Il racconto della Protezione civile calabrese descrive animali trasformati in torce viventi per propagare le fiamme. Non è soltanto un crimine ambientale: è il segno di una disumanizzazione profonda, contro la quale risuonano le parole della Laudato si’ e la silenziosa tenerezza di Benedetto XVI per le creature più fragili.
Prima dei boschi è bruciata la coscienza. La denuncia giunta dalla Calabria — gatti ai quali sarebbero stati legati alla coda stracci imbevuti di liquido infiammabile, poi lanciati nei campi perché propagassero il fuoco — supera persino l’orrore consueto degli incendi dolosi. Qui la natura non viene soltanto distrutta: un essere vivente viene trasformato nel veicolo della propria agonia. È il punto in cui la violenza contro gli animali, contro l’ambiente e contro l’uomo rivela di avere una sola radice.
Il dirigente della Protezione civile della Calabria, Domenico Costarella, ha raccontato il ritrovamento, nelle aree colpite dagli incendi, di inneschi ritardati, candele e bottiglie preparate per alimentare le fiamme. Ma soprattutto ha riferito una scena che sembra appartenere al fondo più oscuro della mente umana: gatti con stracci imbevuti di liquido infiammabile legati alla coda, utilizzati perché, correndo terrorizzati nei campi, propagassero l’incendio. Il racconto è stato diffuso dal presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, mentre la regione affrontava centinaia di interventi per roghi di vegetazione.
È necessario usare prudenza, perché si tratta di elementi riferiti dagli operatori impegnati sul campo e destinati agli accertamenti investigativi. Ma la sola descrizione di quanto ritrovato basta a porre una domanda che precede persino quella giudiziaria: cosa accade in un uomo quando riesce a pensare un animale come un semplice dispositivo incendiario?
Non è più soltanto piromania. Non è nemmeno soltanto devastazione ambientale. È la trasformazione della sofferenza in tecnica.
Il fuoco, da sempre simbolo ambivalente, può illuminare, riscaldare e purificare. Nel Cantico delle creature, san Francesco loda «frate focu», bello, giocondo, robusto e forte. Ma il fuoco sottratto alla fraternità del creato e consegnato alla volontà distruttrice diventa l’immagine di una potenza senza responsabilità. La stessa energia che illumina la notte può divorare boschi, case, animali e vite umane.
In Calabria, in questi giorni, il fuoco non è soltanto fiamma. È intenzione.
Dietro un incendio doloso vi può essere il profitto, la vendetta, il controllo criminale del territorio, la speculazione, l’illusione di creare lavoro per lo spegnimento o per la successiva riforestazione. Ma quando si arriva a usare un animale vivo per moltiplicare i fronti del rogo, il movente economico non è più sufficiente a spiegare ciò che accade. Entra in scena un elemento ulteriore: il piacere o almeno l’indifferenza davanti alla sofferenza.
La crudeltà vera non consiste sempre nel godere del dolore altrui. Spesso comincia molto prima, quando il dolore dell’altro non significa più nulla.
È proprio questo legame tra violenza verso gli animali e impoverimento morale dell’uomo a essere indicato nella Laudato si’. Papa Francesco scrive che l’indifferenza e la crudeltà verso le altre creature finiscono per riflettersi nel modo in cui trattiamo gli esseri umani. «Il cuore è uno solo», afferma l’enciclica: chi si abitua a esercitare o tollerare la violenza contro una creatura fragile difficilmente conserverà intatta la propria sensibilità davanti alla sofferenza degli uomini.
Non si tratta di confondere l’uomo con l’animale né di cancellare la singolarità della persona umana. Si tratta, al contrario, di comprendere che proprio la superiorità dell’uomo gli affida una responsabilità più grande. Il creato non gli è consegnato come bottino, ma come custodia.
Il dominio senza cura degenera sempre in sopraffazione.
La Laudato si’ non propone un sentimentalismo naturalistico. Non proclama una natura astratta e innocente contro un’umanità irrimediabilmente colpevole. Parla di ecologia integrale: tutto è connesso, non perché tutto abbia lo stesso valore, ma perché ogni relazione porta in sé una responsabilità.
Il bosco incendiato, il gatto torturato, la famiglia costretta ad abbandonare la propria casa, il vigile del fuoco esposto al pericolo, l’agricoltore che perde il raccolto e il territorio impoverito sono parti della stessa ferita.
L’incendio doloso spezza questa rete. Non distrugge soltanto alberi. Agisce contro le relazioni che tengono insieme una comunità.
In questa vicenda torna alla mente, per contrasto, l’immagine mite di Benedetto XVI e dei gatti.
Joseph Ratzinger era noto, già negli anni trascorsi alla guida della Congregazione per la dottrina della fede, per una familiarità discreta con i felini che incontrava nelle strade e nei cortili vaticani. Il cardinale Tarcisio Bertone raccontò che si fermava a rivolgere loro qualche parola in tedesco, forse in dialetto bavarese, e portava qualcosa da mangiare, tanto che i gatti finivano per seguirlo sino al cortile della Congregazione. Altri racconti ricordano i gatti che gli facevano compagnia e la sua attenzione spontanea verso di essi.
Non è un particolare folkloristico nella biografia di un pontefice.
In quell’uomo riservato, spesso descritto soltanto attraverso le categorie della dottrina e del rigore teologico, il rapporto con gli animali mostrava una forma elementare di gentilezza. Ratzinger non aveva bisogno di trasformare l’amore per i gatti in una teoria. Si fermava, li nutriva, parlava con loro. Era la forma più semplice della custodia: riconoscere una presenza, non passare oltre.
Forse la civiltà comincia proprio da questo gesto minimo. Fermarsi davanti a ciò che è fragile. Non infliggere sofferenza quando si possiede la forza per farlo. Non considerare inutile una vita soltanto perché non parla la nostra lingua, non produce profitto e non può difendersi.
Benedetto XVI, con la discrezione che gli era propria, sembrava riconoscere nei gatti una piccola alterità domestica: creature libere, mai interamente possedute, capaci di vicinanza ma non di servilismo. Parlare a un gatto, portargli del cibo, lasciarsi seguire per un cortile significa accettare che il mondo non sia abitato soltanto dai nostri bisogni.
L’orrore calabrese rappresenta l’opposto di questa disposizione interiore.
Il gatto non viene visto. Non è più una creatura, ma un meccanismo mobile; non un corpo capace di dolore, ma una miccia; non un essere vivente, ma un mezzo per raggiungere un fine.
È il trionfo della ragione strumentale nella sua forma più perversa.
Da tempo trattiamo la natura attraverso il linguaggio dell’utilità. Gli alberi valgono per il legname, i terreni per la rendita, gli animali per ciò che producono. Ma vi è una soglia oltre la quale l’utilità diventa nichilismo: quando una vita è considerata valida soltanto in quanto può essere consumata, sfruttata o distrutta.
Chi lega uno straccio incendiato alla coda di un gatto non sta soltanto commettendo un atto contro un animale. Sta dichiarando che la sofferenza non pone alcun limite alla sua volontà.
Ed è questo che deve inquietarci maggiormente.
Perché una società non diventa crudele improvvisamente. Si prepara attraverso piccole abitudini di indifferenza. Comincia dal linguaggio aggressivo, dalla derisione della debolezza, dall’assuefazione alle immagini di violenza, dall’idea che il più forte abbia sempre diritto di imporsi. Prosegue quando la sofferenza altrui diventa uno spettacolo o una statistica. Infine arriva il momento in cui persino un animale in fiamme può essere concepito come un espediente efficace.
La Laudato si’ avverte che non esistono due crisi separate, una ambientale e una sociale, ma una sola crisi complessa. A questa affermazione bisogna aggiungere che non esistono neppure due crudeltà differenti: quella contro gli animali e quella contro gli uomini. La radice è la medesima, anche se diversa è la dignità dei soggetti colpiti.
È la volontà di potenza liberata da ogni fraternità.
Non basta dunque spegnere gli incendi. Occorre spegnere la cultura che li rende pensabili.
Servono indagini, pene certe, prevenzione, controllo del territorio e strumenti tecnologici capaci di individuare tempestivamente gli inneschi. Ma tutto questo, da solo, non sarà sufficiente. Lo ha detto lo stesso Costarella parlando della necessità di un cambiamento culturale.
La cultura non è un ornamento da aggiungere dopo l’emergenza. È il primo argine contro l’emergenza.
Bisogna educare alla cura, al rispetto della vita, al valore del bene comune e alla consapevolezza che un bosco non appartiene soltanto al proprietario del terreno né una creatura è soltanto nella disponibilità di chi riesce a catturarla. Occorre ricostruire un linguaggio nel quale la tenerezza non sia debolezza e la compassione non venga derisa come ingenuità.
San Francesco chiamava fratello il fuoco, sorella l’acqua e madre la terra. Non perché ignorasse la violenza della natura, ma perché vedeva nel creato una relazione originaria. Benedetto XVI si chinava sui gatti dei cortili romani. Francesco, nella Laudato si’, ha trasformato quella fraternità cosmica in una responsabilità politica, economica e sociale.
Sono gesti e parole che, davanti all’orrore di questi incendi, acquistano un significato concretissimo.
Il contrario della crudeltà non è soltanto la bontà. È il riconoscimento.
Riconoscere che l’altro esiste prima e oltre il nostro interesse. Che il bosco non è un ostacolo da eliminare. Che un animale non è una cosa. Che la terra non è un deposito inesauribile. Che il dolore, anche quando non può essere espresso con parole umane, ci interpella.
Il dirigente della Protezione civile ha concluso il proprio racconto dicendo che «il peggior nemico dell’uomo è l’uomo». È una frase vera, ma non completa.
L’uomo può essere anche il custode dell’uomo e del creato.
Può appiccare il fuoco oppure spegnerlo. Può trasformare un animale in una torcia oppure fermarsi a nutrirlo. Può ridurre la terra a bottino oppure riconoscerla come casa comune.
Tra queste possibilità si decide ogni giorno non soltanto il destino dei boschi, ma la qualità stessa della nostra umanità.
Un gatto che corre in fiamme dentro un campo non è soltanto la vittima di un criminale: è l’immagine di una società che rischia di non riconoscere più alcun limite alla propria volontà. La Laudato si’ ci ricorda che la crudeltà verso le creature finisce sempre per ferire anche l’uomo. Benedetto XVI, fermandosi a parlare con i gatti e a nutrirli nei cortili romani, mostrava invece che la civiltà comincia da un gesto molto più semplice: accorgersi della vita fragile e scegliere di custodirla.
