La spesa sanitaria pubblica scende al 6,2% del PIL e il nostro Paese resta nelle retrovie europee. Mancano oltre 36 miliardi per raggiungere la media degli altri Paesi europei. Ma dietro percentuali e classifiche ci sono liste d’attesa, famiglie che pagano di tasca propria e milioni di persone che rinunciano alle cure.
Un Paese si giudica anche da quanto è disposto a spendere per curare chi non può permetterselo. L’Italia ha costruito uno dei più importanti servizi sanitari universalistici d’Europa, fondato sull’idea semplice e rivoluzionaria che davanti alla malattia il ricco e il povero abbiano la stessa dignità. Oggi, però, quel principio rischia di restare scritto nelle leggi mentre nella vita quotidiana cresce una sanità a due velocità: chi può paga e anticipa i tempi, chi non può aspetta.
Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è scesa al 6,2% del PIL, contro una media europea del 7,1%. Per ogni cittadino spendiamo 3.952 dollari a parità di potere d’acquisto, oltre mille in meno rispetto alla media dei Paesi europei considerati. Per colmare la distanza servirebbero circa 36 miliardi di euro. L’Italia è ultima tra i Paesi del G7 e davanti a noi, nel confronto europeo, ci sono ormai anche Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia e Spagna.
Naturalmente i problemi della sanità non si risolvono gettando denaro dentro un sistema senza chiedersi come venga speso. Esistono inefficienze, differenze enormi tra Regioni, sprechi, cattiva organizzazione e una medicina territoriale ancora incompleta. Sarebbe quindi semplicistico ridurre tutto alla percentuale del PIL. Ma sarebbe ancora più comodo utilizzare le inefficienze come alibi per non finanziare adeguatamente il Servizio sanitario nazionale.
Il punto è che il sottofinanziamento dura da quindici anni e attraversa governi di ogni colore. Non è dunque un problema imputabile soltanto all’esecutivo di oggi. È diventato una scelta strutturale della politica italiana: la sanità viene proclamata priorità nei discorsi e trattata come una variabile da comprimere quando si costruiscono i bilanci.
Eppure la salute non è una voce qualunque del bilancio dello Stato. La Costituzione italiana la definisce un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività. Per un cristiano c’è qualcosa di ancora più profondo: nel malato non incontriamo un costo, ma una persona. Il Vangelo non domanda quale sia il rendimento economico dell’uomo ferito lungo la strada; domanda chi abbia avuto compassione e si sia fermato.
È questo che rende inquietante il dato sulla rinuncia alle cure. Nel 2024 circa 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a visite o prestazioni sanitarie. Quando una famiglia deve scegliere se pagare una visita specialistica oppure rimandarla perché non può permettersela, la crisi del Servizio sanitario smette di essere una questione contabile e diventa una questione di giustizia sociale.
La sanità privata può avere un ruolo importante e integrare quella pubblica. Diventa però un problema quando non rappresenta più una scelta, ma l’unico modo per aggirare una lista d’attesa. A quel punto il denaro comincia silenziosamente a stabilire anche il tempo della cura: chi possiede di più viene visitato prima, chi possiede meno aspetta. E nella malattia il tempo non è mai neutrale.
C’è poi una contraddizione che dovremmo avere il coraggio di guardare. Siamo un Paese che invecchia rapidamente e che quindi avrà bisogno di più medicina territoriale, più assistenza domiciliare, più infermieri, più prevenzione e più cura delle cronicità. Proprio mentre cresce il bisogno, continuiamo però a lasciare il nostro sistema sanitario molto al di sotto dei principali partner europei.
Non si tratta allora di chiedere semplicemente altri miliardi. Occorre pretendere che ogni euro aggiuntivo produca medici, infermieri, diagnostica, assistenza territoriale e tempi di attesa realmente più brevi. Finanziamento e riforma devono procedere insieme.
Ma una cosa dovrebbe essere sottratta alla disputa quotidiana tra maggioranza e opposizione: il Servizio sanitario nazionale non appartiene a un governo. Appartiene agli italiani. È una delle forme concrete con cui una comunità afferma che la vita di chi ha poco vale esattamente quanto quella di chi ha molto.
Una società autenticamente civile non si misura soltanto da quanto cresce il suo PIL. Si misura da ciò che decide di fare con quella ricchezza. E soprattutto da chi sceglie di non lasciare indietro quando le risorse diventano scarse.
Essere ultimi nel G7 per spesa sanitaria pubblica non è soltanto una classifica poco lusinghiera. Dietro il 6,2% del PIL ci sono persone, famiglie e malati. La sanità ha certamente bisogno di riforme e non soltanto di denaro, ma quando quasi sei milioni di cittadini arrivano a rinunciare alle cure la questione non è più soltanto economica: riguarda il modello di società che vogliamo essere.
