Crimini di Israele anche per ii palestinesi nelle loro prigioni
Chiamiamole con il loro nome: torture. Non “trattamenti” né “misure di sicurezza” né alcuno degli eufemismi con cui la burocrazia militare imbelletta l’orrore. Torture fisiche, torture psicologiche, fame deliberata, isolamento prolungato, bambini in cella, donne in cella, corpi umani ridotti a numeri di matricola in strutture che nessun ispettore internazionale è autorizzato a visitare.
Oltre novemilaseicento palestinesi marciscono oggi nelle prigioni israeliane. Trecentocinquanta sono minorenni. Ottantasei sono donne. Più di tremilacento non sono stati accusati di nulla — nel senso letterale del termine: nessuna accusa formale, nessun processo, nessuna prova mostrata né a loro né ai loro avvocati. Esiste per questo uno strumento giuridico chiamato “detenzione amministrativa”, che è un modo elegante per dire: ti chiudo dentro a tempo indeterminato perché posso farlo.
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa non entra. Le famiglie non hanno notizie. Gli avvocati vengono tenuti a distanza. E milleduecentocinquanta prigionieri di Gaza vengono classificati come “combattenti illegali” — categoria inventata di sana pianta per sottrarli alle protezioni delle Convenzioni di Ginevra, che pure esistono proprio per momenti come questo, proprio per impedire che il più forte faccia dell’altro quello che vuole.
Non siamo di fronte a eccessi, a mele marce, a derive isolate. Siamo di fronte a un sistema: documentato, deliberato, reiterato. Le organizzazioni per i diritti umani lo chiamano “violenza sistematica e dichiarata”. Dichiarata, appunto — non nascosta, non vergognosa, non notturna. Esibita con la sicurezza di chi sa che il mondo guarderà altrove.
E infatti il mondo, nella misura in cui può, guarda altrove.
L’elzeviro tradizionalmente rifugge l’invettiva. Ma c’è un punto in cui la compostezza stilistica diventa complicità morale. Quei novemilaseicento nomi esistono. Esistevano prima che qualcuno decidesse di seppellirli vivi in attesa di un processo che non arriverà. La comunità internazionale che tace non è neutrale: è corresponsabile.
