Il Veneto è la prima Regione governata dal centrodestra ad approvare una legge sulle procedure per il suicidio medicalmente assistito. Zaia parla di responsabilità, Fratelli d’Italia vota contro, Lega e Forza Italia lasciano libertà di coscienza. Ma ridurre tutto alla paura di perdere il voto cattolico significa non comprendere la profondità della questione.

 Sul fine vita la politica commette spesso un errore: conta i voti prima ancora di guardare il volto del malato. Chi guadagnerà consensi? Chi perderà l’elettorato cattolico? Chi apparirà più moderno e chi più conservatore? Il voto del Veneto dimostra invece che le categorie tradizionali di destra e sinistra reggono sempre meno davanti alle grandi questioni della vita. E forse è un bene, perché la sofferenza di una persona non dovrebbe mai diventare materiale per una campagna elettorale.

Con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni, il Consiglio regionale del Veneto ha approvato il provvedimento che disciplina procedure e tempi dell’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito. È la quarta Regione italiana a intervenire e la prima governata dal centrodestra. Fratelli d’Italia ha votato contro, mentre Lega e Forza Italia hanno lasciato libertà di coscienza.

Una precisazione è necessaria anche per chi, come chi scrive, guarda alla questione dalla prospettiva cattolica. Il Veneto non ha introdotto genericamente l’eutanasia né inventato un nuovo diritto regionale alla morte. La legge organizza le procedure sanitarie relative ai casi delimitati dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, che con la sentenza 242 del 2019 ha individuato circostanze precise nelle quali l’aiuto al suicidio non è punibile: patologia irreversibile, sofferenze giudicate intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e piena capacità di decisione libera e consapevole.

Questo chiarimento giuridico, tuttavia, non elimina la questione morale. Anzi, la rende più seria. Gli emendamenti voluti dal presidente Alberto Stefani hanno rafforzato il ruolo del palliativista, previsto un Comitato bioetico regionale, dato priorità all’informazione sulle cure palliative e ribadito la volontarietà dell’intervento del medico. Sono garanzie importanti e sarebbe ideologico fingere che non esistano. Ma resta la domanda decisiva: quale idea di cura entra nel nostro sistema sanitario quando, accanto al dovere di accompagnare il malato, viene organizzato anche un percorso che può condurre alla sua morte?

Il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha espresso soprattutto preoccupazione per le persone fragili e sole. È questo, più delle polemiche di partito, il punto che merita di essere ascoltato. Una decisione può apparire perfettamente autonoma sulla carta e nascere invece dentro la solitudine, la paura di essere un peso, l’assenza di assistenza familiare o la percezione che non vi siano alternative realmente accessibili.

La posizione cattolica, del resto, non coincide con l’accanimento terapeutico. La Chiesa lo rifiuta. La Samaritanus bonusinsiste invece sulle cure palliative, sull’accompagnamento, sul controllo del dolore e sulla presenza umana accanto al malato. Il cristiano non dice semplicemente «devi vivere». Dice, o dovrebbe dire: «Non sarai lasciato solo mentre vivi e mentre muori».

È proprio questa promessa che la politica deve rendere credibile. Prima di discutere della libertà di morire occorrerebbe chiedersi se abbiamo garantito davvero a tutti la libertà di essere curati senza dolore, assistiti a domicilio, accolti in un hospice, sostenuti psicologicamente e accompagnati dalle proprie famiglie. Una scelta è autenticamente libera soltanto quando esistono alternative reali.

Per questo appare povera anche la lettura secondo la quale Giorgia Meloni sarebbe preoccupata principalmente dal “voto cattolico”. Può esserci certamente un calcolo elettorale, come esiste in ogni partito. Ma i cattolici non sono un pacchetto di voti da spostare da una casella all’altra, né il valore della vita può diventare la riserva ideologica di una destra che se ne proclama proprietaria.

La stessa divisione nel centrodestra dimostra il contrario. Zaia ha votato sì, altri leghisti no. Forza Italia si è divisa. Fratelli d’Italia è rimasta contraria. Anche a sinistra esistono sensibilità differenti. Il fine vita attraversa le coscienze prima delle tessere di partito.

Ed è forse questa la lezione politica più utile del Veneto. Sui grandi temi etici sarebbe salutare diminuire le discipline di coalizione e aumentare la responsabilità personale. Ma libertà di coscienza non significa assenza di principi. Significa assumersi personalmente il peso di una decisione che riguarda il limite estremo dell’esistenza umana.

La politica nazionale non può continuare a lasciare alle Regioni, ai giudici e alle aziende sanitarie il compito di riempire un vuoto legislativo che la stessa Corte costituzionale ha più volte invitato il Parlamento a colmare. ) Serve una legge nazionale capace di tutelare insieme il malato, la sua libertà, i più vulnerabili, i medici e l’obiezione di coscienza.

Ma prima ancora di una legge serve una scelta culturale. Quando un uomo gravemente malato dice «non voglio più vivere», una società può limitarsi a verificare se possiede i requisiti previsti dalla norma oppure può domandargli anche: «Che cosa ti manca per desiderare ancora di restare con noi?».

È in questa seconda domanda che, per un cristiano, comincia davvero la cura.

 Il Veneto ha aperto una frattura politica, ma il vero confronto non è tra progressisti e conservatori né tra Zaia e Meloni. È tra due idee della risposta alla fragilità. La legge può stabilire procedure e garanzie; una società umana deve fare qualcosa di più: assicurarsi che nessuno chieda di morire perché si sente solo, inutile o troppo costoso da curare.