Le operazioni di disinformazione attribuite a Mosca sono una minaccia reale e documentata dall’Unione europea. Ma contrastarle non significa trasformare ogni dissenso sull’Ucraina in sospetto di tradimento. Il caso Vannacci mostra quanto sia sottile il confine: combattere la propaganda senza costruirne una di segno opposto.

Nelle guerre di un tempo bisognava conquistare una città. In quelle ibride può essere sufficiente conquistare la sfiducia dei suoi abitanti. Convincere che le istituzioni mentano, che l’economia stia crollando per colpa del nemico indicato quel giorno, che i migranti stiano portando via sicurezza, lavoro e welfare, che votare non serva più a nulla. È questa la parte più insidiosa della strategia attribuita da anni alla Russia: non obbligarci necessariamente a credere a Mosca, ma convincerci a non credere più a nessuno.

Che la minaccia esista non è un’invenzione giornalistica. L’Unione europea considera sabotaggi, cyberattacchi, manipolazione dell’informazione, interferenze elettorali e persino strumentalizzazione dei flussi migratori parte delle attività ibride utilizzate per destabilizzare gli Stati membri. Negli ultimi mesi Bruxelles ha adottato nuove sanzioni contro soggetti ed entità accusati di diffondere sistematicamente propaganda e disinformazione riconducibili all’architettura d’influenza del Cremlino.

La prima arma è semplice: prendere un problema vero e deformarlo. L’inflazione esiste, il prezzo della benzina può aumentare, le migrazioni pongono problemi seri di accoglienza, integrazione e sicurezza, l’Europa commette errori. La propaganda più efficace non inventa necessariamente tutto da zero: prende una parte di realtà, la stacca dal contesto e la trasforma nella spiegazione universale delle nostre paure. È molto più potente di una menzogna grossolana perché contiene abbastanza verità da sembrare interamente vera.

I migranti rappresentano il terreno ideale. Qui una lettura cattolica dovrebbe essere particolarmente vigile. Non perché l’immigrazione debba essere considerata senza problemi né perché uno Stato debba rinunciare a governare le proprie frontiere. Ma perché l’uomo che arriva non può diventare materia prima per una strategia della paura. Quando persone concrete vengono ridotte alla categoria indistinta di invasori, portatori di malattie o parassiti del welfare, non viene deformata soltanto una statistica: viene oscurata una dignità. E il cristiano dovrebbe riconoscere il confine tra il legittimo governo dei flussi e la fabbricazione politica del nemico.

La stessa prudenza, però, deve valere nell’altra direzione. La lotta alla disinformazione perde credibilità quando ogni opinione sgradita viene classificata come propaganda russa. Essere contrari all’invio di altre armi a Kiev, criticare le sanzioni oppure chiedere una trattativa con Mosca può essere politicamente discutibile, ingenuo o persino sbagliato, ma non costituisce in sé la prova di lavorare per il Cremlino.

È qui che entra Roberto Vannacci. Il Financial Times, riprendendo un’analisi dell’European Council on Foreign Relations, lo ha descritto come un possibile «cavallo di Troia» dell’influenza russa in Italia. Le ragioni politiche dell’allarme sono comprensibili: Vannacci propone di riaprire i rapporti economici con Mosca, contesta il sostegno italiano all’Ucraina e il suo movimento arriva a mettere in discussione gli stessi impegni internazionali dell’Italia, compresa la NATO. L’ECFR sottolinea inoltre una sua dichiarata disponibilità ad accettare finanziamenti stranieri qualora fossero perfettamente legali.

Ma occorre separare i fatti dalle interpretazioni. Non è emersa pubblicamente una prova che Vannacci sia finanziato, diretto o coordinato dal Cremlino. «Cavallo di Troia» è una valutazione politica di un think tank, non una conclusione giudiziaria o di intelligence resa pubblica. Dire che determinate posizioni coincidono con interessi russi è legittimo; trasformare automaticamente quella coincidenza nella prova di una dipendenza da Mosca sarebbe un salto che i fatti disponibili non consentono.

Anche sulla storia recente è necessario essere precisi. L’interferenza russa nelle presidenziali americane del 2016 è stata documentata in modo molto solido, compresa la campagna sui social diretta a seminare divisione e sfiducia. Ma le stesse autorità americane precisarono di non aver valutato se quelle attività avessero determinato il risultato elettorale. Sulla Brexit la cautela deve essere ancora maggiore: il rapporto parlamentare britannico ha riconosciuto indizi e tentativi d’influenza, ma ha affermato che stabilirne l’effetto sul referendum sarebbe stato estremamente difficile, se non impossibile. Parlare quindi di un ruolo «determinante» di Mosca nella vittoria del Leave va oltre ciò che le verifiche ufficiali consentono di affermare.

Non è una puntualizzazione accademica. È il cuore della questione.

Se vogliamo difendere la democrazia dalla manipolazione russa, non possiamo farlo manipolando a nostra volta le certezze disponibili. La verità non diventa meno importante quando è al servizio di una causa che consideriamo giusta. Per il cristiano, anzi, dovrebbe valere l’opposto: proprio quando si combatte la menzogna diventa necessario essere più rigorosi con la verità.

La guerra ibrida mira a distruggere la fiducia. Per questo la risposta più efficace non può essere una società impaurita che vede agenti di Putin dietro ogni critica al governo, né una società ingenua che considera qualsiasi denuncia dell’influenza russa una montatura occidentale. Sono due estremi che finiscono paradossalmente per produrre lo stesso risultato: una comunità nella quale nessuno crede più a nessuno.

La democrazia si difende verificando i dati, distinguendo le opinioni dalle operazioni clandestine, rendendo trasparenti i finanziamenti politici, proteggendo le elezioni e pretendendo responsabilità dalle piattaforme digitali. Ma si difende anche rifiutando di trasformare i migranti in fantasmi utili a raccogliere voti e gli avversari politici in traditori senza prove.

C’è una frase evangelica sorprendentemente moderna: «La verità vi farà liberi». Non dice che la verità ci farà vincere una campagna elettorale. Dice qualcosa di più esigente: ci farà liberi. Anche dalla paura, anche dalla propaganda, anche dal bisogno di inventare un nemico.

La disinformazione russa è una minaccia reale e l’Europa ha il dovere di difendersi. Ma la risposta non può essere una nuova stagione di sospetti indiscriminati. Vannacci può essere contestato duramente per le sue idee senza trasformare un’analisi politica nella prova di una dipendenza da Mosca. E i migranti possono essere governati senza trasformarli in carburante della paura. Contro la guerra ibrida la prima difesa resta la più antica: chiamare le cose con il loro nome e non dire più di ciò che possiamo dimostrare.