Nell’intervista ad Avvenire, il parroco Gabriel Romanelli racconta una tragedia che continua oltre i riflettori. E ricorda che la pace non nasce dall’indifferenza, ma dalla verità.

Gaza, padre Gabriel Romanelli ad Avvenire: «La situazione è peggiorata»

Ci sono cronache che informano e cronache che interrogano la coscienza. L’intervista che padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia di Gaza, ha rilasciato ad Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, appartiene decisamente alla seconda categoria. Non è un’analisi geopolitica né una requisitoria contro qualcuno. È la testimonianza, asciutta e dolorosa, di chi continua a vivere accanto a una popolazione che, mentre il mondo sembra lentamente voltare pagina, continua a sopravvivere tra macerie, malattie e speranze sempre più fragili.

Le parole del sacerdote argentino, che da anni condivide il destino dei cristiani e dell’intera popolazione di Gaza, infrangono una delle illusioni più diffuse: quella secondo cui la fine dei bombardamenti più intensi coinciderebbe con la fine della tragedia.

«La situazione non solo non è migliorata, ma è addirittura peggiorata», afferma con disarmante chiarezza.

È una frase che costringe a riconsiderare molte narrazioni. È vero, gli attacchi indiscriminati si sono ridotti rispetto ai mesi più feroci del conflitto. Ma ciò che resta è un territorio devastato, dove la guerra continua a produrre vittime anche quando le esplosioni si fanno meno frequenti. Gli ospedali funzionano al minimo delle loro possibilità, migliaia di feriti attendono ancora di essere evacuati, le malattie proliferano in un ambiente privo delle condizioni igieniche essenziali, mentre centinaia di migliaia di persone vivono ancora in tende improvvisate, circondate dalle acque reflue e dai rifiuti.

L’immagine che emerge dalle parole di Romanelli è quella di un’immensa periferia dell’umanità. Un paesaggio che egli stesso paragona a quello lasciato da uno tsunami: edifici distrutti, infrastrutture inesistenti, scuole trasformate in rifugi per sfollati, bambini privati non soltanto dell’infanzia ma persino del diritto elementare all’istruzione.

Colpisce il passaggio dedicato al cibo. I mercati, racconta, non sono completamente vuoti. Carne, verdura e latticini si trovano persino con maggiore facilità rispetto ai mesi più duri della guerra. Ma questa apparente normalità è un’illusione. La maggior parte delle persone non possiede il denaro necessario per acquistarli oppure ha conti correnti bloccati, ha perso il lavoro, ha visto dissolversi ogni forma di reddito. In altre parole, il problema non è soltanto la disponibilità dei beni, ma la possibilità concreta di accedervi. È la povertà assoluta che rende irraggiungibile anche ciò che è esposto sui banchi del mercato.

In questo scenario assume un valore particolare il messaggio inviato da papa Leone XIV al parroco di Gaza. Il Pontefice gli ha confidato che non passa giorno senza pensare e pregare per quanti soffrono nella Striscia, ringraziando sacerdoti e religiosi che continuano a rimanere accanto alla popolazione civile. Non è una formula di circostanza. È il riconoscimento di una presenza ecclesiale che ha scelto di non abbandonare il proprio popolo nel momento della prova.

Del resto, la piccola parrocchia della Sacra Famiglia continua a rappresentare uno dei pochi punti di riferimento rimasti. Custodire il Santissimo Sacramento, mantenere viva la fede della comunità cristiana, distribuire gli aiuti, assistere chi soffre: la missione della Chiesa a Gaza non coincide con un programma politico, ma con quella prossimità evangelica che rende credibile l’annuncio del Vangelo anche quando tutto sembra crollare.

C’è poi un’affermazione che merita di essere ascoltata con particolare attenzione. Romanelli rifiuta l’idea che quanto accade sia il frutto inevitabile di una guerra destinata a non finire mai. «La pace è possibile», dice. Una convinzione che non nasce dall’ingenuità, ma dalla fede nella dignità della persona umana e nella possibilità della riconciliazione. Pace, giustizia e riconoscimento reciproco, per il sacerdote, non sono slogan, bensì condizioni inseparabili.

In un tempo nel quale il dibattito internazionale rischia spesso di trasformarsi in una contrapposizione di tifoserie ideologiche, la voce del parroco di Gaza richiama tutti a un principio essenziale: prima delle appartenenze politiche esistono le persone. Esistono bambini che non possono andare a scuola, malati che non trovano cure, famiglie senza casa, anziani senza medicine, giovani senza futuro. È da questa realtà concreta che ogni riflessione dovrebbe prendere le mosse.

Le guerre finiscono davvero soltanto quando ricomincia la vita. E la vita ricomincia con una casa, una scuola, un ospedale, un lavoro, una comunità che ritrova fiducia. Finché tutto questo mancherà, anche il silenzio delle armi rischierà di essere soltanto una tregua nella sofferenza.

Alla fine della sua testimonianza, padre Gabriel Romanelli non chiede privilegi né vendette. Domanda preghiera, verità, prudenza e solidarietà concreta. È forse il messaggio più disarmante di tutta l’intervista: la pace non nasce dall’oblio delle vittime, ma dal coraggio di continuare a guardarle negli occhi. Perché una tragedia dimenticata non smette di esistere. Smette soltanto di occupare le nostre coscienze.