Il calcio italiano sceglie l’uomo delle relazioni invece della rivoluzione. Ma dopo tre Mondiali mancati il problema resta: cambiare davvero un sistema che continua a premiare se stesso.

Alla fine ha vinto il sistema. Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc e il calcio italiano, reduce dalla terza mancata qualificazione mondiale in meno di dieci anni, ha scelto di affidarsi all’uomo che più di ogni altro rappresenta la continuità del potere sportivo nazionale. Nessuna rivoluzione generazionale, nessuna rottura con il passato, nessuna svolta radicale. Nel giorno in cui i Mondiali americani celebrano ancora il talento di Messi e Mbappé e nel quarantesimo anniversario della leggendaria partita di Maradona all’Azteca, l’Italia del pallone torna a guardarsi allo specchio e sceglie ancora una volta di riconoscere se stessa.

La vittoria di Giovanni Malagò alla guida della Federazione Italiana Giuoco Calcio era nell’aria da settimane. Il sostegno delle principali componenti federali e la sua lunga esperienza ai vertici dello sport italiano rendevano difficile immaginare un esito diverso. Tuttavia, il significato politico della sua elezione va ben oltre il risultato numerico.

Dopo anni segnati da fallimenti sportivi senza precedenti, culminati nella terza esclusione consecutiva da una fase finale mondiale, il sistema calcio aveva davanti a sé una scelta storica: aprire una stagione nuova oppure affidarsi a una figura capace di garantire equilibrio e continuità. Ha prevalso la seconda opzione.

Malagò arriva alla Figc con un curriculum che nessuno può contestare. Dodici anni alla guida del Coni, risultati olimpici straordinari, una rete di rapporti costruita nel tempo tra federazioni, istituzioni e organismi internazionali. È probabilmente il dirigente sportivo più influente dell’Italia contemporanea. Proprio questa forza, però, rappresenta anche il principale interrogativo della sua presidenza.

Il problema del calcio italiano non è infatti soltanto organizzativo o finanziario. È soprattutto culturale.

Da almeno vent’anni il nostro calcio produce meno talenti rispetto alle grandi nazioni europee, investe poco nei vivai, fatica a innovare i modelli formativi e continua a privilegiare logiche di breve periodo. La crisi della Nazionale non è un incidente. È il sintomo di un sistema che ha progressivamente perso la capacità di generare eccellenza.

In questo contesto l’elezione di Malagò appare come una rassicurante operazione di stabilizzazione. Ma la stabilità, da sola, non genera cambiamento.

Anzi, il rischio è che il calcio italiano finisca per confondere la gestione con la riforma. Le relazioni, che rappresentano il grande capitale politico del nuovo presidente, possono facilitare mediazioni e consenso. Tuttavia le riforme profonde raramente nascono dal consenso unanime. Chi cambia davvero un sistema inevitabilmente scontenta qualcuno.

Lo dimostra il confronto con altri mondi sportivi italiani. Il tennis guidato da Andrea Binaghi ha ottenuto risultati straordinari perché ha saputo rompere equilibri consolidati, investire su nuove generazioni, costruire un progetto di lungo periodo. Nel calcio, invece, la tentazione della conservazione sembra ancora prevalere.

Non è un caso che già nelle prime dichiarazioni successive all’elezione sia riemerso il tema degli stadi e del sostegno pubblico alle infrastrutture sportive. Questione certamente importante, ma che rischia di diventare l’ennesimo dibattito sulle opere senza affrontare la questione centrale: quale modello di calcio vuole diventare l’Italia nei prossimi vent’anni?

Perché il vero paradosso è questo. Mentre il mondo ammira i fenomeni globali del calcio contemporaneo, da Messi a Mbappé, l’Italia continua a interrogarsi su assetti federali, equilibri interni e giochi di potere. Questioni necessarie, certo, ma insufficienti a spiegare perché il Paese che ha vinto quattro Mondiali oggi osservi il torneo più importante del pianeta dal divano di casa.

Malagò eredita dunque una sfida enorme. Più che amministrare, dovrà dimostrare di saper trasformare. Più che tenere insieme le componenti del sistema, dovrà convincerle ad accettare cambiamenti che potrebbero risultare impopolari. È una missione difficile persino per un dirigente della sua esperienza.

Per questo la sua elezione rappresenta allo stesso tempo una garanzia e un’incognita. Garanzia di competenza e capacità relazionale. Incognita sulla reale volontà di modificare assetti che da anni mostrano i loro limiti.

Ennio Flaiano scriveva che in Italia la rivoluzione non si fa perché ci conosciamo tutti. Il calcio italiano sembra aver fatto propria questa massima. Ha scelto l’uomo che conosce tutti e che da tutti è conosciuto. Resta da capire se basterà per tornare ai Mondiali. Perché una cosa è governare il sistema. Un’altra è cambiarlo. E dopo tre esclusioni consecutive dalla Coppa del Mondo, il problema non è più amministrare il declino, ma trovare finalmente il coraggio di invertire la rotta.