L’uccisione di padre Samuel Opeyemi Oyetoro e il sequestro nella parrocchia di Saint Joseph rivelano una violenza che colpisce cristiani e musulmani. Dietro molti assalti c’è la convinzione che «la Chiesa è ricca» e possa pagare riscatti, mentre la politica resta prigioniera di silenzi, ambiguità e interessi locali.
La Nigeria precipita ancora nel buco nero dei sequestri, degli omicidi e dell’impunità. Negli ultimi giorni la Chiesa cattolica è stata colpita dall’assassinio di padre Samuel Opeyemi Oyetoro e dal rapimento di un seminarista e di un giovane fedele. Ma interpretare automaticamente ogni attacco come odio anticristiano rischia di nascondere una realtà più complessa: la criminalità organizzata sceglie sacerdoti, parrocchie e seminari anche perché li considera bersagli vulnerabili, sostenuti da un’istituzione ritenuta capace di pagare. Una tragica economia del riscatto che prospera sotto lo sguardo spesso impotente, e talvolta troppo silenzioso, delle autorità federali e dei governatori locali.
Padre Samuel Opeyemi Oyetoro è stato ritrovato sul ciglio di una strada, con profonde ferite di machete alla testa. Era il 29 luglio, lungo la Church Road di Ajaokuta, nello Stato di Kogi. Il nome della strada sembra quasi una crudele didascalia: la strada della Chiesa trasformata nella via del sangue.
Padre Samuel apparteneva alla comunità cattolica di Santa Maria di Egbe. Si trovava in visita presso una parrocchia non lontana dalla sua quando è stato assalito e ucciso. Alla sua memoria, ai suoi familiari, ai confratelli e soprattutto alla comunità parrocchiale che oggi piange il proprio sacerdote va tutta la nostra solidarietà: una vicinanza che non può limitarsi alla commozione di qualche ora, ma deve diventare domanda di verità, giustizia e protezione.
Pochi giorni dopo, domenica 2 agosto, uomini armati hanno fatto irruzione nella chiesa cattolica di Saint Joseph, nel villaggio di Inoyi, nello Stato di Enugu. Hanno portato via il seminarista Lawrence Chidera Igbo, il catechista e un giovane fedele di nome Emmanuel. Il catechista è stato liberato quasi subito; il seminarista e il giovane laico sono stati trascinati nella boscaglia.
Gli abitanti hanno provato a seguirli. Poi si sono fermati davanti all’evidenza: i sequestratori erano armati di fucili automatici, mentre la comunità non aveva che le proprie mani. È forse questa l’immagine più esatta della Nigeria contemporanea: cittadini lasciati a inseguire uomini armati dentro una foresta, mentre lo Stato arriva tardi, promette operazioni, mobilita vigilantes e chiede pazienza. Gli stessi residenti hanno rivolto un appello diretto al governatore dello Stato di Enugu, Peter Mbah, chiedendo mezzi e protezione.
Di fronte a questi fatti, la lettura più immediata è quella della persecuzione anticristiana. E sarebbe irresponsabile negare che in molte zone della Nigeria esista una violenza esplicitamente jihadista, ideologicamente orientata contro i cristiani, i loro luoghi di culto e la loro presenza sociale. Boko Haram e l’Islamic State West Africa Province continuano a operare soprattutto nel Nord-Est, mentre nel Middle Belt conflitti religiosi, etnici, territoriali ed economici spesso si sovrappongono fino a diventare indistinguibili.
Ma sarebbe altrettanto superficiale trasformare automaticamente ogni sacerdote ucciso e ogni chiesa assaltata in una prova di odio confessionale.
Il fatto che la vittima sia cristiana non dimostra, da solo, che il movente sia anticristiano. Occorre distinguere tra la natura del bersaglio e la natura del movente. Una chiesa può essere scelta non perché vi si adora Cristo, ma perché è un luogo riconoscibile, frequentato, poco protetto. Un sacerdote può essere sequestrato non perché annuncia il Vangelo, ma perché i criminali ritengono che dietro di lui vi sia un’istituzione internazionale capace di raccogliere denaro.
Nella mente dei sequestratori agisce una presunzione rozza quanto efficace: «La Chiesa è ricca». Dunque pagherà. Pagherà la diocesi, pagheranno i confratelli, pagheranno i parrocchiani, pagheranno le organizzazioni missionarie o qualche benefattore straniero. Un rettore di seminario nigeriano ha spiegato che i sacerdoti sono diventati bersagli particolarmente vulnerabili proprio perché i rapitori credono che, davanti al sequestro di un prete, la Chiesa non possa fare altro che versare somme elevate. La componente dell’odio religioso può esserci, ma non è necessariamente l’unica e, in diversi casi, neppure la principale.
È l’economia criminale del riscatto: una delle poche industrie che sembrano prosperare senza crisi nella Nigeria contemporanea.
Nel solo anno conclusosi nel giugno 2025, secondo i dati citati da Reuters, i sequestratori avrebbero incassato almeno 2,57 miliardi di naira. Le vittime sono bambini, insegnanti, contadini, commercianti, sacerdoti, seminaristi, pastori protestanti e semplici viaggiatori. Cristiani e musulmani. Ricchi veri, presunti ricchi e poveri le cui famiglie vendono terra, bestiame e case pur di riaverli vivi.
Lo conferma il nuovo rapimento di massa avvenuto nello Stato di Zamfara. Nella notte tra il 1º e il 2 agosto, uomini armati in motocicletta hanno attaccato prima una base militare e poi il villaggio di Kasuwar Daji, passando di casa in casa. Almeno 52 persone, tra le quali alcuni bambini, sono rimaste nelle mani dei rapitori. In quell’area i banditi impongono tributi ai contadini, rubano bestiame, controllano attività minerarie illegali e trasformano intere comunità in riserve umane dalle quali prelevare ostaggi.
Qui la religione spiega poco. La fede della vittima interessa soltanto quando può aumentarne il prezzo.
La Nigeria è una nazione nella quale cristiani e musulmani costituiscono due comunità immense, entrambe superiori al quaranta per cento della popolazione. Ma alla divisione religiosa si sovrappongono appartenenze etniche, rivalità territoriali, conflitti per l’acqua e la terra, disoccupazione giovanile, traffici minerari, contrabbando di armi e antiche fratture tra agricoltori sedentari e pastori nomadi. Ridurre tutto alla formula «musulmani contro cristiani» significa non capire il Paese e, soprattutto, offrire un alibi a chi lo governa.
La politica conosce molto bene questa confusione. Talvolta la alimenta, altre volte la osserva in silenzio. La paura religiosa ed etnica mobilita voti, consolida appartenenze, crea clientele e permette ai responsabili istituzionali di presentarsi come protettori della propria comunità, invece di rispondere della sicurezza di tutti.
Nel federalismo nigeriano, poi, le responsabilità rimbalzano continuamente. Il governo federale accusa la vastità del territorio; i governatori denunciano di non controllare direttamente tutte le forze di sicurezza; la polizia lamenta scarsità di mezzi; le comunità vengono invitate a organizzare gruppi di vigilanza. Intanto alcuni poteri locali trattano tregue informali con i banditi, ne tollerano la presenza o cercano accomodamenti che garantiscano una quiete provvisoria. In alcune zone i capi delle bande hanno ormai acquisito influenza politica, capacità negoziale e libertà di movimento.
Non sempre si tratta di complicità dimostrabile. Ma esiste anche una responsabilità del silenzio, dell’inerzia e della convenienza. Quando un governatore lascia che una comunità si difenda da sola, quando la sicurezza diventa una promessa ripetuta a ogni elezione, quando un gruppo armato può imporre tasse, negoziare prigionieri e controllare una foresta, la neutralità delle istituzioni è già una forma di resa.
Occorre dunque evitare due errori opposti.
Il primo è negare la persecuzione anticristiana laddove essa è reale, ideologica e documentata. Il secondo è chiamare persecuzione religiosa ogni crimine che colpisce un cristiano, dimenticando che il vero bersaglio dei banditi è spesso la vulnerabilità: una vulnerabilità che non conosce confessione religiosa.
Dire che l’uccisione di padre Samuel e il rapimento di Inoyi potrebbero avere una finalità principalmente criminale ed estorsiva non significa minimizzare. Al contrario, significa allargare l’accusa. Non siamo soltanto davanti a un possibile odio contro la fede, ma davanti alla dissoluzione dell’autorità pubblica, alla mercificazione della vita umana e alla trasformazione delle comunità religiose in sportelli di pagamento.
Anche quando non viene colpita a causa della fede, la Chiesa viene comunque ferita nella sua missione. Un sacerdote assassinato, un seminarista trascinato nella foresta, una parrocchia costretta a raccogliere un riscatto non sono semplici episodi di cronaca criminale. Sono la negazione concreta della libertà religiosa e della possibilità stessa di vivere insieme.
Il sangue dei cristiani non deve essere usato contro i musulmani. E il sangue dei musulmani non deve essere adoperato per negare le sofferenze dei cristiani. Entrambi chiedono la stessa cosa: uno Stato che non trasformi le identità religiose in strumenti elettorali e che non lasci i cittadini soli davanti agli uomini armati.
Padre Samuel Opeyemi Oyetoro non può diventare una bandiera da agitare nella guerra delle statistiche. È stato un uomo, un sacerdote, un pastore. Aveva un volto, una vocazione e una comunità. Il suo corpo abbandonato lungo la strada domanda qualcosa di più delle condoglianze ufficiali: domanda che la Nigeria smetta di essere un Paese nel quale la croce può essere trasformata in un bersaglio o in un prezzo.
Non sempre chi assalta una chiesa vuole distruggere la fede: talvolta vuole soltanto monetizzarne la presunta ricchezza. Ma uno Stato che consente ai criminali di mettere sacerdoti, seminaristi e cittadini a riscatto finisce comunque per consegnare la religione alla paura e la politica all’impunità.
