La stabilità è un valore e quattro anni di governo meritano un bilancio serio, non una caricatura. Ma il cristiano non può diventare il tifoso della maggioranza né il megafono dell’opposizione: salari, sanità, famiglie, giovani, poveri e anziani vengono prima delle bandiere. Perché il vero record della politica dovrebbe essere restituire speranza alle persone.
A Bari si accendono le luminarie, si prepara il palco, arrivano i pullman, si apparecchia una festa politica che celebra un dato incontestabile: il governo guidato da Giorgia Meloni ha raggiunto il primato di durata nella storia della Repubblica. La stabilità, dopo decenni italiani segnati da esecutivi fragili, maggioranze scomposte e legislature tormentate, non è certamente qualcosa da deridere. Un governo capace di durare rappresenta in sé un elemento di responsabilità istituzionale, soprattutto quando quella durata nasce da una maggioranza uscita chiaramente dalle urne. Sarebbe dunque poco serio, anche da parte di chi non condivide le scelte dell’esecutivo, trasformare ogni risultato in un fallimento e ogni celebrazione in una colpa. Ma sarebbe altrettanto poco serio pensare che la durata possa bastare a certificare la bontà di un governo, quasi che il calendario fosse diventato improvvisamente una categoria morale.
Per un cattolico la domanda, infatti, è inevitabilmente un’altra. Non riguarda anzitutto Giorgia Meloni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Salvini o chiunque altro si prepari alla prossima campagna elettorale. La domanda riguarda le persone. Come stanno gli italiani? Come vive una famiglia con due stipendi normali e due figli? Che cosa accade quando arriva una bolletta inattesa, quando un anziano deve prenotare una visita specialistica, quando una madre attende mesi per un esame diagnostico, quando un giovane laureato guarda lo stipendio che potrebbe ricevere all’estero e poi quello che gli viene offerto nella propria città? Che cosa significa oggi perdere il lavoro a cinquant’anni, pagare un affitto in una grande città, crescere un figlio, assistere un genitore non autosufficiente?
È qui che finisce la propaganda e comincia la politica.
Possiamo discutere per giorni se i numeri presentati dal governo siano più convincenti di quelli esibiti dall’opposizione. Possiamo ascoltare la maggioranza rivendicare l’aumento dell’occupazione e le opposizioni ricordare il costo della vita, i salari insufficienti, le difficoltà della sanità o della produzione industriale. È il gioco naturale della democrazia: chi governa mette in luce ciò che ritiene di aver realizzato, chi si oppone mostra ciò che non funziona. Il problema nasce quando entrambi dimenticano che dietro ogni percentuale esiste una storia umana.
La politica contemporanea soffre infatti di una curiosa malattia: parla incessantemente del popolo e rischia di incontrare sempre meno le persone. Le persone vere, però, non vivono dentro una brochure. Non abitano nei grafici preparati per un comizio e neppure nei post indignati dell’opposizione. Vivono nei condomini, prendono il treno alle sei del mattino, aspettano davanti agli ambulatori, fanno la fila al supermercato calcolando mentalmente quanto manca alla fine del mese. Sono imprenditori che non riescono a programmare il futuro, lavoratori che vedono aumentare il prezzo di quasi tutto tranne il valore del proprio stipendio, commercianti che tengono aperto con fatica, giovani che vorrebbero mettere al mondo dei figli ma prima devono capire se potranno permettersi una casa.
Il cristiano dovrebbe partire da qui, perché il cattolicesimo politico, quando è autentico, possiede una libertà che nessuna appartenenza partitica può concedere. Non deve difendere un governo perché appartiene alla destra e neppure attaccarlo per sentirsi progressista. Non può trasformare il Vangelo in un programma elettorale, ma neppure rinchiuderlo in sacrestia quando vengono toccate la dignità del lavoro, la giustizia sociale, la famiglia, la povertà, l’accoglienza, la pace, la tutela dei più fragili. La Dottrina sociale della Chiesa non consegna tessere di partito: consegna criteri di giudizio. Al centro non colloca lo Stato, il mercato, il leader, il partito o la nazione, ma la persona umana e il bene comune.
Ed è questa libertà che oggi dovremmo recuperare. Un cattolico può riconoscere al governo Meloni ciò che ritiene positivo senza per questo trasformarsi nel suo cappellano politico; allo stesso modo può denunciare con forza ciò che considera insufficiente senza diventare automaticamente un militante dell’opposizione. Può considerare un bene la stabilità e nello stesso tempo chiedere che quella stabilità produca frutti più visibili nella vita quotidiana. Può apprezzare il prestigio internazionale dell’Italia e domandarsi perché tante famiglie continuino a percepire insicurezza economica. Può sostenere la necessità di governare i fenomeni migratori e nello stesso tempo rifiutare qualsiasi linguaggio che trasformi esseri umani disperati in materiale per una campagna elettorale. Può chiedere sicurezza nelle città senza dimenticare che la sicurezza significa anche avere un lavoro dignitoso, poter curare un tumore in tempo, non essere lasciati soli nella vecchiaia e non dover scegliere fra pagare un affitto e mantenere un figlio all’università.
Forse proprio Bari offre involontariamente l’immagine più eloquente di questa contraddizione. È una città che oggi ospita una festa di partito, ma che conserva nella propria memoria un’altra immagine, quella dell’agosto 1991, quando migliaia di albanesi arrivarono sulla Vlora e una comunità intera fu costretta a confrontarsi, senza preparazione e senza retorica, con la vulnerabilità di uomini e donne che chiedevano un futuro. Non serve trasformare quella pagina in una favola edificante: vi furono difficoltà, paure, tensioni e problemi enormi. Ma rimane un insegnamento. Prima delle categorie esistono i volti. Prima della parola “immigrazione” esistono uomini, donne e bambini. Prima della sicurezza e dell’accoglienza come slogan contrapposti esiste la responsabilità di una politica chiamata a tenere insieme legalità e umanità.
È precisamente ciò che il cristianesimo impedisce di dimenticare. L’uomo non è mai un mezzo. Non lo è il migrante utilizzato per alimentare paure, ma non lo è neppure il cittadino che vive in una periferia difficile e che chiede legittimamente sicurezza. Non lo è il povero mostrato durante una campagna elettorale, non lo è l’imprenditore dipinto automaticamente come privilegiato, non lo è il lavoratore ridotto a categoria statistica, non lo è il giovane invocato in ogni programma mentre continua a rimandare l’idea di una famiglia perché non possiede alcuna certezza economica. La politica comincia a diventare cristianamente credibile quando smette di selezionare le sofferenze in base alla convenienza ideologica.
Per questo sarebbe sbagliato utilizzare i dati diffusi in queste ore semplicemente come munizioni contro il governo. Se una parte consistente del Paese dice di essere preoccupata per sanità, tasse, energia, salari e costo della vita, la risposta non può essere la soddisfazione dell’opposizione perché il governo perde consenso. La sofferenza sociale non è una buona notizia per nessuno. Quando una famiglia non riesce a pagare una bolletta non ha vinto il centrosinistra; quando un paziente rinuncia a una prestazione sanitaria non guadagna un voto il Movimento 5 Stelle; quando un giovane lascia l’Italia perché non trova una prospettiva dignitosa non dovrebbe festeggiare nessun partito. Quel giovane è una sconfitta comune.
Allo stesso modo, se l’occupazione cresce, se alcuni indicatori migliorano, se l’Italia conquista credibilità internazionale o se una politica pubblica produce effetti positivi, l’opposizione dovrebbe avere la maturità di riconoscerlo. Non si costruisce un’alternativa credibile desiderando che il Paese stia peggio perché chi governa ne paghi il prezzo elettorale. Esiste una forma di opposizione altrettanto sterile della propaganda governativa: quella che trasforma ogni difficoltà dell’Italia in un’occasione per dire “ve l’avevamo detto”. Anche questa logica dimentica le persone.
La grande sfida, allora, non consiste nel decidere se applaudire o contestare la festa di Bari. La questione è domandarsi che cosa significhi davvero governare un Paese nel 2026, mentre una parte del ceto medio teme di scivolare verso il basso, la natalità continua a rappresentare una delle emergenze più profonde della nazione, l’accesso alle cure diventa per molti un percorso estenuante e troppi ragazzi sentono che per costruire il proprio futuro sia necessario partire. Una politica degna di questo nome dovrebbe essere giudicata dalla capacità di affrontare queste realtà, non soltanto dalla capacità di raccontarle.
Anche la parola “stabilità”, dunque, va riempita di contenuto. Un governo stabile è un bene se quella stabilità permette di programmare, riformare, investire, correggere gli errori e affrontare problemi che richiedono anni. Diventa invece un dato puramente cronologico se il principale argomento per celebrarla è semplicemente quello di essere durata più dei governi precedenti. Quattro anni non sono pochi. Proprio per questo autorizzano a chiedere molto.
Non è una posizione contro Giorgia Meloni. È una posizione a favore della responsabilità di chiunque governi. E domani varrebbe esattamente allo stesso modo per un presidente del Consiglio di centrosinistra, per un governo tecnico o per qualunque altra maggioranza. La Dottrina sociale della Chiesa non cambia con Palazzo Chigi. La dignità della persona non oscilla nei sondaggi. Il bene comune non appartiene alla destra o alla sinistra e soprattutto non coincide mai completamente con il programma di una coalizione.
C’è poi qualcosa che una politica sempre più costruita sull’identità dovrebbe ricordare. Gli italiani non sono soltanto elettori. Prima di votare Fratelli d’Italia, Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Futuro Nazionale, Forza Italia, Lega o qualunque altra formazione, sono persone. Sono padri, madri, figli, nonni, lavoratori, disoccupati, malati, studenti, imprenditori, cittadini impauriti e cittadini pieni di speranza. Ridurli alla loro intenzione di voto significa perdere proprio ciò che la politica dovrebbe servire.
Per noi cattolici questo non è un dettaglio metodologico. È una conseguenza della fede. Se crediamo davvero che ogni persona possieda una dignità che non dipende dal reddito, dalla provenienza, dal successo, dalla salute e neppure dalle proprie opinioni politiche, allora siamo obbligati a guardare alla società partendo da chi rischia di rimanere indietro. Non perché il povero sia automaticamente migliore, ma perché una comunità rivela la propria qualità morale nel modo in cui tratta chi possiede meno strumenti per difendersi.
Ecco perché, davanti alla festa di Bari, non sento la necessità né di unirmi all’osanna né di partecipare al coro dell’indignazione. Preferisco una domanda più scomoda: dopo 1.413 giorni di governo, quante persone sentono di poter guardare al futuro con maggiore fiducia? E subito dopo ne viene un’altra, che riguarda anche chi oggi contesta Giorgia Meloni: quale alternativa concreta siete in grado di offrire a quelle stesse persone, oltre alla denuncia degli errori dell’esecutivo?
Sono domande meno spettacolari di un comizio, ma molto più serie. Perché governare non significa durare, così come opporsi non significa attendere che chi governa cada. Governare significa servire; opporsi significa prepararsi a servire diversamente e possibilmente meglio.
Alla fine le luminarie saranno spente, il palco verrà smontato, i pullman torneranno a casa e anche i sondaggi di oggi saranno sostituiti da quelli della prossima settimana. Resterà invece la vita concreta di milioni di persone. Resterà il padre che guarda lo scontrino della spesa, la madre che attende una visita, il giovane che prepara una valigia, l’anziano che vive solo, l’operaio che spera nel rinnovo del contratto, l’imprenditore che deve decidere se assumere qualcuno.
È a loro che la politica dovrà presentare il conto dei propri risultati.
Ed è da loro che un cattolico dovrebbe sempre ricominciare a giudicarla.
Il primato di durata del governo Meloni è un dato politico che merita rispetto, ma non può diventare il metro definitivo di un’esperienza di governo. Per la Dottrina sociale della Chiesa la politica trova infatti la propria ragione d’essere nella persona e nel bene comune. Per questo il cattolico non ha bisogno di scegliere tra l’autocelebrazione della maggioranza e il compiacimento dell’opposizione: deve stare dalla parte delle persone, soprattutto di quelle che fanno più fatica a farsi ascoltare.
