Dietro le centrali promesse a Riad non ci sono soltanto energia e diversificazione economica. Ci sono i contratti per l’industria statunitense, il contenimento dell’Iran, il riequilibrio della Turchia e il tentativo di consolidare un ordine regionale favorevole a Israele. Ma armare tecnologicamente un alleato autoritario significa anche preparare un’incognita per il futuro.
A che cosa serve il nucleare civile a un Paese che galleggia sul petrolio? La domanda è volutamente provocatoria, ma non ingenua. L’Arabia Saudita vuole certamente risparmiare greggio per esportarlo, alimentare la crescente domanda elettrica e produrre acqua desalinizzata. Tuttavia, quando Washington offre a Riad tecnologia atomica e la possibilità, ancora controversa, di arricchire uranio sul proprio territorio, l’energia diventa soltanto una parte della storia. Il resto si chiama potenza.
L’accordo nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita viene presentato come una grande operazione di modernizzazione energetica. Avrebbe una durata trentennale e consentirebbe alle aziende americane di partecipare alla costruzione del settore nucleare civile saudita. Il punto più delicato riguarda l’eventuale arricchimento dell’uranio nel Regno, da valutare attraverso uno studio congiunto: una concessione che si allontanerebbe dal modello più rigoroso applicato agli Emirati Arabi Uniti, i quali rinunciarono sia all’arricchimento sia al riprocessamento del combustibile.
La prima risposta alla domanda sul perché del nucleare è economica. L’Arabia Saudita consuma una parte dei propri idrocarburi per produrre elettricità. Sostituire gradualmente petrolio e gas con l’atomo permetterebbe di liberare maggiori quantità di greggio per l’esportazione, aumentando gli introiti dello Stato. Inoltre, i reattori potrebbero fornire energia continua agli impianti di desalinizzazione e sostenere una domanda elettrica destinata a crescere. Il nucleare, dunque, non è necessariamente assurdo in un Paese petrolifero: può servire proprio a vendere all’estero, anziché bruciare in casa, la principale ricchezza nazionale.
Ma questa spiegazione non basta. Se si trattasse soltanto di produrre elettricità, Riad potrebbe importare combustibile nucleare già arricchito, come fanno molti altri Paesi. La volontà di ottenere un proprio ciclo del combustibile introduce invece una dimensione strategica. La tecnologia necessaria per arricchire uranio destinato alle centrali può infatti, con livelli diversi di lavorazione e decisioni politiche successive, avvicinare uno Stato alla capacità di costruire un ordigno.
Il principe ereditario Mohammed bin Salman lo aveva affermato senza troppe ambiguità già nel 2018: qualora l’Iran avesse acquisito la bomba atomica, l’Arabia Saudita avrebbe cercato di fare altrettanto. È questa dichiarazione a proiettare un’ombra militare su un programma ufficialmente civile.
L’interesse degli Stati Uniti è anzitutto industriale. Saranno imprese americane, con Westinghouse in posizione privilegiata, a contendersi la costruzione dei reattori, la fornitura delle tecnologie e i relativi servizi. Si tratta di contratti miliardari, capaci di rilanciare un comparto strategico statunitense e di impedire che Riad si rivolga alla Cina, alla Russia, alla Corea del Sud o alla Francia.
Washington vende dunque centrali, ma soprattutto vende dipendenza tecnologica. Chi costruisce un sistema nucleare non consegna semplicemente una macchina: stabilisce rapporti destinati a durare decenni, dalla manutenzione al combustibile, dalla formazione del personale alla sicurezza. Gli Stati Uniti vogliono legare l’Arabia Saudita al proprio sistema industriale e militare, sottraendola all’influenza cinese e russa.
Vi è poi il disegno geopolitico. Una potenza saudita tecnologicamente avanzata dovrebbe costituire un contrappeso all’Iran. Potrebbe inoltre riequilibrare, almeno indirettamente, l’autonomia strategica della Turchia, potenza sunnita concorrente che da anni cerca un proprio spazio tra Europa, Russia, Caucaso e Medio Oriente. Non risulta che il contenimento di Ankara sia una clausola dichiarata dell’accordo: è piuttosto una possibile conseguenza dell’innalzamento del peso saudita nel mondo islamico.
Tutto questo viene perseguito, almeno nelle intenzioni americane, anche in funzione della sicurezza di Israele. Donald Trump ha collegato il futuro dell’intesa nucleare all’ingresso saudita negli Accordi di Abramo e quindi alla normalizzazione dei rapporti con lo Stato ebraico. Riad, però, continua a subordinare questo passaggio a un impegno concreto verso la nascita di uno Stato palestinese, condizione finora respinta dal governo israeliano.
L’operazione appare così costruita intorno a uno scambio: tecnologia e protezione americana in cambio dell’integrazione dell’Arabia Saudita in un sistema regionale favorevole a Israele e ostile all’Iran.
È qui, tuttavia, che comincia il pericolo.
Le alleanze non sono eterne. I governi cambiano, le dinastie possono entrare in crisi, le opinioni pubbliche possono ribellarsi. Una tecnologia consegnata oggi a un alleato considerato affidabile potrebbe trovarsi domani nelle mani di una classe dirigente ostile agli Stati Uniti o allo stesso Israele.
L’Occidente ha già commesso più volte l’errore di giudicare permanenti regimi, amicizie e convenienze che permanenti non erano. Anche l’Iran dello scià fu per decenni un pilastro della strategia americana. Poi arrivò la rivoluzione del 1979, e le infrastrutture, le competenze e le ambizioni accumulate sotto un governo amico confluirono nel progetto di una Repubblica islamica radicalmente antiamericana e anti-israeliana.
La stessa Arabia Saudita custodisce una contraddizione profonda. È alleata dell’Occidente, ma ha costruito per decenni una parte della propria legittimità sull’alleanza con un’interpretazione rigorista dell’islam. È interlocutrice di Israele, ma governa una società nella quale la questione palestinese continua ad avere un peso religioso e politico enorme. È garante dell’ordine regionale, ma il suo futuro dipende dalla stabilità di una monarchia concentrata intorno alla figura del principe ereditario.
Creare oggi una potenza nucleare saudita per proteggere Israele potrebbe significare costruire il problema che Israele dovrà affrontare domani.
L’accordo è quindi una scommessa gigantesca. Gli Stati Uniti incasseranno commesse, conserveranno influenza e proveranno a contenere Iran, Cina e Russia. Riad otterrà tecnologia, prestigio e una forma di assicurazione strategica. Israele potrebbe guadagnare un alleato arabo più forte contro Teheran.
Ma il Medio Oriente non è una scacchiera sulla quale le pedine rimangono fedeli al giocatore che le ha mosse. Una centrale può produrre elettricità per sessant’anni. Un’amicizia politica può durare molto meno.
Il nucleare saudita non serve soltanto ad accendere le città o a risparmiare petrolio. Serve a trasformare Riad in una potenza strategica, a garantire profitti all’industria americana e a costruire un argine contro l’Iran. Washington pensa di rafforzare così l’ordine regionale favorevole a Israele. Ma una tecnologia duale sopravvive ai governi, alle alleanze e alle dinastie: il deterrente di oggi potrebbe diventare la minaccia di domani.
