Luciano Vasapollo commenta la risoluzione ONU contro il blocco petrolifero e rilancia la sfida di un ordine internazionale fondato sulla solidarietà
Intervista di Alfonso Bruno
Professor Vasapollo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato per riaprire il dibattito per una risoluzione che condanna il blocco petrolifero contro Cuba. Perché la considera una svolta importante?
Perché segna un passaggio politico e morale di grande rilievo. Non si tratta semplicemente di un voto diplomatico. La comunità internazionale ha riconosciuto che negare energia, carburante, medicinali e beni essenziali a un popolo costituisce una forma di punizione collettiva incompatibile con i principi fondamentali del diritto internazionale. È una sconfitta per la logica delle sanzioni e una vittoria per chi continua a difendere il multilateralismo e la sovranità dei popoli. Adesso, però, è necessario che dalle parole si passi agli atti.
Lei parla di fallimento dell’imperialismo. Non è un’espressione eccessiva?
No. L’imperialismo contemporaneo si fonda sulla convinzione che sia possibile piegare governi e popolazioni attraverso la pressione economica. Cuba rappresenta il caso più evidente. Da oltre sessant’anni viene sottoposta a una guerra economica permanente. Eppure il sistema non è crollato. Il popolo cubano non ha rinunciato alla propria indipendenza. Anzi, oggi è Washington a trovarsi sempre più isolata nelle sedi internazionali. Se una strategia dura oltre mezzo secolo senza raggiungere gli obiettivi dichiarati, credo che il termine fallimento sia del tutto appropriato.
Molti osservatori sostengono che i problemi economici dell’isola dipendano anche da limiti interni del modello cubano.
Ogni processo storico presenta difficoltà, contraddizioni e problemi da affrontare. Nessuno lo nega. Ma occorre essere intellettualmente onesti. Quale sarebbe la situazione economica di qualsiasi Paese privato per decenni dell’accesso ai mercati finanziari, alle forniture energetiche, ai crediti internazionali e a numerose tecnologie essenziali? Cuba viene spesso giudicata come se operasse in condizioni normali, mentre vive da oltre sessant’anni sotto un regime di sanzioni che nessun altro Paese occidentale sarebbe in grado di sopportare senza gravissime conseguenze.
In un suo editoriale sul Faro di Roma, lei collega la questione cubana alle guerre in corso, dall’Ucraina al Medio Oriente. Perché?
Perché esiste una relazione profonda tra guerra economica e guerra militare. Sono strumenti diversi di una medesima strategia di dominio. Oggi assistiamo a un mondo nel quale le sanzioni vengono utilizzate con la stessa disinvoltura con cui si utilizzano le armi. Chi non si adegua agli interessi delle grandi potenze viene colpito finanziariamente, commercialmente o militarmente. Cuba rappresenta uno dei laboratori storici di questo modello.
Che cosa rappresenta oggi Cuba nello scenario internazionale?
Rappresenta la dimostrazione che la dignità nazionale può resistere anche nelle condizioni più difficili. Molti parlano di Cuba senza conoscere la sua realtà. Io ho avuto modo di studiarla e frequentarla per decenni. Ho visto un popolo che, nonostante le privazioni, continua a considerare la salute, l’istruzione e la cultura diritti universali e non merci. Questo è il punto centrale.
Uno degli argomenti più utilizzati dai sostenitori dell’isola riguarda la sanità. È davvero un modello?
Assolutamente sì. Cuba ha costruito uno dei sistemi sanitari più avanzati del Sud globale. Ha formato decine di migliaia di medici e li ha inviati in ogni continente. Durante epidemie, terremoti e catastrofi naturali, mentre molte grandi potenze discutevano strategie geopolitiche, i medici cubani erano già sul campo. È una concezione della cooperazione internazionale radicalmente diversa da quella basata sugli interessi economici o militari. La regione Calabria gode di tanti medici cubani e ha rifiutato di piegarsi ai diktat di Washington.
Perché, secondo lei, Cuba continua a essere bersaglio di tante ostilità?
Perché rappresenta un esempio scomodo. Non per la sua forza militare, che è modesta, ma per il significato simbolico della sua esperienza storica. Cuba dimostra che un Paese può tentare percorsi alternativi rispetto al neoliberismo dominante. Può scegliere di mettere al centro la sanità, l’istruzione, la partecipazione sociale e la cooperazione internazionale. Questo messaggio disturba chi sostiene che non esistano alternative possibili.
La risoluzione ONU può cambiare concretamente la situazione?
Non nell’immediato. Sarebbe ingenuo pensarlo. Le risoluzioni dell’Assemblea Generale non hanno carattere vincolante. Tuttavia producono effetti politici importanti. Rafforzano il consenso internazionale contro il blocco, aumentano l’isolamento diplomatico di chi continua a sostenerlo e consolidano la legittimità delle richieste avanzate dal popolo cubano.
Lei parla spesso di un mondo multipolare. Che cosa significa concretamente?
Significa un mondo nel quale nessuna potenza possa imporre unilateralmente la propria volontà agli altri. Significa relazioni internazionali fondate sul rispetto reciproco, sulla cooperazione e sulla pari dignità degli Stati. Significa superare l’idea che alcuni Paesi abbiano il diritto di decidere il destino degli altri. La vicenda cubana è diventata uno dei simboli di questa trasformazione storica.
Qual è, a suo giudizio, la lezione più importante che Cuba offre oggi al mondo?
Che la solidarietà non è un sentimento astratto ma una pratica politica concreta. In un’epoca dominata dalla competizione, dall’individualismo e dalla militarizzazione dei rapporti internazionali, Cuba continua a ricordare che la cooperazione tra i popoli non è un’utopia. È una necessità. La vera alternativa alla barbarie delle guerre, delle sanzioni e delle disuguaglianze crescenti passa da qui: dalla costruzione di società che mettano al centro l’essere umano e non il profitto.
Un’ultima domanda. Se dovesse sintetizzare il significato di questa risoluzione in una sola frase?
Direi che l’ONU ha ricordato al mondo una verità semplice: nessun popolo deve essere affamato, isolato o punito per aver scelto liberamente il proprio cammino storico. La questione cubana non riguarda soltanto Cuba. Riguarda il futuro stesso delle relazioni internazionali e il diritto dei popoli a vivere in pace, dignità e sovranità.
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