Dal Papa un messaggio alle comunità cristiane del Medio Oriente: nessuna nostalgia di potere, ma fedeltà al Vangelo, cura dei migranti, dialogo con l’Islam e una presenza che diventa seme di pace
Ci sono luoghi nei quali essere cristiani non significa occupare uno spazio, ma custodire una presenza. Luoghi nei quali una parrocchia, una scuola, un ospedale, una piccola comunità religiosa possono rappresentare molto più di quanto dicano le statistiche. È questo il Medio Oriente che Leone XIV ha voluto guardare negli occhi ricevendo in Vaticano, il 3 settembre, i membri della Conferenza Episcopale Latina nelle Regioni Arabe.
Il Papa non ha consegnato ai vescovi una strategia di sopravvivenza. Ha indicato qualcosa di più esigente: una spiritualità della presenza.
Nelle terre attraversate da guerre, instabilità, emigrazione e conflitti religiosi, la tentazione può essere quella di contarsi. Quanti cristiani sono rimasti? Quante famiglie sono partite? Quante vocazioni resistono? Quante opere potranno ancora sopravvivere?
Leone XIV sposta invece la domanda: non quanto siamo, ma che cosa siamo diventati.
È forse questo il passaggio più importante del suo discorso.
Il cristianesimo mediorientale non viene invitato a competere numericamente con nessuno. Non gli viene chiesto di riconquistare ciò che la storia gli ha sottratto. Non viene alimentata alcuna nostalgia di predominio religioso o culturale.
Alla Chiesa viene chiesto di essere Chiesa.
Ed essere Chiesa, in quelle terre, può voler dire continuare a curare un malato quando tutto spingerebbe ad andarsene; educare un bambino quando il futuro appare incerto; accompagnare una famiglia divisa dall’emigrazione; aprire una porta a un lavoratore straniero; parlare con un musulmano senza paura; difendere la dignità di un povero senza domandargli prima quale sia la sua fede.
È una concezione della missione lontanissima dalla logica della conquista.
La piccolezza, in questa prospettiva, non è una sconfitta.
Le comunità cristiane del Medio Oriente conoscono fin troppo bene il martirio, l’esilio e la precarietà. Leone XIV ha ricordato suor Leonella Sgorbati, le Missionarie della Carità assassinate nello Yemen e i numerosi sacerdoti, religiosi e laici uccisi in Iraq, Siria e in altri Paesi.
Dietro questi nomi c’è una geografia del dolore che l’Occidente rischia spesso di ricordare soltanto quando esplode una nuova guerra.
Eppure quelle comunità non sono soltanto vittime della storia. Continuano ad essere protagoniste di una possibile riconciliazione.
È qui che il discorso del Papa acquista anche un significato politico, pur restando profondamente evangelico.
Nel Medio Oriente contemporaneo la religione può essere utilizzata per delimitare appartenenze, rivendicare territori, consolidare identità contrapposte. Leone XIV propone il movimento opposto: l’identità cristiana non si indebolisce nell’incontro, ma si verifica proprio nella capacità di incontrare.
Il dialogo con i musulmani e con le altre confessioni cristiane non nasce dunque dall’annacquamento delle differenze. Nasce dalla convinzione che la propria identità non abbia bisogno dell’avversario per esistere.
È una lezione che forse riguarda molto più dell’Arabia, dell’Iraq o della Siria.
Riguarda anche le nostre società europee, dove troppo spesso l’identità religiosa viene trasformata in una bandiera politica da sventolare contro qualcuno.
Leone XIV dice invece ai cristiani: si può essere profondamente fedeli alla propria fede senza trasformarla in un’arma.
Anzi, il Vangelo perde qualcosa della propria verità quando viene confuso con il desiderio di potere.
Nelle parole rivolte ai vescovi latini delle regioni arabe ricorre infatti una distinzione fondamentale: la missione non consiste semplicemente nel mantenere in vita una presenza cristiana, quasi si trattasse di difendere una posizione sulla carta geografica.
La questione è rendere Cristo presente.
Ed Egli si rende presente nella preghiera, nei sacramenti, nell’annuncio, ma anche nell’attenzione concreta verso chi soffre.
Questa precisazione è importante perché impedisce alla Chiesa di diventare soltanto un’organizzazione umanitaria.
Scuole, ospedali, opere assistenziali e iniziative sociali sono indispensabili. Ma se perdono la sorgente spirituale rischiano di trasformare la comunità ecclesiale in una ONG particolarmente efficiente.
Il Papa ricorda invece ai pastori che la carità cristiana nasce dall’Eucaristia, dalla Parola, dalla preghiera.
Non è un dettaglio teologico. È il centro.
Una Chiesa che serve senza pregare prima o poi si svuota. Una Chiesa che prega senza servire tradisce ciò che celebra.
Le due dimensioni devono restare unite.
In questo quadro assumono particolare rilievo anche le parole dedicate ai migranti, soprattutto nei Paesi del Golfo.
Milioni di lavoratori stranieri vivono lontano dalle famiglie, spesso in condizioni di fragilità economica, culturale e psicologica. Molti di loro sono cristiani provenienti dall’Asia o dall’Africa. Per queste persone una comunità ecclesiale può diventare molto più di un luogo di culto: può diventare una casa.
Il messaggio del Papa supera però la semplice assistenza ai cattolici.
Ogni migrante porta una dignità che precede il passaporto, il contratto di lavoro e l’appartenenza religiosa.
È qui che la presenza cristiana acquista una forza sociale inattesa: non perché pretende privilegi, ma perché introduce nella società una domanda sulla dignità dell’uomo.
In un Medio Oriente nel quale le frontiere politiche sembrano talvolta invalicabili, la Chiesa viene così chiamata a costruire frontiere permeabili alla fraternità.
Anche la famiglia entra inevitabilmente in questo discorso.
Le guerre e le crisi economiche non distruggono soltanto città e infrastrutture. Separano genitori e figli, svuotano comunità, costringono intere generazioni a immaginare il proprio futuro altrove.
Quando un giovane cristiano lascia il Libano, la Siria, l’Iraq, la Palestina o un altro Paese della regione, non si verifica soltanto una migrazione economica. Talvolta scompare un frammento di una storia cristiana millenaria.
Ma anche qui Leone XIV non propone la retorica del rimpianto.
Chiede piuttosto alla Chiesa di essere una comunità capace di accompagnare.
La fede non si trasmette attraverso il controllo delle persone, ma creando luoghi nei quali una nuova generazione possa sentirsi ascoltata, educata e amata.
È significativo che il Papa chiuda il proprio discorso con l’immagine della semina.
Chi semina non possiede il raccolto. È forse questa la spiritualità che meglio descrive oggi il cristianesimo mediorientale.
I cristiani di quelle terre potrebbero non vedere i frutti di ciò che stanno costruendo. Una scuola potrà formare ragazzi che emigreranno. Una parrocchia potrà diminuire. Un religioso potrà trascorrere anni accanto a una popolazione senza assistere a nessuna trasformazione evidente.
Eppure il Vangelo chiede di continuare a seminare.
Una parola pronunciata contro l’odio, una famiglia sostenuta, un povero difeso, un giovane educato al perdono possono sembrare gesti infinitamente piccoli rispetto alla potenza degli eserciti e alla durezza delle geopolitiche.
Ma il cristianesimo è nato proprio da questa sproporzione.
Roma aveva gli eserciti. I cristiani avevano il Vangelo. Gli imperi avevano le frontiere. La Chiesa aveva le comunità. La violenza aveva sempre la pretesa dell’ultima parola. I martiri hanno dimostrato che non era così.
Forse è questo che Leone XIV ricorda oggi alle Chiese del mondo arabo, e attraverso di loro anche a noi: non sempre il futuro appartiene a chi dispone della forza più grande.
Talvolta appartiene semplicemente a chi, quando tutti hanno smesso di credere nella pace, continua ostinatamente a seminarla.
Nel Medio Oriente ferito dalle guerre, Leone XIV indica alla Chiesa una strada opposta alla logica del potere: comunità magari piccole, ma capaci di pregare, servire, dialogare e custodire la dignità di ogni uomo. Perché il cristianesimo non deve conquistare territori: deve rendere Cristo presente.
