Da giovane avvocato nella Mosca post-sovietica a nemico del sistema. Jamison Firestone racconta la corruzione, gli omicidi e la paura nella Russia di Putin
Ci sono persone che osservano la storia da lontano. E poi ci sono quelle che finiscono dentro la storia, spesso pagando un prezzo altissimo. Jamison Firestone appartiene alla seconda categoria. Americano, avvocato, imprenditore, arrivò a Mosca nei turbolenti anni Novanta con mille dollari in tasca e un computer. Trovò una Russia in piena trasformazione, piena di opportunità ma anche di corruzione, criminalità e violenza. Trent’anni dopo vive a Londra e porta sulle spalle il peso di amici uccisi, colleghi perseguitati e una battaglia che continua ancora oggi contro il sistema costruito da Vladimir Putin. La sua storia non è soltanto quella di un uomo. È anche il racconto di come la Russia sia passata dal caos post-sovietico all’autoritarismo contemporaneo.
La Russia delle speranze perdute
Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, molti in Occidente immaginarono che la Russia avrebbe seguito il percorso delle democrazie europee.
Per qualche anno sembrò possibile. Mosca era una città caotica, spesso pericolosa, ma piena di energia. Nuove imprese nascevano ogni giorno. Investitori stranieri arrivavano da tutto il mondo. Sembrava l’inizio di una nuova era. Fu in quel contesto che Firestone fondò uno studio legale insieme all’amico Terry Duncan.
La loro avventura imprenditoriale ebbe successo. Ma il sogno della nuova Russia si infranse presto contro una realtà più dura: il potere degli oligarchi, la corruzione diffusa e l’ascesa di un ex funzionario del KGB quasi sconosciuto all’epoca, chiamato Vladimir Putin.
Il prezzo della verità
La svolta arrivò quando Firestone e i suoi collaboratori scoprirono uno dei più grandi scandali finanziari della Russia moderna.
Secondo le loro indagini, funzionari pubblici, uomini d’affari e apparati di sicurezza avrebbero organizzato una gigantesca frode fiscale da centinaia di milioni di euro. A portare alla luce il meccanismo fu un giovane avvocato russo: Sergei Magnitsky.
La sua ricostruzione era semplice e devastante. Aziende sequestrate illegalmente venivano utilizzate per ottenere enormi rimborsi fiscali fraudolenti a carico dello Stato russo.
In un Paese normale, chi denuncia una frode dovrebbe essere protetto. In Russia accadde l’opposto. Magnitsky fu arrestato. Passò quasi un anno in carcere. Morì nel 2009 dopo maltrattamenti, privazioni e condizioni di detenzione disumane. La sua morte divenne un simbolo internazionale.
La legge che porta il suo nome
Da quella tragedia nacque qualcosa che il Cremlino continua ancora oggi a considerare una minaccia. Il cosiddetto Magnitsky Act.
Si tratta di una legislazione adottata prima dagli Stati Uniti e poi da numerosi Paesi occidentali che consente di colpire funzionari corrotti e responsabili di violazioni dei diritti umani attraverso sanzioni personali. Non vengono colpiti genericamente gli Stati. Vengono colpite le persone. Conti bancari congelati. Beni sequestrati. Divieti di viaggio.
Secondo Firestone è uno degli strumenti più efficaci mai creati contro i sistemi autoritari. Perché molti funzionari possono vivere senza democrazia. Molto meno senza yacht, ville e conti all’estero.
La Russia della paura
Negli anni successivi Firestone lasciò la Russia. Troppi amici erano morti. Troppi collaboratori erano stati minacciati.
Troppi oppositori erano finiti in carcere o in esilio. Oggi descrive una Russia molto diversa da quella che aveva conosciuto negli anni Novanta. I media indipendenti sono stati ridotti al silenzio. Gli oppositori incarcerati o costretti alla fuga.
Internet sottoposto a controlli sempre più stretti. La guerra in Ucraina ha ulteriormente accelerato questo processo.
Secondo Firestone, il potere di Putin appare forte dall’esterno ma è in realtà attraversato da paure profonde.
«Un uomo che passa gran parte del suo tempo in bunker protetti», osserva, «è un uomo che teme qualcosa».
Colpire il portafoglio
La tesi centrale di Firestone è semplice. Per indebolire il Cremlino non basta condannarne le azioni. Bisogna colpirne le risorse economiche.
Secondo lui l’Europa dovrebbe utilizzare i beni russi congelati per sostenere l’Ucraina e aumentare la pressione finanziaria sul sistema che sostiene Putin.
È una posizione controversa sul piano giuridico e politico, ma che riflette una convinzione maturata in trent’anni di esperienza: in Russia il potere segue il denaro.
E chi controlla il denaro controlla il sistema.
L’amore per un Paese e l’odio per un regime
L’aspetto forse più sorprendente della storia di Firestone è che, nonostante tutto, continua a parlare della Russia con affetto.
Non difende il regime. Non giustifica la guerra. Non minimizza la repressione. Ma distingue il Paese dal suo governo. È una distinzione che spesso si perde nelle polemiche internazionali.
Per lui la Russia non è soltanto Putin.
È anche la terra degli amici perduti, delle opportunità vissute, delle persone comuni che continuano a pagare il prezzo delle decisioni del Cremlino.
La storia di Jamison Firestone assomiglia a un romanzo di spionaggio, ma purtroppo è realtà. È la storia di uomini che hanno denunciato la corruzione e sono stati uccisi. Di avvocati che hanno sfidato il potere e sono finiti in prigione. Di un Paese che aveva sognato la libertà e si è ritrovato nuovamente sotto il peso dell’autoritarismo. Eppure Firestone continua a ripetere che non bisogna smettere di opporsi. Perché i regimi possono sembrare invincibili. Ma la storia insegna che nessun potere fondato sulla paura dura per sempre.
