Il SIR intervista George Deek, Inviato speciale di Israele per il mondo cristiano alla guida della Divisione Affari Religiosi del Ministero degli Affari Esteri,
George Deek è diplomatico, arabo, cristiano e porta la voce di Israele presso le Chiese del mondo. Al Sir racconta la sua missione impossibile: costruire fiducia tra ebrei e cristiani in un Medio Oriente che consuma le sue minoranze. A sessant’anni dalla Nostra Aetate, un’identità scomoda che diventa argomento.
C’è una frase, verso la fine dell’intervista che George Deek ha rilasciato al Sir, che vale la pena fermarsi a rileggere con calma: «Il futuro dei cristiani e quello di Israele non sono in opposizione: sono legati tra loro». La pronuncia un diplomatico arabo-cristiano, figlio di una famiglia che «vive in questa terra da secoli», oggi inviato speciale dello Stato ebraico presso il mondo cristiano. Se si cercasse un simbolo vivente della complessità del Medio Oriente, non si troverebbe di meglio.
Deek è una figura che in un’altra epoca sarebbe sembrata impossibile, e che ancora oggi, in certi ambienti, risulta scomoda in modo bipartisan: troppo israeliano per chi vede in Israele solo occupazione, troppo arabo e troppo cristiano per chi preferisce le identità nette e le appartenenze monolitiche. Il suo mestiere, che è anche la sua biografia, consiste nell’abitare questa scomodità e trasformarla in argomento.
L’intervista tocca nervi scoperti con una disinvoltura che talvolta sfiora l’arte della schivata diplomatica, talaltra però concede squarci di rara onestà. Quando gli si chiede della croce distrutta a Debel da un soldato dell’Idf, Deek non minimizza: «È stata dolorosa e inaccettabile». Poi aggiunge che ciò che conta è la reazione di una società, non l’episodio in sé. È un’argomentazione solida, che però — chi legge lo avverte — porta con sé il rischio di diventare un formato retorico applicabile a qualunque circostanza, uno scudo universale per nazioni che sbagliano e poi correggono. La domanda che l’intervistatore non pone, e che resta nell’aria, è: fino a quando la reazione istituzionale basta a compensare la frequenza degli episodi?
Su questo l’ambasciatore preferisce il registro della visione lunga. E in effetti la visione lunga è il suo terreno più fertile. Il ragionamento sul legame tra antisemitismo e antisionismo, ripreso da Jonathan Sacks, è lucido e necessario: l’odio si adatta al vocabolario di ogni epoca, e negare a uno Stato il diritto di esistere non è critica, è altra cosa. Si può non condividere ogni politica israeliana — e Deek stesso apre esplicitamente a questa possibilità — senza per questo confondere il dissenso con la demonizzazione. È una distinzione che molti dibattiti pubblici, soprattutto dopo il 7 ottobre, sembrano aver smarrito nel frastuono.
Altrettanto nitida è la lettura della condizione cristiana in Medio Oriente: comunità antiche che si riducono, chiese attaccate, emigrazione inarrestabile. Deek cita la crescita della popolazione cristiana in Israele dal 1948 ad oggi come eccezione significativa in un quadro regionale desolante. È un dato reale, che vale la pena conoscere. È anche un dato parziale, che non esaurisce il quadro: i cristiani palestinesi nei territori occupati vivono una realtà assai più articolata di quella che emerge da questa intervista, e la loro voce — quella dei Patriarchi di Gerusalemme, della Custodia di Terra Santa, del Patriarcato Latino — risuona spesso in modo ben più tormentato di quanto le parole di Deek lascino intendere.
Eppure il merito dell’intervistato è di ricordare una cosa che il dibattito polarizzato tende a rimuovere: la questione cristiana in Medio Oriente non è separabile dalla questione della coesistenza in senso più ampio. Un Medio Oriente che non fa spazio agli ebrei non farà spazio nemmeno ai cristiani, né ai drusi, né agli yazidi. La logica dell’esclusione è indivisibile: colpisce per cerchi concentrici, e non si ferma mai al primo.
A sessant’anni dalla Nostra Aetate, il documento conciliare che aprì una stagione nuova nei rapporti tra ebrei e cristiani, George Deek porta in scena una figura teologicamente improbabile e storicamente inedita: l’arabo cristiano che parla a nome dello Stato ebraico alle Chiese del mondo. Non è una contraddizione. È, forse, una delle poche forme di speranza che questa regione riesce ancora a produrre.
Dalla croce distrutta in Libano da un soldato dell’Idf all’antisionismo come nuova forma di antisemitismo, dall’emorragia cristiana nella regione alla crescita della comunità cristiana in Israele: l’inviato speciale di Gerusalemme per il mondo cristiano risponde senza schivare i nodi più duri. Con una convinzione di fondo: chi vuole difendere i cristiani in Medio Oriente non può ignorare il destino dello Stato ebraico.
