A Molfetta e Aversa il Papa consegna un modello di formazione sacerdotale: stare con Cristo, imparare la fraternità e poi scendere dal monte verso le ferite della gente. E indica nel venerabile vescovo di Molfetta un sacerdote capace di trasformare il Vangelo in gesti e decisioni.
C’è una frase pronunciata ieri da Leone XIV che merita di essere sottratta alla rapidità della cronaca vaticana. Parlando ai seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI” di Molfetta e del Seminario Vescovile di Aversa, il Papa ha indicato il venerabile don Tonino Bello come esempio particolarmente limpido di ciò che significa «essere Sacerdote ed essere Vescovo»: non attraverso una teoria sul ministero ordinato, ma «in ogni gesto e in ogni decisione», fino alla testimonianza radicale della vita.
Non è una citazione ornamentale. E non è neppure il prevedibile omaggio a un vescovo che appartiene alla memoria ecclesiale della Puglia. Nella pedagogia del discorso di Leone XIV, don Tonino diventa quasi una chiave interpretativa dell’intera formazione sacerdotale.
Il Papa costruisce infatti il suo ragionamento attorno a tre movimenti evangelici: essere chiamati, stare con Cristo, essere mandati. È il dinamismo dei Dodici nel Vangelo di Marco. Gesù sale sul monte, chiama quelli che vuole, li tiene con sé e infine li invia a predicare.
In questa geografia spirituale del ministero c’è già una piccola teologia del seminario.
Prima viene la chiamata.
Leone XIV lo dice con una semplicità che dovrebbe mettere definitivamente in crisi ogni concezione carrieristica della vocazione: non esiste un concorso per diventare sacerdoti. Non c’è una graduatoria. Dio non sceglie necessariamente quelli che agli occhi del mondo appaiono i migliori. Chiama quelli che vuole.
La vocazione cristiana nasce dunque dalla gratuità, non dalla prestazione.
È una precisazione particolarmente importante per la formazione contemporanea. Anche negli ambienti ecclesiastici può insinuarsi infatti quella cultura della performance che domina la società: essere efficienti, competenti, visibili, capaci di organizzare, comunicare, amministrare.
Tutte qualità utili. Nessuna sufficiente.
Prima dell’efficienza pastorale viene l’esperienza di essere stati chiamati. Prima del sacerdote che fa viene il discepolo che riceve. Prima del ministero viene la grazia.
Ed è qui che il Papa colloca il secondo movimento: «stare con Lui».
Il seminario, secondo Leone XIV, esiste anzitutto per questo.
Non per produrre funzionari del sacro. Non per consegnare diplomi ecclesiastici. Non semplicemente per trasmettere competenze teologiche, canoniche o pastorali. Il seminario esiste perché un uomo impari a stare con Cristo.
È forse questo uno dei passaggi più rilevanti dell’intero discorso.
In un’epoca che misura tutto attraverso la velocità, il seminario viene presentato dal Pontefice come il luogo della lentezza necessaria. La vocazione ha bisogno di tempo. Il carattere deve essere purificato. Gli affetti devono maturare. La libertà deve diventare capace di consegnarsi. Le motivazioni devono essere verificate. Le ferite personali devono essere riconosciute e integrate.
Non esistono scorciatoie nella formazione di un pastore.
È significativo che Leone XIV definisca il seminario anche una «scuola degli affetti».
Sono parole che dovrebbero essere meditate attentamente da formatori e responsabili delle vocazioni.
Per decenni il rischio della formazione sacerdotale è stato talvolta quello di separare artificiosamente spiritualità, studio, vita comunitaria e maturazione umana. Come se bastasse possedere una corretta dottrina per essere pronti alla complessità delle relazioni pastorali.
Ma un sacerdote incontra persone prima ancora che problemi.
Ascolta lacrime, entra nelle case, accompagna lutti, conosce matrimoni feriti, raccoglie confessioni, condivide la solitudine degli anziani e l’inquietudine dei giovani, celebra l’Eucaristia per una comunità che spesso conosce personalmente, volto per volto.
Per questo l’affettività sacerdotale non può essere lasciata allo spontaneismo. Deve essere educata.
Quando il Papa afferma che «formatori non ci si improvvisa», tocca allora uno dei nervi decisivi della Chiesa contemporanea. Formare sacerdoti significa esercitare uno dei ministeri più delicati esistenti nella comunità ecclesiale. Occorrono preparazione, equilibrio, esperienza spirituale, capacità di ascolto e autentica paternità.
Non basta essere un buon sacerdote per diventare automaticamente un buon formatore.
Ed è precisamente dentro questa visione che appare don Tonino Bello.
Il Papa non propone ai seminaristi un modello sacerdotale costruito sui manuali. Indica un uomo nel quale la contemplazione è diventata pastorale.
Don Tonino non ha separato l’altare dalla strada. Non ha separato l’Eucaristia dai poveri. Non ha separato la parola pronunciata dalla decisione concreta.
E forse è proprio questa la ragione per cui continua ad affascinare generazioni molto diverse tra loro.
La sua celebre immagine della Chiesa del grembiule resta una delle intuizioni pastorali più eloquenti del Novecento ecclesiale italiano: l’autorità cristiana si comprende solo nella forma del servizio.
Non significa trasformare il sacerdote in un assistente sociale.
Significa qualcosa di molto più radicalmente evangelico: comprendere che chi celebra il Corpo di Cristo sull’altare deve imparare a riconoscere quel Corpo nelle ferite degli uomini.
Leone XIV conduce così i seminaristi al terzo movimento del Vangelo: bisogna scendere dal monte.
Perché il monte cristiano non è mai un rifugio. Si sale per incontrare Dio. Si scende per incontrare l’uomo. È probabilmente questa l’immagine più bella consegnata ieri ai futuri sacerdoti.
Il seminario non può diventare una protezione dalla realtà. Non può essere una serra ecclesiastica dentro la quale far crescere vocazioni incapaci poi di sopportare il vento della storia.
Il sacerdote viene formato per essere inviato.
E Leone XIV indica persino i destinatari della missione: le famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, i giovani costretti a partire per trovare lavoro, gli anziani rimasti soli, gli emarginati, coloro che hanno smarrito il senso dell’esistenza.
È una descrizione sorprendentemente concreta della parrocchia contemporanea.
Il Papa non consegna ai seminaristi una società immaginaria. Consegna quella reale.
La pastorale sacerdotale non comincia dunque dalle strategie ma dagli uomini.
Non dalle statistiche, ma dai volti. Non dall’organizzazione, ma dalla compassione evangelica. E qui don Tonino Bello torna ad apparire quasi naturalmente.
Chi conosce la sua vita sa che per lui la pace, i poveri, gli ultimi e le periferie dell’esistenza non furono settori pastorali. Furono conseguenze dell’Eucaristia.
È questo che lo rende oggi particolarmente attuale.
La Chiesa non ha bisogno di sacerdoti alla ricerca di una identità sociale da difendere. Ha bisogno di uomini che abbiano trovato la propria identità in Cristo abbastanza profondamente da non doverla continuamente affermare attraverso il ruolo.
Sacerdoti capaci di stare: Stare davanti al tabernacolo, stare accanto a un malato, stare in mezzo a una comunità, stare dentro le contraddizioni della storia senza diventare né propagandisti né spettatori.
La formazione sacerdotale torna allora alla sua domanda essenziale: che uomo stiamo preparando prima ancora di domandarci quale sacerdote?
Leone XIV sembra rispondere: un discepolo.
Un uomo che sa di essere stato chiamato gratuitamente, che accetta la fatica della salita, che impara a vivere insieme agli altri e che, dopo essere stato con Cristo, non teme di scendere verso le strade del mondo.
Non è casuale che il discorso si concluda con Maria.
Il Papa invita i seminaristi ad affidarsi a Colei che per prima ha pronunciato il proprio sì e che ha trasformato quel sì in servizio.
Anche qui la lezione formativa è enorme.
La vocazione non è pronunciata una volta per tutte. Il «sì» del giorno dell’ingresso in seminario non basta. Non basta quello dell’ordinazione diaconale. E non basterà neppure quello pronunciato davanti al vescovo nel giorno dell’ordinazione sacerdotale.
Il ministero vive di un sì quotidiano. Un sì quando l’entusiasmo diminuisce. Un sì quando una comunità diventa difficile. Un sì quando arrivano incomprensioni. Un sì quando il sacerdote sperimenta la propria fragilità. Un sì quando Dio sembra tacere.
È forse precisamente qui che don Tonino Bello continua a essere maestro.
Non perché abbia lasciato una tecnica pastorale da imitare, ma perché ha mostrato che il cristianesimo diventa credibile quando passa dalle parole ai gesti.
E Leone XIV, indicandolo ai seminaristi, sembra voler consegnare alla nuova generazione sacerdotale proprio questa misura: non domandatevi soltanto che cosa dovrete predicare.
Domandatevi quale Vangelo sarà possibile leggere guardando la vostra vita.

Nel discorso ai seminaristi di Molfetta e Aversa Leone XIV traccia una vera pedagogia del sacerdozio: la vocazione nasce dalla gratuità, matura nello “stare con Cristo”, cresce nella fraternità e trova la sua verifica nella capacità di scendere verso la vita concreta degli uomini. In questo itinerario don Tonino Bello diventa più di un ricordo: diventa un modello pastorale per i sacerdoti del XXI secolo.
