L’ex ministro della Difesa ucraino prepara una società di tecnologie militari con Alex Karp di Palantir come primo grande investitore. Pochi giorni prima Guido Crosetto lo aveva nominato advisor per l’innovazione della Difesa italiana. Una scelta legittima, ma che apre interrogativi politici, etici e di trasparenza.
L’Ucraina è diventata, suo malgrado, uno dei più avanzati laboratori della guerra contemporanea. Droni, intelligenza artificiale, robotica, sistemi di intercettazione: tecnologie nate dalla necessità di sopravvivere all’aggressione russa stanno ora diventando competenze da esportare e prodotti da vendere. È comprensibile, ma pone una domanda che il mercato tende a evitare: rendere la guerra più tecnologica significa davvero rendere il mondo più sicuro?
Mykhailo Fedorov ha annunciato la nascita di una nuova società nel settore della difesa, con Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, come primo grande investitore. A questa iniziativa dovrebbero affiancarsi un fondo per finanziare start-up militari e un think tank dedicato alle nuove strategie di sicurezza. Le priorità sono chiare: robotica sul campo di battaglia, droni intercettori e missili a basso costo assistiti dall’intelligenza artificiale.
Non c’è nulla di scandaloso, in sé, nel trasformare un’esperienza militare in strumenti capaci di proteggere altre popolazioni. Un drone che intercetta un missile diretto contro una città può salvare vite. La dottrina cattolica riconosce il diritto degli Stati alla legittima difesa. Il problema nasce quando la difesa si trasforma in un mercato autonomo, nel quale il successo economico dipende dalla continua crescita della domanda di armi.
La vicenda riguarda direttamente anche l’Italia. Pochi giorni prima degli annunci americani, Guido Crosetto aveva nominato Fedorov Advisor per l’Innovazione della Difesa, con particolare attenzione a droni, sistemi senza pilota e difesa aerea. La scelta può essere utile: sarebbe ingenuo ignorare ciò che la guerra in Ucraina ha insegnato sulla trasformazione tecnologica dei conflitti. Ma è altrettanto legittimo chiedere quale sarà il perimetro della consulenza, quali informazioni potrà conoscere e quali garanzie saranno previste nel caso in cui interessi privati e valutazioni pubbliche dovessero incrociarsi.
Non vi è, allo stato, prova di alcun conflitto d’interessi. Sarebbe quindi scorretto insinuarlo. Ma trasparenza e prudenza sono necessarie proprio perché Fedorov sta contemporaneamente costruendo un ecosistema privato nel settore della difesa e assumendo un ruolo di consulenza presso un governo europeo.
Il nodo più profondo resta però un altro: l’intelligenza artificiale applicata alle armi. Papa Francesco aveva posto una linea molto chiara chiedendo che nessuna macchina possa decidere autonomamente di togliere la vita a un essere umano. È una soglia morale che non dovrebbe essere oltrepassata. Un algoritmo può aiutare a individuare una minaccia, ma la responsabilità ultima deve restare umana.
La tecnologia militare possiede infatti una seduzione particolare. Nei convegni si parla di innovazione, efficienza, velocità, precisione. Si mostrano mappe, sensori e droni. Quasi mai si mostra ciò che accade dall’altra parte dello schermo: una persona trasformata in coordinata, un edificio ridotto a bersaglio, una morte convertita in dato.
Per questo la questione non è essere favorevoli o contrari all’innovazione militare. Sarebbe troppo semplice. La domanda è quale limite vogliamo porre alla trasformazione della guerra in un processo sempre più automatizzato, economico e redditizio.
L’Ucraina ha pagato con sangue e distruzione le competenze che oggi possiede. È giusto che esse possano servire a difendere altre vite. Sarebbe invece inquietante se da quella tragedia nascesse soltanto un nuovo grande mercato globale delle armi intelligenti.
La differenza non la farà l’intelligenza artificiale. La faranno la politica, il diritto, la trasparenza e soprattutto la coscienza. Perché il vero progresso non consiste soltanto nel costruire droni capaci di intercettare altri droni. Consiste anche nel non dimenticare che lo scopo ultimo della difesa dovrebbe restare quello di rendere, un giorno, le armi inutili.
La collaborazione tra Fedorov, Palantir e la Difesa italiana può offrire competenze preziose, ma richiede trasparenza e limiti etici chiari. La legittima difesa è un diritto; trasformare la guerra in un mercato che prospera grazie alla moltiplicazione delle guerre è qualcosa di molto diverso.
