Dal caso di Alisya e Sarah al problema crescente delle guerre familiari: quando i minori diventano ostaggi dei conflitti tra adulti
Due ragazzine ritrovate dopo quindici giorni di ricerche, chiuse in una stanza con le persiane serrate e la televisione come unico contatto con il mondo. La vicenda di Alisya e Sarah, le sorelle rintracciate a Formia dopo la fuga dalla casa famiglia, riporta all’attenzione una delle emergenze più dolorose e meno raccontate del nostro tempo: quella dei figli contesi nelle separazioni e nei conflitti familiari. Dietro le indagini della magistratura emerge una domanda che riguarda l’intera società: fino a che punto l’amore di un genitore può trasformarsi in possesso, e chi protegge davvero i bambini quando gli adulti smettono di metterli al centro?
Le hanno trovate chiuse in una stanza. Due ragazzine, sedici e dodici anni, nascoste per giorni in un appartamento di periferia tra Lazio e Abruzzo. Secondo la Procura di Sulmona non potevano uscire, non potevano aprire le persiane, non potevano vedere il mondo. Solo la televisione. Una storia che colpisce per la sua durezza e che riporta al centro una domanda scomoda: quando finisce l’amore di un genitore e comincia il possesso?
Le immagini dell’appartamento di Formia raccontano più di molte parole. Una stanza chiusa, finestre sbarrate, due adolescenti sottratte alla loro vita quotidiana. Non siamo davanti a una vicenda di criminalità organizzata o a un sequestro compiuto da sconosciuti. Siamo dentro una tragedia familiare.
Il procuratore Luciano D’Angelo ha dichiarato che gli investigatori erano preparati a trovarsi di fronte “delinquenti o pazzi” e che invece hanno trovato una donna anziana, una zia, e una rete familiare che avrebbe contribuito a nascondere le ragazze. È proprio questo il dato più inquietante. Non il male che arriva dall’esterno, ma quello che nasce all’interno delle relazioni che dovrebbero proteggere.
Dietro questa vicenda emerge un fenomeno sempre più frequente nelle società occidentali: la trasformazione dei figli in oggetto di contesa.
Nelle separazioni conflittuali, nei procedimenti per affidamento, nelle guerre giudiziarie che durano anni, il rischio è sempre lo stesso. Il bambino smette di essere una persona e diventa un simbolo. Una bandiera da conquistare. Una vittoria da esibire. Una sconfitta da infliggere all’altro.
Le statistiche raccontano che le separazioni aumentano, ma non è questo il vero problema. Una separazione può essere dolorosa senza essere distruttiva. Ciò che ferisce profondamente i figli è il conflitto permanente. È l’incapacità degli adulti di distinguere il proprio risentimento dal bene dei minori.
Molti psicologi infantili descrivono una dinamica ormai nota: il figlio viene trascinato dentro il conflitto fino a sentirsi responsabile della felicità o dell’infelicità di uno dei genitori. Gli viene chiesto implicitamente di scegliere. Di schierarsi. Di amare uno contro l’altro.
La vicenda di Formia rappresenta una versione estrema di questo meccanismo. Se le accuse verranno confermate, non si sarebbe trattato semplicemente di nascondere due ragazze. Sarebbe stato il tentativo di sottrarle a un percorso stabilito dall’autorità giudiziaria, facendo prevalere la volontà degli adulti sulle esigenze delle minori.
È qui che la cronaca assume un valore simbolico.
Ogni volta che un padre o una madre affermano “mio figlio”, il possessivo dovrebbe esprimere responsabilità e non proprietà. Nella cultura contemporanea, invece, il linguaggio dei diritti individuali rischia talvolta di trasformare i figli in una sorta di estensione della propria identità. Come se fossero beni da custodire gelosamente anziché persone da accompagnare verso la libertà.
Per questo il caso delle due sorelle abruzzesi non riguarda soltanto una famiglia. Interroga tutti.
Interroga i tribunali, chiamati a decisioni spesso drammatiche. Interroga i servizi sociali, frequentemente criticati qualunque scelta compiano. Interroga la politica, che da anni promette riforme del diritto di famiglia senza riuscire a ridurre davvero la conflittualità. Interroga soprattutto la cultura del nostro tempo, che parla continuamente di autodeterminazione degli adulti e troppo poco dei bisogni dei bambini.
I figli non appartengono ai genitori separati. Non appartengono alle madri. Non appartengono ai padri. Non appartengono neppure allo Stato.
I figli appartengono innanzitutto a se stessi, alla loro crescita, al loro futuro.
Ed è questo che rende così dolorose storie come quella di Alisya e Sarah. Perché ricordano che esiste una forma di violenza silenziosa che non lascia lividi sul corpo ma può segnare un’esistenza: quella che costringe un bambino a vivere il conflitto degli adulti come se fosse il proprio destino.
Nella Bibbia il re Salomone riconobbe la vera madre non da chi rivendicava il possesso del bambino, ma da chi era disposto a rinunciare pur di salvarlo. Forse il criterio non è cambiato. La vera genitorialità non si misura da quanto si combatte per avere un figlio, ma da quanto si è capaci di sacrificare il proprio orgoglio per il suo bene. Perché quando un bambino viene nascosto, segregato o usato come arma contro l’altro genitore, non esistono vincitori. Esistono soltanto infanzie che rischiano di essere perdute.
