Per anni è stato il simbolo delle contrapposizioni geopolitiche, delle sanzioni e delle crisi dimenticate. Oggi il terremoto riporta al centro un popolo che da troppo tempo vive sotto il peso di tragedie diverse

Ci sono popoli che il mondo ricorda solo quando accade l’irreparabile. Il Venezuela è uno di questi. Per anni è scomparso dai radar dell’informazione internazionale, se non come terreno di scontro ideologico tra Washington, Mosca, Pechino e le cancellerie occidentali. Poi, all’improvviso, la terra ha tremato due volte in quaranta secondi. Magnitudo 7.2, poi 7.5. Edifici sbriciolati, famiglie sotto le macerie, ospedali lesionati, aeroporti chiusi, migliaia di dispersi. Le telecamere sono tornate. Ma il Venezuela era già una nazione ferita molto prima che cedessero il cemento e l’asfalto.

Non è soltanto il terremoto ad aver devastato questo Paese. Il sisma arriva dopo anni nei quali il Venezuela è stato lentamente consumato da una crisi economica, sociale e politica che ha svuotato ospedali, impoverito le infrastrutture, spinto milioni di cittadini ad abbandonare la propria terra e trasformato una delle nazioni più ricche dell’America Latina in uno dei luoghi più fragili del continente.

Per questo le immagini che arrivano da Caracas fanno ancora più male. Non raccontano semplicemente una calamità naturale. Raccontano un popolo costretto ad affrontare la forza della natura quando già viveva in condizioni di estrema vulnerabilità. Ogni edificio che crolla porta con sé non soltanto il peso del cemento, ma anche quello di anni di impoverimento, di isolamento internazionale e di una polarizzazione politica che ha consumato il tessuto stesso della società.

In mezzo a questo scenario, sorprende quasi il contrasto tra la tragedia e la politica. Dal carcere federale di New York, Nicolás Maduro ha diffuso un messaggio rivolto ai venezuelani, invitandoli all’unità nazionale, alla solidarietà e al sostegno reciproco. Le sue parole, indipendentemente dal giudizio che ciascuno può avere sulla sua figura politica, ricordano una verità elementare: davanti a una catastrofe non esistono maggioranze e opposizioni, ma persone che scavano tra le macerie cercando un figlio, una madre, un vicino di casa.

Attorno alla sua detenzione continua a consumarsi uno dei dossier più controversi della politica internazionale. Washington sostiene la piena legittimità del procedimento giudiziario nei suoi confronti; altri governi, giuristi e osservatori contestano invece la portata extraterritoriale dell’azione americana e ritengono che la vicenda sollevi interrogativi delicati sul piano del diritto internazionale e della sovranità degli Stati. È un dibattito che continuerà. Ma oggi, mentre si contano i morti e i dispersi, rischia di passare in secondo piano ciò che davvero conta: milioni di venezuelani stanno vivendo una delle peggiori tragedie della loro storia recente.

Colpisce anche un’altra immagine. Donald Trump, che fino a poche ore prima rivendicava il successo della pressione americana sul Venezuela, ha promesso un intervento rapido di soccorso. Gli Stati Uniti invieranno squadre di ricerca, mezzi logistici e assistenza sanitaria. È una scelta che va salutata positivamente. Quando la terra trema, la solidarietà non dovrebbe conoscere confini né appartenenze politiche. Sarebbe persino auspicabile che proprio da una tragedia come questa potesse nascere una stagione diversa nei rapporti tra Caracas e Washington, nella quale l’aiuto umanitario prevalga finalmente sulla logica dello scontro permanente.

Anche l’Europa si è mossa rapidamente. L’Italia, attraverso Antonio Tajani, ha immediatamente contattato le autorità venezuelane, attivando l’Unità di crisi della Farnesina e predisponendo l’invio di squadre specializzate della Protezione civile e dei Vigili del fuoco. Non è un gesto formale. In Venezuela vivono circa centoventimila persone di origine italiana. Sono figli e nipoti di quell’emigrazione che nel secondo dopoguerra contribuì a costruire il Paese sudamericano e che oggi guarda con angoscia alle immagini provenienti da Caracas e da La Guaira.

Eppure, mentre scorrono le immagini dei bambini estratti vivi dalle macerie, delle famiglie accampate nelle piazze e dei saccheggi che iniziano ad affacciarsi nelle aree costiere, torna una domanda inevitabile. Perché il mondo sembra ricordarsi del Venezuela soltanto quando accade una tragedia? Perché un popolo che da anni vive una crisi umanitaria, sociale ed economica di enormi proporzioni riesce a conquistare le prime pagine solo quando la natura aggiunge dolore al dolore?

Le calamità naturali hanno almeno un merito: cancellano per qualche istante le etichette ideologiche. Sotto le macerie non ci sono chavisti o antichavisti, sostenitori di Maduro o oppositori, amici degli Stati Uniti o della Russia. Ci sono esseri umani che aspettano di essere salvati.

Ed è forse questa la lezione più grande che arriva dal Venezuela. La geopolitica continuerà a dividere governi e analisti. Le controversie giudiziarie continueranno a essere discusse nelle aule dei tribunali e nelle sedi diplomatiche. Ma la sofferenza di un popolo non può essere valutata secondo la convenienza delle alleanze internazionali.

Quando le squadre di soccorso avranno lasciato Caracas e i riflettori delle televisioni si saranno spenti, il Venezuela continuerà a fare i conti con le proprie ferite. Alcune saranno provocate dal terremoto, altre vengono da molto più lontano. Ricostruire le case sarà difficile. Ricostruire la fiducia di un popolo, la stabilità delle istituzioni e la speranza di milioni di persone lo sarà ancora di più. È questa la vera emergenza che il mondo non dovrebbe dimenticare quando il rumore delle scosse sarà finalmente cessato.