Quelle mani tese di fronte all’opulenza
Dopo l’Angelus, Leone XIV invoca pace, stabilità e giustizia per i migranti travolti dalla più grave crisi vissuta dall’enclave spagnola. La moltiplicazione dei pani, la diplomazia contro le guerre e il Perdono di Assisi diventano le tessere di un unico messaggio: nessuno può essere considerato uno scarto
Ci sono luoghi nei quali le contraddizioni dell’Europa diventano geografia. Ceuta è uno di questi: una città spagnola sulla costa africana, una frontiera terrestre dell’Unione europea circondata dal Marocco, una porta che per alcuni rappresenta l’ingresso in un continente e per altri il confine da rendere invalicabile.
Negli ultimi giorni di luglio, quella porta è stata investita da un passaggio umano senza precedenti. Oltre cinquantamila persone hanno raggiunto l’enclave dalla costa marocchina, attraversando il confine via terra o tentando di aggirare le barriere a nuoto. Le autorità spagnole hanno riferito che più di quarantottomila sono rientrate in Marocco; il 2 agosto il bilancio delle vittime accertate sul versante spagnolo era salito ad almeno settantadue, mentre più di mille persone avevano ricevuto assistenza sanitaria. I numeri rimangono provvisori, perché il mare continua a restituire corpi.
È davanti a questa tragedia che Leone XIV, al termine dell’Angelus del 2 agosto, ha scelto di parlare in spagnolo. Ha detto di seguire con preoccupazione l’«allarmante situazione» di Ceuta e ha affidato alla Madonna d’Africa la richiesta che si trovino soluzioni di pace, stabilità e giustizia. Tre parole che, poste una accanto all’altra, impediscono ogni semplificazione. Non vi è pace senza ordine, ma non vi è autentica stabilità senza giustizia.
Il Papa non ha indicato formule amministrative né ha preteso di sostituirsi ai governi. Ha però ricordato il criterio morale entro il quale anche le decisioni più difficili devono essere assunte. Le frontiere possono essere controllate, i trafficanti devono essere contrastati e gli Stati hanno il diritto di governare gli ingressi. Ma nessuna necessità politica può cancellare la dignità di chi si trova dall’altra parte della barriera.
Dietro la parola “flusso” vi sono persone. Dietro le cifre vi sono giovani spinti dalla povertà, dalla mancanza di prospettive e anche dalle informazioni ingannevoli diffuse attraverso le reti sociali. Alcuni sono annegati, altri sono morti schiacciati nella calca presso le strutture di confine. Molti, dopo avere immaginato l’Europa come l’inizio di una vita nuova, sono tornati in Marocco quasi immediatamente, trovando a Ceuta soltanto paura, disordine e disillusione.
La forza dell’intervento pontificio nasce anche dalla liturgia della domenica. Prima di ricordare Ceuta, Leone XIV aveva commentato il Vangelo della moltiplicazione dei pani. Cristo, ha spiegato, non si limita a nutrire la folla: dona “gusto” ai sensi dell’uomo e sazia la sua fame di verità e di vita. Il pane diventa abbondante non quando viene accumulato, ma quando viene spezzato e condiviso.
In questa prospettiva, accumulo e scarto appaiono come i due volti della stessa malattia spirituale: l’ingordigia. L’opulenza finisce per perdere i sensi, ubriacata dalle proprie ricchezze, fino a non vedere più le mani di chi non ha mensa e le case bruciate di chi non ha pace. Sono immagini pronunciate dal Papa, ma sembrano descrivere con precisione la distanza tra il benessere europeo e le disperazioni che premono sulle sue frontiere.
Ceuta mette a nudo questa sproporzione. Da una parte un continente anziano, inquieto per la propria sicurezza e attraversato dalla paura di perdere identità, risorse e coesione sociale. Dall’altra migliaia di giovani che non possiedono quasi nulla, se non la convinzione che oltre una recinzione possa esistere una possibilità.
Sarebbe ingenuo pensare che il solo sentimento possa governare una migrazione di simili dimensioni. L’accoglienza senza organizzazione può trasformarsi in abbandono; l’apertura senza regole può favorire le reti criminali; la retorica umanitaria, quando non è accompagnata da capacità amministrativa, rischia di scaricare tutto il peso sulle comunità di frontiera.
Ma sarebbe altrettanto ingannevole immaginare che la risposta possa consistere soltanto in barriere più alte, pattuglie più numerose e rimpatri più rapidi. La sicurezza può contenere un’emergenza; non può eliminare le ragioni che spingono un uomo a gettarsi in mare. E quando le cause restano intatte — disoccupazione, disuguaglianza, instabilità, assenza di futuro — ogni frontiera diventa semplicemente il luogo in cui una crisi rinviata torna a manifestarsi.
Per questo Leone XIV ha parlato di giustizia. La pace invocata per Ceuta non è il silenzio ottenuto dopo avere ricacciato la folla oltre il confine. La stabilità non coincide con l’immobilità imposta dalla forza. Occorre una cooperazione leale tra Spagna, Marocco e Unione europea, capace di combattere i trafficanti, aprire canali legali, sostenere lo sviluppo e tutelare concretamente i minori e le persone vulnerabili.
Dopo Ceuta, il pensiero del Pontefice si è allargato alle guerre del mondo. Ha chiesto che cessino le ostilità e che si cerchino soluzioni diplomatiche, ricordando soprattutto bambini, anziani e malati. Anche qui ritorna lo stesso criterio: la politica viene giudicata dal destino dei più deboli, non soltanto dagli equilibri raggiunti dai potenti.
La guerra e la migrazione non sono drammi separati. Le case bruciate producono partenze; le economie distrutte alimentano i trafficanti; l’instabilità politica spinge intere generazioni verso frontiere dove vengono percepite come una minaccia. Pregare perché cessino le guerre significa, dunque, intervenire anche sulle radici di molte migrazioni.
Infine, Leone XIV ha ricordato il Perdono di Assisi, l’indulgenza che san Francesco ottenne da Onorio III nel 1216 dopo l’esperienza mistica vissuta alla Porziuncola. Nell’ottavo centenario del Transito del Poverello, morto proprio presso Santa Maria degli Angeli il 3 ottobre 1226, il Papa ha invitato a fare tesoro di questo dono.
Non si tratta di una parentesi devozionale estranea alla cronaca. Il Perdono di Assisi dice che nessun uomo può essere definitivamente identificato con il proprio errore, la propria irregolarità o la propria miseria. Chiede di spezzare la catena che trasforma la paura in ostilità, l’ostilità in disprezzo e il disprezzo in violenza.
Francesco volle un perdono accessibile a tutti, non riservato ai forti, ai ricchi o a chi poteva intraprendere lunghi pellegrinaggi. Nel suo gesto vive una Chiesa che apre la porta senza chiedere preventivamente quale dignità possieda chi bussa. Non perché ogni comportamento sia indifferente, ma perché la misericordia precede il giudizio e rende possibile la conversione.
Anche Ceuta è diventata una porta. Attorno ad essa l’Europa deve scegliere che volto mostrare: quello di una fortezza impaurita, quello di un’accoglienza improvvisata e impotente oppure quello più esigente di una comunità capace di coniugare responsabilità e umanità.
Il Papa non ha chiesto di cancellare le frontiere. Ha chiesto che dentro e attorno a esse si trovino pace, stabilità e giustizia. È una formula semplice soltanto in apparenza. Significa riconoscere che non può esserci ordine durevole se la disperazione di migliaia di persone viene trattata come un rifiuto da spingere lontano dagli occhi.
Nel Vangelo, davanti alla folla affamata, i discepoli suggeriscono di congedare tutti. Gesù risponde chiedendo loro di dare da mangiare. È forse questo il vero scandalo evangelico davanti a Ceuta: mentre la politica discute come allontanare la moltitudine, Cristo domanda quale parte del nostro pane siamo disposti a condividere.
Mentre decine di migliaia di persone attraversano il confine tra Marocco e Spagna e il mare restituisce i corpi delle vittime, il Papa denuncia l’ingordigia che dimentica chi non ha mensa e invita l’Europa a non separare la sicurezza dalla giustizia.
