Il governo italiano vorrebbe isolare la Spagna che accoglie disperati e raccoglie i morti annegati

Mentre i corpi erano ancora tra le onde, i governi parlavano già di Schengen. Ma la domanda che sale da quel tratto di mare non riguarda i trattati: riguarda chi siamo diventati.

All’alba, il mare al largo di Ceuta ha fatto ciò che fa da sempre: ha portato a riva dei corpi. Alcuni respiravano ancora, fradici, aggrappati agli scogli dell’ultima Europa; altri no. Almeno undici, dicono le cronache, non hanno toccato la sabbia da vivi. E mentre erano ancora tra le onde, sulle due sponde del continente avevano già cominciato a parlare i governi.

C’è una sproporzione che dovrebbe farci tremare, e invece ci ha trovati pronti alla replica. Il tempo che separa la morte di un uomo in acqua dalla prima dichiarazione ufficiale si misura ormai in minuti: il tempo di un post. Da Roma si è evocata la sospensione di Schengen con la Spagna; da Madrid è salita l’ira di un esecutivo che si è sentito tradito da un Paese amico; a Bruxelles si è chiesto, con poca fortuna, «calma e gesso». La presidente Meloni ha parlato di immagini impressionanti e di confini da difendere; il premier Sánchez, di solidarietà negata. E in mezzo, come sempre, i volti bagnati dei ragazzi e la lunga colonna di chi camminava sulle colline: materia prima, loro malgrado, di un dibattito che li riguarda e non li ascolta.

Non scriverò che difendere una frontiera sia, di per sé, un peccato. Sarebbe comodo e sarebbe falso. La dottrina della Chiesa non ha mai predicato l’abolizione dei confini: il Catechismo riconosce alle nazioni il diritto di regolare l’immigrazione in vista del bene comune, e ricorda che chi accoglie ha dei doveri e chi è accolto ne ha altri. Gli abitanti di Ceuta scesi in piazza non sono cuori di pietra: sono ottantamila persone su diciannove chilometri quadrati che si sono viste cambiare la città in un pomeriggio. La loro inquietudine è reale, e va onorata, non derisa.

Ma è proprio perché la frontiera può essere legittima che diventa insopportabile la lingua con cui la si difende. Ho letto, in queste ore, di «masse incontrollate», di «ondata», di «flusso». È il vocabolario dell’idraulica applicato agli esseri umani: acqua che tracima, e che dunque si argina, si devia, si respinge. Qui la fede — la mia, francescana e scotista, che mi è stata consegnata — si impunta con una testardaggine antica. Giovanni Duns Scoto la chiamava haecceitas: quella «questità» per cui nessun uomo è un esemplare della specie, ma questo uomo, irripetibile, voluto e chiamato per nome. Contro l’aritmetica del flusso, il Vangelo conosce solo il singolare. Non «gli undici morti»: undici volti, undici storie, undici madri che oggi non sanno.

È la stessa distanza che Francesco, da Lampedusa, chiamò «globalizzazione dell’indifferenza»: la capacità tutta moderna di far scorrere sotto il pollice l’immagine di un annegato e passare oltre. Il vero avversario, in questa vicenda, non è il disperato che si getta a nuoto: è il trafficante che gli ha venduto la traversata come si vende un biglietto, ed è l’assuefazione che ci permette di non vedere. Su questo — sul volto criminale delle reti che lucrano sulla morte — dovrebbe costruirsi l’unità di un continente, non sulla gara a chi per primo abbassa la sbarra.

Perché è di questo che, in fondo, si discute quando si nomina Ceuta: non di un tratto di mare, ma dell’anima di un’Europa chiamata a decidere se essere una fortezza o una casa. E qui l’equilibrio non è tiepidezza. Una casa non è una piazza senza porte, dove entra chiunque e nessuno è più a casa; ma non è nemmeno un bunker, dove la porta esiste solo per restare chiusa. La porta cristiana ha una soglia: si varca, con ordine, con un nome, con dignità. Governare la frontiera non è sacralizzarla né abolirla; è ricordarsi che di là c’è sempre qualcuno, e che quel qualcuno, prima di essere un numero da respingere o da accogliere, è un fratello da riconoscere.

Ieri, mentre i partiti si contendevano il megafono, è passata quasi inosservata la parola più sobria della giornata, quella del Capo dello Stato. Non è un caso. Le istituzioni, quando fanno il loro mestiere, abbassano la voce; è la propaganda che ha bisogno di gridare. E il mare, che di frontiere non sa nulla, continua intanto a esercitare il più antico dei giudizi: restituisce ciò che gli uomini gli hanno affidato, e ci consegna la domanda che nessuna sospensione di trattato potrà sospendere. Non «quanti ne fermeremo», ma: chi siamo diventati, mentre guardavamo.

Contro la lingua del «flusso» e dell’«ondata», la testardaggine cristiana di chiamare ciascuno per nome. Undici morti non sono un numero: sono undici volti.