A venticinque chilometri da Roma, sui terreni di Santa Maria di Galeria, il Vaticano prepara uno dei maggiori impianti agrivoltaici d’Italia. Potenza prevista tra 80 e 90 megawatt, circa 200 ettari interessati, un investimento che potrebbe avvicinarsi ai cento milioni di euro e un obiettivo ambizioso: coprire con energia rinnovabile il fabbisogno elettrico dello Stato della Città del Vaticano. Francesco lo aveva voluto chiamandolo Fratello Sole; Leone XIV lo sta trasformando in opera. È forse questa la notizia più importante: dopo tante parole sull’ecologia integrale, la Chiesa prova a fare i conti anche con i propri contatori.

Per una volta l’espressione «Fratello Sole» non appartiene soltanto a un cantico francescano. Avrà pannelli fotovoltaici, cavi, trasformatori, coltivazioni, greggi, bilanci, appalti e probabilmente qualche problema tecnico da risolvere. Ed è proprio questo a rendere interessante ciò che sta accadendo a Santa Maria di Galeria, nella grande proprietà extraterritoriale della Santa Sede a nord-ovest di Roma dove dal 1957 sorgono gli impianti di trasmissione di Radio Vaticana. Là dove per decenni enormi antenne hanno portato la voce del Papa oltre le frontiere, dovrebbe ora sorgere una centrale agrivoltaica capace di produrre tra 80 e 90 megawatt di energia, abbastanza — nelle intenzioni del progetto — per sostenere non soltanto il centro radio ma l’intero fabbisogno energetico dello Stato della Città del Vaticano e potenzialmente alcune strutture collegate alla Santa Sede. Il costo non è stato ufficialmente comunicato, ma fonti vicine al progetto parlano di un investimento nell’ordine dei cento milioni di euro e di tempi di realizzazione tra diciotto e ventiquattro mesi, una volta completate autorizzazioni e procedure di gara.

La storia, tuttavia, non comincia con Leone XIV. Comincia il 21 giugno 2024, quando Francesco firmò il motu proprio Fratello Sole e affidò al Governatorato e all’APSA il compito di realizzare a Santa Maria di Galeria un impianto capace di garantire «il completo sostentamento energetico dello Stato della Città del Vaticano». Francesco aveva individuato nell’energia solare uno degli strumenti concreti della transizione verso un modello di sviluppo sostenibile. L’accordo con la Repubblica italiana fu poi firmato il 31 luglio 2025 ed è entrato formalmente in vigore il 27 maggio 2026. Pochi giorni dopo, il 1° giugno, Leone XIV ha istituito con proprio chirografo la Fondazione Fratello Sole, chiedendo di «rendere visibile e concreto» quell’impegno. Non quindi una discontinuità tra due pontificati, ma una consegna ricevuta e portata avanti.

C’è un dettaglio che merita di essere sottolineato perché dice molto della concezione cattolica dell’ecologia. Non si tratterà semplicemente di ricoprire duecento ettari di terreno con pannelli. Il progetto è agrivoltaico: l’energia dovrà convivere con la terra, non espellerla. Sono previste attività agricole, coltivazioni, pascolo di ovini e utilizzo di specie aromatiche, mentre la progettazione dovrà tenere conto della tutela del suolo, degli ecosistemi, delle risorse idriche e della continuità della produzione agricola. Il 10 giugno 2026 Governatorato, APSA, Fondazione Fratello Sole e ACEA hanno firmato il protocollo operativo che dovrà trasformare questo principio in progetto tecnico.

È una distinzione tutt’altro che secondaria. Perché esiste anche una cattiva ecologia, quella che immagina di salvare la natura espellendo l’uomo, come se la creatura umana fosse un errore biologico comparso sulla Terra. E ne esiste una altrettanto cattiva di segno opposto: quella che considera il creato una cava da sfruttare fino all’ultima pietra purché il bilancio trimestrale rimanga positivo. La dottrina sociale della Chiesa non appartiene né all’una né all’altra. Nel racconto della Genesi Dio pone l’uomo nel giardino perché lo «coltivi e lo custodisca». Coltivare e custodire. Produrre e proteggere. Trasformare e rispettare. L’agrivoltaico, quando è progettato bene, contiene materialmente questa grammatica: sullo stesso ettaro si può produrre energia senza decretare la morte dell’agricoltura.

È probabilmente questo il significato più profondo di Santa Maria di Galeria. La Laudato si’ è stata pubblicata nel 2015 e in undici anni è diventata uno dei documenti pontifici più citati, discussi, amati e contestati del nostro tempo. Le sono state attribuite perfino intenzioni politiche che Francesco non aveva mai rivendicato. Alcuni l’hanno salutata come manifesto ambientalista, altri l’hanno guardata con sospetto come se occuparsi dell’aria che respirano i bambini, dell’acqua che bevono i poveri o della desertificazione dei territori fosse una distrazione rispetto all’annuncio di Cristo. Entrambe le letture dimenticano il cuore dell’enciclica: Francesco non parlava semplicemente di ambiente. Parlava della relazione dell’uomo con Dio, con gli altri esseri umani e con la creazione. Quando una di queste relazioni viene corrotta, anche le altre finiscono per soffrirne.

A Santa Maria di Galeria quella teologia diventa infrastruttura. Ed è bene che accada, perché la credibilità morale di un’istituzione comincia quando è disposta ad applicare a se stessa ciò che propone agli altri. Una Chiesa che invita governi, imprese e famiglie a ridurre l’impatto ambientale deve necessariamente domandarsi quanta energia consuma, da dove proviene, come gestisce i propri immobili e che uso fa dei terreni che possiede. Altrimenti la custodia del creato rischierebbe di trasformarsi in un’omelia rivolta sempre alla parrocchia accanto.

Questo non significa trasformare il Vaticano in una società energetica o il Vangelo in un programma di decarbonizzazione. Sarebbe una riduzione altrettanto grave. Cristo non è venuto nel mondo per installare pannelli fotovoltaici e la salvezza dell’uomo non si misura in megawatt. Ma proprio la fede nell’Incarnazione impedisce al cristiano di disinteressarsi della materia. Il cristianesimo non è una religione dell’anima in fuga dalla terra: il Verbo si è fatto carne, il pane e il vino diventano sacramento, l’acqua battezza, l’olio unge, la terra produce il nutrimento dell’uomo. Perfino la risurrezione promessa dalla fede cristiana è risurrezione della carne. La materia non è il nemico dello spirito. È uno dei luoghi nei quali la responsabilità morale dell’uomo diventa visibile.

Non è dunque casuale che la nuova Fondazione si chiami Fratello Sole. Il riferimento conduce inevitabilmente a Francesco d’Assisi: «Laudato si’, mi’ Signore, cum tutte le tue creature, spetialmente messor lo frate Sole». Ma sarebbe sbagliato trasformare il Poverello in una sorta di ambientalista medievale ante litteram. Francesco non ama il sole perché ha scoperto le energie rinnovabili; lo chiama fratello perché sole, acqua, fuoco, terra e uomo hanno un unico Creatore. È una differenza enorme. La natura non è divina, proprio perché è creata. E proprio perché è creata non può essere trattata come se fosse moralmente priva di significato.

Il cristiano, insomma, non adora il sole: ringrazia Dio per il sole e usa con intelligenza l’energia che esso gli dona. È forse la sintesi migliore dell’intero progetto.

Esiste anche una bella continuità storica. Il Vaticano non scopre oggi il fotovoltaico. Nel 2008, sotto Benedetto XVI, 2.400 pannelli solari furono installati sul tetto dell’Aula Paolo VI grazie alla donazione di aziende tedesche. All’epoca sembrò quasi una curiosità: il grande tetto progettato da Pier Luigi Nervi trasformato in una superficie capace di produrre energia pulita. Diciotto anni dopo la scala cambia radicalmente. Non più soltanto un edificio, ma un sistema di approvvigionamento per uno Stato. E anche questo dovrebbe correggere una narrazione troppo semplice secondo la quale l’attenzione ecologica sarebbe entrata nella Chiesa improvvisamente con Francesco: la sensibilità si è sviluppata nel tempo, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, fino alla sistemazione teologica della Laudato si’ e ora alla fase realizzativa che Leone XIV sembra voler consolidare.

La visita compiuta da Leone XIV a Santa Maria di Galeria il 19 giugno 2025 acquista oggi quasi un valore simbolico. Il Papa era andato a incontrare il personale di Radio Vaticana e aveva ricordato quanto le onde corte gli fossero state preziose durante gli anni missionari in America Latina e in Africa, perché permettevano alla voce della Chiesa di raggiungere luoghi nei quali altri mezzi non arrivavano. In quella stessa occasione aveva visionato l’area destinata al futuro impianto agrivoltaico. Là convivranno dunque due forme apparentemente lontanissime della missione: antenne che trasmettono parole e pannelli che raccolgono luce. Ma entrambe raccontano in fondo la stessa idea di universalità: ciò che si riceve deve essere trasmesso.

Il progetto contiene, naturalmente, anche questioni economiche che non devono essere nascoste dietro il linguaggio spirituale. Il Vaticano beneficerà dello speciale regime previsto per l’area extraterritoriale, comprese determinate esenzioni fiscali e amministrative, ma non usufruirà degli incentivi italiani destinati normalmente alla realizzazione di impianti solari. L’energia eventualmente prodotta in eccedenza potrà essere immessa a disposizione del sistema italiano. Sarà importante, inoltre, che gare, costi, affidamenti e gestione siano condotti con quella trasparenza che un progetto di questa dimensione esige particolarmente da un’istituzione ecclesiale. Anche l’ecologia integrale, infatti, comprende l’ecologia dei bilanci.

Eppure il dato economico non cancella il valore simbolico. Lo Stato più piccolo del mondo difficilmente cambierà da solo il destino climatico del pianeta. Gli 80 o 90 megawatt di Santa Maria di Galeria non faranno crollare la temperatura globale e non renderanno improvvisamente verde l’economia mondiale. Ma i simboli nella Chiesa contano quando sono incarnati in azioni verificabili. Il Vaticano non possiede la forza industriale della Cina, degli Stati Uniti o dell’India; possiede però una forza di testimonianza che nasce proprio dalla sproporzione tra le sue dimensioni geografiche e la sua voce internazionale.

Qui si comprende perché Leone XIV abbia definito la Fondazione Fratello Sole «un segno di speranza per il futuro» e un esempio della possibilità di conciliare produzione energetica e agricoltura rispettando l’ambiente. La parola decisiva è forse conciliare. Il nostro tempo vive infatti di contrapposizioni: economia contro ambiente, lavoro contro ecologia, agricoltura contro fotovoltaico, sviluppo contro sobrietà. La tradizione cattolica dovrebbe essere particolarmente capace di rifiutare questi aut-aut quando sono artificiali. La virtù della prudenza non consiste nell’immobilità: consiste nel cercare il bene possibile tenendo insieme beni che sembrano concorrenti.

C’è infine un’immagine quasi inevitabile. Francesco d’Assisi morì senza possedere praticamente nulla, e otto secoli dopo il suo Cantico delle creature presta il nome a un progetto tecnologico da circa cento milioni di euro. La contraddizione può far sorridere. Ma forse proprio qui bisogna comprendere che la povertà evangelica non significa culto dell’arretratezza. Francesco non amava la miseria; amava la libertà dalle cose. La tecnologia non diventa anticristiana perché è complessa o costosa. Diventa disumana quando si trasforma da strumento in padrone, quando aumenta il potere senza aumentare la responsabilità, quando produce ricchezza distruggendo la casa di chi non possiede nulla.

Se un impianto solare permetterà davvero al Vaticano di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, conservando allo stesso tempo l’uso agricolo dei terreni e producendo energia anche per istituzioni al servizio dei malati e dei più fragili, allora non avremo davanti semplicemente un buon investimento energetico. Avremo una piccola traduzione contemporanea della parola «custodire».

Perché dopo undici anni di Laudato si’ la questione non è più soltanto quanti abbiano letto l’enciclica. È quante decisioni essa abbia prodotto. I documenti pontifici possono diventare citazioni per convegni, formule da ripetere nelle Giornate del creato e belle edizioni da lasciare sugli scaffali. Oppure possono scendere sulla terra, entrare nei bilanci, modificare gli appalti, cambiare il modo di produrre energia. A Santa Maria di Galeria la Laudato si’ sta facendo precisamente questo viaggio: dalle pagine ai campi.

E forse c’è qualcosa di autenticamente cristiano nell’immaginare che, tra qualche anno, la corrente che illuminerà la cupola di San Pietro possa essere nata dal sole caduto su un campo dove continuano a crescere ortaggi e a pascolare pecore. Non perché il fotovoltaico salvi l’anima, ma perché anche un kilowatt può diventare moralmente significativo quando dice che abbiamo finalmente compreso una cosa elementare: la terra non l’abbiamo ereditata come proprietari assoluti. L’abbiamo ricevuta in consegna.

Francesco aveva scritto Fratello Sole; Leone XIV ha creato una Fondazione perché quelle parole diventino pannelli, campi, energia e responsabilità. È forse questa la forma più convincente della Laudato si’: non l’ecologismo trasformato in nuova ideologia, ma la dottrina sociale che entra nella gestione concreta delle cose. Il cristiano non adora il sole e non divinizza la natura. Ringrazia il Creatore per ciò che ha ricevuto, lo utilizza senza saccheggiarlo e prova a consegnarlo a chi verrà dopo di lui un poco meno ferito di come lo ha trovato. A Santa Maria di Galeria la Chiesa prova a predicare anche con il contatore elettrico.