La bambina di cinque anni, i viaggi in Messico, le cure sperimentali e centinaia di migliaia di euro spesi inseguendo una possibilità di miglioramento. Poi la morte di padre, madre e figlia. Ma sarebbe troppo facile spiegare tutto con i debiti o con la malattia. La tragedia di Pietralata pone una domanda più profonda: chi si prende cura di chi trascorre la vita a prendersi cura?

Ci sono case nelle quali la sofferenza entra senza bussare e cambia per sempre il vocabolario di una famiglia. Parole semplici come futuro, vacanze, lavoro, notte, sonno, denaro assumono improvvisamente un significato diverso. È quanto sembra essere accaduto nella vita di Luca Abbasciano, Valentina Pambianco e della loro bambina Bianca, cinque anni, affetta fin dalla nascita da una grave disabilità.

Sono stati trovati morti nella loro abitazione di Pietralata, a Roma. La Procura procede per omicidio e, allo stato delle indagini, l’ipotesi resta quella dell’omicidio-suicidio. Cellulari e computer sono stati acquisiti, sono in corso verifiche sui conti della famiglia e sulle ingenti somme destinate alle cure della bambina.

Di fronte a tre morti occorre però avere pudore. Soprattutto quando una delle tre vittime si chiamava Bianca e aveva appena cinque anni.

Le cronache stanno ricostruendo i viaggi compiuti dai genitori in Messico nella speranza di ottenere per la figlia ciò che la medicina ordinaria non sembrava poter offrire. Si parla di tre o quattro soggiorni e di somme complessivamente elevatissime. A Monterrey Bianca era stata sottoposta anche a un trattamento sperimentale con il Cytotron, un dispositivo che impiega radiofrequenze e sul quale non risultano riconosciute in Italia evidenze sufficienti per l’utilizzo terapeutico prospettato dalla clinica. Per quel trattamento, insieme a viaggio e permanenza, sarebbero state sostenute spese nell’ordine di decine di migliaia di euro; l’intero percorso terapeutico della famiglia avrebbe invece raggiunto, secondo diverse ricostruzioni ancora al vaglio degli investigatori, cifre molto più alte.

Non spetta a un giornale emettere sentenze scientifiche su una struttura sanitaria prima che vi siano elementi sufficienti per farlo. Ma una domanda è legittima e persino necessaria: quanto può costare la speranza quando a comprarla è un padre o una madre disposti a tutto pur di vedere migliorare il proprio figlio?

Esiste un confine delicatissimo tra medicina e promessa, tra ricerca e aspettativa, tra diritto a tentare e disperazione di dover tentare ancora. Quando una famiglia ha davanti a sé un bambino gravemente disabile, ogni piccolo miglioramento può diventare una luce. E quando quella luce viene associata a un trattamento disponibile soltanto dall’altra parte del mondo, attraverso viaggi, soggiorni e terapie costosissime, il rischio è che la cura smetta lentamente di essere una possibilità e diventi un’ossessione salvifica.

È precisamente qui che il cristianesimo pronuncia una parola controcorrente.

La speranza cristiana non coincide con la guarigione.

Curare significa certamente cercare di guarire. Significa utilizzare tutta la scienza disponibile, sostenere la ricerca, non rassegnarsi davanti a diagnosi difficili. Ma arriva un momento nel quale curare significa soprattutto prendersi cura. Restare. Accompagnare. Alleggerire. Amare la persona non perché sta migliorando, ma semplicemente perché esiste.

Bianca valeva infinitamente anche se non fosse migliorata mai.

È una verità che il Dicastero per la Dottrina della Fede ha espresso con straordinaria nettezza nella Dignitas infinita: la dignità appartiene a ogni essere umano «al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi». E proprio parlando della disabilità il documento ricorda che la persona vulnerabile conserva integralmente la propria dignità perché è voluta e amata da Dio.

Per questo bisogna pronunciare una parola difficile anche dentro la compassione che questa vicenda suscita.

Possiamo provare una pietà immensa per due genitori che sembrano essere arrivati a un punto di disperazione che soltanto loro hanno conosciuto. Non sappiamo fino in fondo quale oscurità psicologica, quale logoramento, quale paura del futuro li abbia attraversati. E nessuno di noi possiede la bilancia con cui misurare davanti a Dio la responsabilità soggettiva di chi agisce quando la mente è schiacciata dalla sofferenza.

Ma Bianca era un’altra persona.

La sua vita non poteva essere inclusa nella scelta dei genitori.

La compassione per Luca e Valentina non può trasformare l’uccisione di una bambina in una sorta di estremo gesto d’amore. L’amore non elimina l’amato per sottrarlo al dolore. La disperazione può spiegare molte cose; non può trasformare la morte inflitta a un innocente in una soluzione.

Ed è proprio perché siamo cattolici che dobbiamo riuscire a dire contemporaneamente queste due cose: non condannare le anime e non confondere il bene con il male.

Ma sarebbe altrettanto comodo fermarsi qui, trasformando Luca e Valentina semplicemente nei colpevoli e Bianca semplicemente nella vittima.

Perché dalle lettere lasciate nella casa emerge, secondo le ricostruzioni pubblicate, un’espressione terribile nella sua semplicità: non riuscire più a farcela da soli.

È questa forse la frase che dovrebbe disturbare maggiormente una società civile.

Da soli.

Una madre aveva lasciato il lavoro per assistere la figlia. Un padre continuava a lavorare e a cercare possibilità terapeutiche. Viaggi, riabilitazione, denaro, speranze, delusioni, una bambina che richiedeva assistenza continua. Non sappiamo ancora quale sia stata la concatenazione concreta degli eventi che ha portato a quella stanza e a quella pistola. Sarebbe irresponsabile pretendere di saperlo.

Sappiamo però che le famiglie con una persona gravemente disabile possono conoscere una forma di stanchezza che raramente appare nelle fotografie ufficiali: la burocrazia, le visite, le notti interrotte, la paura di ammalarsi perché nessuno potrebbe sostituirti, l’angoscia per ciò che accadrà a tuo figlio quando tu non ci sarai più.

Una società può proclamare splendidi principi sulla disabilità e lasciare contemporaneamente i caregiver consumarsi dentro le proprie case.

La Chiesa lo aveva scritto con sorprendente lucidità nella Samaritanus bonus: la famiglia che sostiene una persona malata «ha bisogno di aiuto e di mezzi adeguati» e gli Stati devono predisporre risorse e strutture che la sostengano. Il documento aggiunge una considerazione ancora più radicale: la tecnica non può eliminare la sofferenza umana e la pretesa che possa farlo rischia di produrre false speranze e, infine, una disperazione ancora maggiore.

Ecco perché la tragedia di Pietralata non può diventare né un processo sommario ai genitori né un racconto sentimentale sulla loro disperazione.

Deve diventare un esame di coscienza.

Per la medicina, perché la speranza dei malati e dei loro familiari è un territorio sacro sul quale ogni promessa deve essere proporzionata alle evidenze scientifiche.

Per la politica, perché assistere una persona con grave disabilità non può significare affidare quasi interamente il peso economico, psicologico ed esistenziale alla sua famiglia.

Per le comunità cristiane, perché non basta celebrare la sacralità della vita dal concepimento alla morte naturale se poi una madre e un padre che assistono ogni giorno un figlio fragile restano invisibili nelle nostre parrocchie.

Per ciascuno di noi, perché forse abbiamo imparato troppo bene a chiedere «come sta la bambina?» e troppo poco a domandare a chi la assiste: «E tu, come stai? Ce la fai? Posso restare con te?»

Il Buon Samaritano non tenne una conferenza sulla sofferenza dell’uomo trovato lungo la strada. Si fermò. Lo caricò. Pagò personalmente perché qualcuno continuasse ad assisterlo.

È questa la rivoluzione cristiana della cura.

Non promettere sempre di guarire. Non vendere illusioni. Non considerare una vita riuscita soltanto quando il corpo risponde alle nostre aspettative. E soprattutto non lasciare nessuno solo davanti alla fragilità.

Perché Bianca non aveva bisogno di diventare un’altra bambina per avere diritto a una vita piena di dignità.

Aveva bisogno di essere Bianca.

E attorno a lei serviva una comunità capace di dire ai suoi genitori, molto prima che la disperazione diventasse abisso: questa bambina è anche affidata a noi. Il suo peso non dovete portarlo da soli.

La tragedia di Pietralata lascia tre morti, ma anche una domanda alla coscienza del Paese: quanto vale la nostra proclamata difesa della vita se, quando la vita diventa fragile, costosa e dipendente dagli altri, lasciamo una famiglia sola a sostenerne tutto il peso?