gli avvertimenti non mancavano.
Il 22 gennaio 2026, appena sette mesi prima della tragedia, uno studio pubblicato su npj Natural Hazards aveva descritto il rapido arretramento della criosfera himalayano-karakoram, l’espansione dei laghi glaciali e l’aumento del rischio dei cosiddetti GLOF, le improvvise e violentissime inondazioni provocate dallo svuotamento di un lago glaciale. Lo studio chiedeva di integrare analisi fisiche, vulnerabilità sociale, preparazione delle comunità e strategie di adattamento.
Non è ancora dimostrato che il disastro di mercoledì sia stato precisamente un GLOF. Le prime immagini indicano piuttosto il collasso di una massa glaciale e rocciosa, forse seguito dalla formazione temporanea di uno sbarramento e dalla liberazione improvvisa dell’acqua accumulata. Ma il punto scientifico resta: ghiacciai più fragili, permafrost degradato, laghi glaciali in espansione e precipitazioni che cambiano stanno moltiplicando le combinazioni possibili della catastrofe.
E poi c’è un altro numero che dovrebbe indignarci quasi quanto quelli delle vittime. Nel 2021 il glaciologo Muhammad Farooq Azam ricordava che nell’Himalaya e nell’Hindu Kush esistono più di 50 mila ghiacciai e che appena una trentina erano oggetto di osservazioni ravvicinate comprendenti studi sul terreno. Da allora il monitoraggio è cresciuto: una revisione scientifica pubblicata nel marzo 2026 ricostruisce misurazioni dirette di bilancio di massa su 38 ghiacciai himalayani nell’arco degli ultimi cinquant’anni. Rimane un campione minuscolo rispetto alla vastità del sistema.
Qui emerge la contraddizione del nostro tempo. Sappiamo abbastanza da conoscere il pericolo, ma ancora troppo poco per proteggere chi vive sotto di esso. Spendiamo somme immense per conoscere i consumi di un cittadino, prevederne gli acquisti, seguirne gli spostamenti attraverso un telefono; e nello stesso pianeta decine di migliaia di ghiacciai capaci di decidere la sorte di intere vallate rimangono insufficientemente osservati.
Il cambiamento climatico presenta il conto soprattutto ai poveri e a chi vive nei territori più fragili.
In alta montagna non si costruisce dove si vuole. Villaggi, strade, posti di frontiera, centrali idroelettriche e attività commerciali devono concentrarsi nei fondovalle. Esattamente dove arriva l’acqua quando qualcosa cede mille metri più in alto. La tragedia del Nepal mostra perciò ancora una volta ciò che papa Francesco ha ripetuto nella Laudato si’: il grido della terra e quello dei poveri non possono essere separati. La crisi ambientale diventa immediatamente crisi sociale quando incontra uomini e donne che non hanno un altro posto nel quale andare.
E oggi quella montagna ferita incontra anche un Nepal politicamente nuovo.
Balendra “Balen” Shah, ex rapper, ingegnere civile ed ex sindaco di Kathmandu, ha appena 36 anni. Il 27 marzo scorso ha giurato come primo ministro dopo la vittoria travolgente del Rastriya Swatantra Party alle elezioni anticipate del 5 marzo: 182 seggi su 275, dopo la rivolta della Generazione Z del 2025 che aveva travolto la vecchia classe dirigente. È il più giovane capo di governo della storia democratica recente del Paese e questa è la prima gigantesca prova della sua leadership.
Non dovrà soltanto ricostruire ponti e strade. Dovrà dimostrare che quella generazione che chiedeva di cambiare la politica può anche cambiare il rapporto fra politica e prevenzione. Perché di fronte a montagne che cambiano non basta ricostruire ciò che è caduto: occorre sapere prima che cosa può cadere domani.
Ed è qui che il Nepal smette di essere lontano.
Noi europei possiamo guardare l’Himalaya come si guarda un altro pianeta, fino a quando il nome del ghiacciaio diventa Marmolada. Il 3 luglio 2022, undici persone morirono sotto il crollo del seracco di Punta Rocca. Il 28 maggio 2025, in Svizzera, una massa enorme proveniente dal ghiacciaio Birch travolse quasi interamente il villaggio di Blatten, fortunatamente evacuato in precedenza. Anche sulle Alpi il permafrost si degrada, le pareti cambiano, i ghiacciai arretrano e vengono sorvegliati corpi instabili come Planpincieux, in Val Ferret.
È questa la parte che dovremmo finalmente comprendere. La crisi climatica non consiste soltanto nell’avere estati più calde, meno neve sulle piste o qualche grado in più sul termometro. È una trasformazione della geografia che abbiamo ereditato.
Cambiano i fiumi. Cambiano le coste. Cambiano le piogge. Cambiano i ghiacciai. E cambiano perfino le forze invisibili che tengono insieme le montagne.
Nella Scrittura la roccia è simbolo di ciò che rimane, di ciò su cui si può costruire perché non viene meno. Forse è proprio questo che rende così potente e terribile l’immagine che arriva dal Nepal: persino ciò che nella nostra immaginazione era immobile comincia a muoversi.
A 5.100 metri è rimasta una cicatrice di seicento metri.
La vediamo dai satelliti, a migliaia di chilometri di distanza. Ma quella ferita non appartiene soltanto al Nepal.
È la crepa di un mondo che credevamo più solido di quanto sia.
Il ghiacciaio crollato tra Nepal e Tibet non autorizza scorciatoie scientifiche: serviranno studi per stabilire il peso preciso del cambiamento climatico nella tragedia. Ma il riscaldamento della criosfera, il degrado del permafrost e l’accelerazione della perdita dei ghiacci sono già fatti misurati. La vera domanda, dunque, non è se abbiamo ricevuto l’allarme. È quante altre volte dovremo sentirlo prima di comportarci come se lo avessimo capito.
