Il presidente sandinista annuncia che nel Paese «non ci saranno più elezioni». Dalla rivoluzione contro la dittatura Somoza alla costruzione di un nuovo potere personale: il paradosso di una rivoluzione che rinnega se stessa.
Ogni dittatura nasce promettendo di liberare il popolo da quella precedente. È la più antica delle illusioni politiche. Daniel Ortega, che nel 1979 contribuì a rovesciare il regime dei Somoza in nome della libertà, oggi dichiara apertamente che il Nicaragua non avrà più elezioni. È la parabola di molte rivoluzioni: iniziano abbattendo un tiranno e finiscono costruendone un altro.
La storia ha una straordinaria capacità di ripetersi, ma raramente lo fa come tragedia improvvisa. Più spesso procede lentamente, passo dopo passo, attraverso piccole rinunce che diventano grandi abitudini. È così che le democrazie si svuotano e le autocrazie si consolidano.
Le parole pronunciate da Daniel Ortega durante le celebrazioni della Rivoluzione sandinista rappresentano uno di quei passaggi destinati a entrare nei libri di storia. «Qui non ci saranno più elezioni», ha dichiarato il presidente del Nicaragua, motivando la scelta con la necessità di impedire il ritorno al potere di forze sostenute dagli Stati Uniti e dagli eredi del somozismo.
È una frase che merita attenzione non solo per ciò che dice, ma per ciò che rivela.
Per anni il Nicaragua aveva già mostrato tutti i sintomi della deriva autoritaria: oppositori incarcerati, candidati esclusi dalla competizione elettorale, stampa indipendente perseguitata, università commissariate, organizzazioni religiose e civili colpite da restrizioni sempre più pesanti. Le elezioni continuavano a svolgersi, ma sempre più prive delle condizioni essenziali che rendono realmente libero il voto.
Ora cade anche l’ultima finzione.
La rinuncia dichiarata alle elezioni non è soltanto una modifica delle regole costituzionali. È l’affermazione di un principio secondo cui il potere non deriva più dal consenso dei cittadini, ma dalla presunta superiorità morale di chi governa.
È il tratto distintivo di ogni autoritarismo.
Ortega giustifica questa scelta evocando la minaccia dell’ingerenza americana. Nessuno può negare che la storia dell’America Latina sia stata segnata da interventi esterni, colpi di Stato e pressioni geopolitiche spesso esercitate da Washington. Sarebbe ingenuo dimenticare quella stagione.
Ma proprio per questo colpisce il paradosso.
Una rivoluzione nata per restituire al popolo il diritto di decidere oggi sostiene che il popolo non debba più scegliere.
La sovranità popolare viene così sostituita dalla sovranità del partito, e il voto viene considerato non uno strumento di libertà, ma un rischio da eliminare.
È un copione già visto.
Le grandi rivoluzioni del Novecento, da quelle comuniste a molte rivoluzioni nazionaliste, hanno spesso seguito lo stesso percorso: conquistare il potere in nome della partecipazione popolare e conservarlo eliminando ogni possibilità di alternanza. L’avversario politico smette di essere un concorrente e diventa un nemico della patria. Da quel momento la repressione non viene più presentata come un abuso, ma come una necessità.
Nel caso del Nicaragua questo processo assume anche una dimensione familiare.
Rosario Murillo, moglie di Ortega, è ormai copresidente del Paese. Le recenti riforme costituzionali hanno ulteriormente concentrato il potere nella coppia presidenziale, estendendo il mandato e ridisegnando gli equilibri istituzionali. Non si tratta semplicemente di un governo forte, ma di una progressiva personalizzazione dello Stato.
Ed è proprio qui che si misura la salute di una democrazia.
Le elezioni non servono soltanto a scegliere chi governa. Servono soprattutto a ricordare a chi governa che il potere non gli appartiene.
Quando questa possibilità scompare, anche il consenso perde significato. Non esiste infatti alcun plebiscito capace di sostituire la libertà di scegliere un’alternativa.
La comunità internazionale continuerà probabilmente a dividersi nella lettura del caso nicaraguense. Per alcuni Ortega resta il simbolo della resistenza all’influenza statunitense nella regione. Per altri rappresenta ormai una delle ultime autocrazie latinoamericane.
Ma c’è una domanda che precede ogni appartenenza ideologica.
Può definirsi rivoluzionario un potere che impedisce al popolo di decidere il proprio futuro?
La risposta dovrebbe essere semplice.
La libertà non consiste nell’avere governanti che si proclamano amici del popolo. Consiste nella possibilità di sostituirli pacificamente quando i cittadini lo desiderano.
Le dittature del XXI secolo raramente si presentano con gli stivali e la legge marziale. Preferiscono parlare il linguaggio della sicurezza, della sovranità e della difesa nazionale. Ma il criterio resta immutato. Quando un governo afferma che il popolo non deve più votare perché potrebbe scegliere “quelli sbagliati”, la rivoluzione è già finita. E al suo posto è rimasto soltanto il potere.
