L’ordigno destinato al generale Chaiko esplode all’ingresso del Balzi Rossi. Muore la donna che lo trasportava insieme alla guardia che aveva intuito il pericolo. Illesi lo chef napoletano Carmine Alfieri e la sua brigata. Ma tra indiscrezioni, accuse e propaganda, resta l’immagine di una guerra che divora anche chi crede di trovarsi lontano dal fronte.
La guerra è entrata in un ristorante italiano di Mosca dentro una scatola confezionata come un regalo. Non è arrivata con il fragore riconoscibile di un missile né con il ronzio di un drone, ma accompagnata da una donna che chiedeva di partecipare a una festa privata. Una presenza apparentemente ordinaria, un pacco tra le mani, pochi secondi di esitazione davanti all’ingresso. Poi l’esplosione.
Sabato 1° agosto, poco prima delle venti, un ordigno artigianale è deflagrato davanti al Balzi Rossi, elegante locale italiano di piazza Kudrinskaya, ai piedi di uno dei grandi edifici staliniani della capitale russa. Le autorità hanno inizialmente confermato tre morti — la donna che trasportava la bomba, una guardia di sicurezza e un cliente — e almeno ventuno feriti. Successive comunicazioni russe hanno parlato di cinque vittime e diciannove feriti, ma il bilancio non risulta ancora verificato in modo indipendente.
A impedire che l’ordigno raggiungesse il cuore del ricevimento sarebbe stata proprio la guardia. L’uomo avrebbe fermato la donna e cominciato a controllare la scatola, insospettito da quella consegna inattesa. L’esplosione lo ha ucciso insieme alla portatrice del pacco. È possibile, secondo una delle ricostruzioni circolate sulla stampa russa, che la donna non sapesse di trasportare una bomba e che il dispositivo sia stato azionato a distanza. Ma si tratta ancora di un’ipotesi investigativa, non di una conclusione accertata.
In questa storia confusa, dominata dalle accuse incrociate e dalla propaganda, rimane dunque il gesto concreto di una guardia senza nome: fermare ciò che appariva irregolare, esporsi al rischio, impedire che il pacco entrasse. Forse non sapremo mai quante vite abbia salvato. Sappiamo però che la bomba è esplosa sulla soglia e non in mezzo agli invitati.
All’interno del ristorante si sarebbe svolta una festa privata alla quale partecipavano esponenti militari e delle strutture di sicurezza russe. Diversi media indicano come possibile bersaglio il generale Aleksandr Chaiko, recentemente posto al comando delle Forze aerospaziali russe. La sua presenza e la natura esatta del ricevimento non sono state tuttavia confermate ufficialmente dalle autorità di Mosca. Nessuna organizzazione ha inoltre rivendicato l’attacco.
Il nome di Chaiko è legato alla prima fase dell’invasione dell’Ucraina. Il generale comandava le forze russe impegnate nell’offensiva contro Kyiv e alcune inchieste lo hanno collocato nella catena di comando delle unità operanti nell’area di Bucha. Dire che sia stato giudiziariamente riconosciuto come “responsabile della strage” sarebbe, allo stato, improprio. È corretto affermare che è stato indicato e investigato come uno dei comandanti potenzialmente coinvolti nella responsabilità superiore per le atrocità commesse durante l’occupazione.
Secondo la testata indipendente russa Verstka, tra i feriti potrebbe esserci anche la figlia venticinquenne del generale, mentre il genero sarebbe rimasto ucciso. L’identificazione è stata ricavata confrontando le iniziali e i dati presenti negli elenchi dei ricoverati, ma non ha ricevuto una conferma ufficiale. Anche questo particolare deve quindi essere trattato con prudenza.
Sono rimasti invece illesi lo chef napoletano Carmine Alfieri e i membri della sua brigata. Lo stesso cuoco ha fatto sapere che la cucina non è stata coinvolta e che l’esplosione è avvenuta all’esterno. L’ambasciata russa in Italia ha attribuito la loro salvezza all’intervento del servizio di sicurezza.
La rappresentanza diplomatica di Mosca ha immediatamente accusato quelli che ha definito “terroristi ucraini”, sostenendo persino che la scelta di un ristorante italiano fosse destinata a intimidire gli italiani che lavorano in Russia. È un’affermazione politica, non sostenuta finora da prove rese pubbliche. Il locale sembra essere stato scelto non per la sua italianità, ma perché avrebbe ospitato un vertice conviviale dell’apparato militare russo. Trasformare la nazionalità dello chef in una prova del movente significa forzare i fatti per piegarli alle esigenze della comunicazione di guerra.
Il punto, tuttavia, non è stabilire se il possibile obiettivo fosse innocente. Anche qualora Chaiko fosse stato realmente presente e anche qualora risultassero provate le sue responsabilità per Bucha, un attentato compiuto in un ristorante affollato, mediante una bomba riempita di elementi metallici, non costituisce giustizia. La giustizia individua le responsabilità, raccoglie le prove e chiama gli accusati davanti a un tribunale. Il terrorismo dissemina invece la colpa nello spazio, affidando al caso la scelta di chi debba morire.
La donna con il pacco, la guardia all’ingresso, i camerieri, i cuochi, i passanti e gli invitati diventano così personaggi intercambiabili di un conflitto che ha cancellato progressivamente la distinzione tra fronte e retrovia. Il tavolo di un ristorante può trasformarsi in un bersaglio; un regalo in una mina; una festa di compleanno in un’operazione militare.
L’attentato del Balzi Rossi racconta soprattutto questo: dopo anni di invasione, bombardamenti e operazioni clandestine, la violenza ritorna verso il centro da cui la guerra è stata comandata. Ma non torna mai in modo ordinato. Non raggiunge soltanto i generali, i responsabili politici o coloro che vengono accusati di crimini. Colpisce prima una guardia che svolge il proprio lavoro e, forse, una donna trasformata inconsapevolmente nel contenitore umano di una bomba.
La guerra promette sempre di riconoscere il nemico. Alla fine, invece, esplode tra le mani di chi si trovava semplicemente sulla soglia.
