C’è un momento, nella storia dei conflitti lunghi, in cui la possibilità di una soluzione spaventa più del conflitto stesso. Cuba è arrivata a quel momento. La visita del direttore della Cia John Ratcliffe all’Avana — evento di per sé straordinario, quasi impensabile fino a pochi mesi fa — non ha fatto in tempo a raffreddarsi che già due siluri giornalistici provvedevano a riscaldare l’atmosfera: trecento droni russi puntati su Guantanamo, secondo Axios; Raúl Castro nel mirino del Dipartimento di Giustizia, secondo il New York Times. Tempistica impeccabile. Casualità zero.

Chi conosce la meccanica delle guerre di bassa intensità sa che le fughe di notizie non sono mai neutre. Sono strumenti. E in questo caso i mandanti non si nascondono nemmeno: sono i parlamentari repubblicani della diaspora cubana di Miami — Salazar, Diaz-Balart, Guimenez, Malleotakis — eredi di una tradizione di sabotaggio diplomatico che affonda le radici nella Fondazione cubano-americana di Jorge Mas Canosa, uomo capace di tenere in ostaggio per decenni la politica estera di Washington su un unico dossier caraibico.

L’obiettivo è cristallino: impedire che l’amministrazione Trump raggiunga con L’Avana un accordo “alla venezuelana”, ovvero un’intesa che salvi capra e cavoli — dipendenza economica dall’orbita americana in cambio di una continuità di governo che garantisca stabilità. Un modello già visto, già collaudato, già abbastanza cinico da funzionare. Ma evidentemente troppo pragmatico per chi, da sessant’anni, preferisce la crisi aperta alla soluzione imperfetta.

Il bersaglio privilegiato di questa offensiva è Raúl Castro, 94 anni, e le presunte accuse che lo riguardano risalgono a un episodio del febbraio 1996: l’abbattimento di due Cessna dell’organizzazione Hermanos al Rescate sui cieli — cubani o internazionali, a seconda di chi racconta — dell’isola. Trent’anni di dossier riesumati oggi non perché sia emersa nuova verità, ma perché serve un’arma. Raúl è, secondo Marco Rubio e i falchi cubano-americani, il vero asse politico dell’isola: colpirlo significa colpire la legittimità stessa di qualunque interlocutore cubano al tavolo.

Eppure, sotto il fragore delle fughe di notizie, qualcosa si muove. Si muove da mesi, da quando il rapimento di Maduro a Caracas ha ridisegnato la geografia delle pressioni regionali di Washington. Si muove nei silenzi calcolati, nelle voci che circolano tra L’Avana e Miami sulla residenza spagnola garantita a Díaz-Canel, nella domanda senza risposta su chi potrebbe fare per Cuba la parte che Delcy Rodríguez ha fatto per il Venezuela — quella di volto presentabile di una resa non detta.

Miguel Díaz-Canel ha risposto su X rivendicando «il diritto assoluto» di Cuba a difendersi. Le stesse fonti militari americane che hanno alimentato lo scoop sui droni hanno precisato di non ritenere Cuba «una minaccia imminente». Il condizionale è importante: non lo è adesso, potrebbe diventarlo se la situazione si aggravasse. È, in linguaggio diplomatico, una minaccia preventiva. Ovvero: accettate le nostre proposte, oppure costruiremo le ragioni per non accettarle voi.

Sessant’anni di embargo, di Radio Martí, di piani di destabilizzazione, di “piedi asciutti” e “piedi bagnati”, di Cessna abbattuti e di zattere affondate, e alla fine il copione è sempre lo stesso: all’isola viene offerta una porta, ma i guardiani della porta fanno di tutto perché resti chiusa. Perché la Contra non vuole Cuba libera. Vuole Cuba sconfitta. Non è la stessa cosa.

La pace, a volte, ha più nemici della guerra. A Miami lo sanno da sempre.

 La visita della Cia all’Avana apre uno spiraglio. La Contra di Miami lo chiude con due “fughe” di notizie. Il vero nemico di Washington non è il governo cubano: è la trattativa stessa.