Dalla chiusura del consolato britannico di Gerusalemme Est alle sanzioni contro gli insediamenti, la frattura attraversa ormai l’Occidente. Londra e Parigi guidano il fronte, l’Italia resta fuori. E mentre la Cisgiordania precipita verso un punto di non ritorno, due differenti allarmi precedenti al 7 ottobre — quello emiratino e quello egiziano — riportano al centro della campagna elettorale israeliana la responsabilità politica di Benjamin Netanyahu. L’ex ambasciatore Nimrod Novik a Repubblica: «Io stesso ho visto i documenti».
Per molto tempo la Cisgiordania è stata raccontata come il teatro secondario della guerra cominciata il 7 ottobre 2023. Gaza occupava le prime pagine, il Libano e l’Iran misuravano l’allargamento regionale del conflitto, mentre nella West Bank, quasi nell’ombra, cambiavano confini, proprietà, strade, villaggi e perfino la possibilità concreta che un giorno possa ancora esistere uno Stato palestinese territorialmente continuo. Adesso quell’ombra è diventata una crisi diplomatica aperta. Londra ha deciso che le parole non bastano più; Parigi e Canada si sono schierati sulla stessa linea; Israele ha risposto chiudendo il consolato britannico a Gerusalemme Est e trasformando la questione delle colonie in una delle fratture più gravi degli ultimi anni con alcuni dei suoi tradizionali alleati occidentali.
Il Regno Unito, insieme ad altri undici Paesi, ha annunciato l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali o europee sul commercio con gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia hanno aderito alla dichiarazione. Il documento dell’8 settembre parla di una situazione in rapido deterioramento, di livelli senza precedenti di violenza dei coloni e del pericolo rappresentato dall’espansione dell’insediamento E1 per la sopravvivenza stessa della soluzione dei due Stati.
Il nuovo ministro degli Esteri britannico Ed Miliband è andato oltre il consueto lessico diplomatico, denunciando in Parlamento fenomeni di «pulizia etnica» e parlando apertamente della violenza di coloni estremisti. Non è una scelta lessicale casuale: significa sostenere che ciò che sta accadendo in alcune zone della Cisgiordania non può più essere liquidato come la sommatoria di episodi isolati attribuibili a qualche fanatico, ma rischia di configurare un processo sistematico di espulsione dei palestinesi dalle loro terre. Israele ha reagito duramente: chiusura del consolato britannico, misure contro rappresentanti di Londra, esclusione da organismi di coordinamento e divieti di ingresso per alcuni politici britannici. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha accusato Londra di interferire nelle elezioni israeliane.
La questione, però, non è il linguaggio diplomatico. È la terra. Israele ha costruito dalla guerra del 1967 circa 160 insediamenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est, nei quali vivono ormai centinaia di migliaia di israeliani. Il progetto E1, tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim, assume in questo quadro una portata enorme perché rischia di spezzare ulteriormente la continuità territoriale palestinese. È difficile proclamare ogni giorno il principio dei «due popoli e due Stati» e, contemporaneamente, accettare che sul terreno venga progressivamente cancellata la geografia necessaria a far nascere il secondo Stato. È su questa contraddizione che Londra e Parigi hanno deciso di rompere gli indugi.
L’Italia, invece, non c’è. Antonio Tajani sostiene che misure di natura commerciale dovrebbero essere decise a livello europeo per evitare distorsioni del mercato interno. È una posizione formalmente comprensibile, ma politicamente assai meno neutrale di quanto sembri: quando l’unanimità europea appare difficilmente raggiungibile, chiedere che tutto passi da Bruxelles significa anche scegliere di non agire oggi. Giuseppe Conte ha invitato il governo a mostrare «un briciolo di dignità» e ad approvare il progetto delle opposizioni sulle sanzioni; Elly Schlein ha parlato di un comportamento vergognoso dell’esecutivo.
E proprio mentre la diplomazia occidentale si spacca sulla Cisgiordania, dentro Israele esplode una questione forse ancora più pericolosa per Netanyahu: che cosa sapeva il governo prima del 7 ottobre 2023?
La prima rivelazione riguarda gli Emirati Arabi Uniti. Secondo l’inchiesta pubblicata da Haaretz, il presidente Mohammed bin Zayed avrebbe telefonato personalmente a Netanyahu il 23 settembre 2023, circa due settimane prima dell’attacco, mettendolo in guardia sulla possibilità che Hamas stesse preparando un’operazione di vasta portata. L’ufficio del premier israeliano ha definito la ricostruzione una menzogna, ma una fonte emiratina ha confermato al Times of Israell’esistenza dell’avvertimento. Abu Dhabi, dunque, non ha semplicemente evitato di smentire: una fonte informata ha confermato che quella comunicazione avvenne.
Fin qui avremmo potuto parlare di uno scoop ancora conteso tra la versione di Haaretz e quella dell’ufficio del primo ministro. Ma oggi si aggiunge un elemento che rende il quadro ancora più inquietante. In un’intervista concessa a Repubblica, Nimrod Novik, ex ambasciatore israeliano e già primo consigliere diplomatico di Shimon Peres, afferma che Netanyahu porta una responsabilità anche politica per ciò che accadde e soprattutto racconta di avere avuto personalmente accesso alla documentazione relativa a un altro avvertimento, proveniente questa volta dall’Egitto, giunto pochi giorni prima del 7 ottobre. «Io stesso ho visto i documenti sull’allarme», sintetizza il titolo dell’intervista.
È un passaggio enorme. Perché se l’allerta emiratina restasse isolata sarebbe ancora possibile discutere sulla sua precisione, sulla sua interpretazione e sul livello di dettaglio con cui fu trasmessa. Ma se a quell’avvertimento si aggiunge anche un segnale proveniente dall’Egitto, del quale Novik dice di avere visto personalmente la documentazione, allora il problema cambia natura. Non riguarda più soltanto la possibilità che una singola informazione sia stata sottovalutata, ma l’eventualità che ai vertici politici e di sicurezza israeliani siano arrivati, da più direzioni, segnali convergenti di un pericolo imminente proveniente da Gaza.
La questione egiziana, peraltro, non nasce oggi. Già altre ricostruzioni israeliane avevano sostenuto che una fonte egiziana avesse trasmesso al Consiglio di Sicurezza nazionale israeliano l’avvertimento che «qualcosa di grande» si stava preparando. Quel Consiglio risponde direttamente alla struttura del primo ministro. La testimonianza di Novik introduce però un elemento qualitativamente diverso: non il «sentito dire» di una fonte anonima, ma un ex alto diplomatico israeliano che afferma di avere consultato la documentazione.
Bisogna essere estremamente precisi. Tutto ciò non prova che Netanyahu abbia deliberatamente lasciato accadere il 7 ottobre per ottenere una guerra, consolidare il proprio consenso o costruire una giustificazione alla devastazione di Gaza. Una conclusione simile richiederebbe prove dirette che oggi non esistono. Ma non occorre arrivare a una teoria così estrema per comprendere la gravità politica della vicenda. Basta una domanda molto più semplice: se il premier ricevette personalmente un avvertimento dagli Emirati e se un secondo allarme egiziano raggiunse le strutture israeliane pochi giorni prima dell’attacco, perché non scattò un rafforzamento straordinario della sicurezza intorno a Gaza? Chi decise di non attribuire a quelle informazioni la priorità necessaria? E soprattutto: Netanyahu venne informato anche dell’allarme egiziano?
Sono domande che possono diventare micidiali alla vigilia delle elezioni del 27 ottobre 2026. Netanyahu ha costruito buona parte della propria carriera sull’idea di essere l’uomo capace più di ogni altro di garantire la sicurezza di Israele. Il 7 ottobre rappresenta esattamente il contrario: la più grave falla di sicurezza della storia recente dello Stato ebraico. Fino ad oggi il premier era riuscito, almeno in parte, a spostare la discussione dalla responsabilità per ciò che era accaduto alla necessità di combattere le guerre successive. Le nuove rivelazioni possono riportare improvvisamente la campagna elettorale là dove Netanyahu non avrebbe voluto: alla mattina del 7 ottobre e alle ore, ai giorni, alle settimane che la precedettero. Repubblica osserva infatti che le responsabilità del premier stanno tornando a pesare direttamente sulla sua corsa elettorale.
È proprio qui che il rapporto con gli ultranazionalisti diventa decisivo. Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir non sono semplicemente due ministri controversi: rappresentano l’ala della maggioranza che considera la nascita di uno Stato palestinese una minaccia da impedire anche attraverso l’espansione degli insediamenti. Netanyahu ha bisogno di quel mondo per non perdere il proprio blocco elettorale, ma proprio quel mondo contribuisce oggi all’isolamento diplomatico di Israele. È una trappola politica: più Netanyahu corre verso destra per difendere la propria maggioranza, più aumenta il prezzo internazionale della propria sopravvivenza politica.
Nimrod Novik aveva già individuato da tempo questo meccanismo. In precedenti interventi aveva criticato la strategia con cui Netanyahu aveva cercato negli anni di contenere Hamas anziché rafforzare l’Autorità palestinese, descrivendo quella politica come un modo per «nutrire» una forza che poi sarebbe esplosa contro Israele il 7 ottobre. Ma oggi il suo giudizio pesa diversamente, perché non riguarda più soltanto una strategia politica sbagliata: riguarda documenti e avvertimenti che, sostiene, esistevano prima dell’attacco.
E Washington? Gli Stati Uniti non seguiranno Londra sulla strada delle sanzioni. Marco Rubio è stato esplicito: gli Usa non intendono vietare il commercio con gli insediamenti della Cisgiordania. Allo stesso tempo, però, il segretario di Stato ha sottolineato che Washington non vuole ulteriori destabilizzazioni nella West Bank, perché un’escalation comprometterebbe anche i tentativi americani di consolidare il piano per Gaza.
Il quadro americano è più sfumato di quanto sembri. L’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee ha attaccato duramente la decisione britannica e ha perfino evocato possibili conseguenze economiche per Londra. Ma la Casa Bianca ha fatto sapere che quelle dichiarazioni non erano state coordinate né con la presidenza né con il Dipartimento di Stato. Ancora più significativo: secondo Axios, Donald Trump era stato informato in anticipo dal premier britannico Andy Burnham della decisione sulle sanzioni e non avrebbe esercitato pressioni per impedirla; funzionari americani avrebbero inoltre comunicato ai britannici di condividere le preoccupazioni sulla politica israeliana in Cisgiordania, pur non condividendo lo strumento delle sanzioni.
Non siamo quindi davanti a una rottura tra Washington e Israele. Gli Stati Uniti restano il principale alleato strategico dello Stato ebraico e non aderiscono al fronte delle sanzioni. Ma sarebbe altrettanto sbagliato dipingere l’amministrazione americana come automaticamente disponibile a coprire ogni scelta del governo Netanyahu. Il messaggio che arriva da Washington appare piuttosto questo: difesa della sicurezza di Israele, sì; assegno in bianco sulla Cisgiordania, molto meno.
Ed è proprio la Cisgiordania il punto nel quale tutte queste linee finiscono per incontrarsi: il destino dei palestinesi, l’isolamento internazionale di Israele, il futuro della destra messianica, le elezioni di ottobre e perfino la memoria del 7 ottobre. La violenza dei coloni non rappresenta soltanto un dramma umanitario. Sta diventando un fattore di destabilizzazione strategica dello stesso Stato di Israele. Perché un Paese può vincere battaglie, possedere l’esercito più potente della regione, contare sul sostegno americano e allo stesso tempo perdere qualcosa di essenziale: la capacità di distinguere la propria sicurezza dalla volontà di dominio sulla vita di un altro popolo.
Da cristiani non abbiamo bisogno di scegliere quale dolore meriti compassione. Il massacro del 7 ottobre resta un crimine terroristico atroce e nessuna sofferenza palestinese potrà mai giustificarlo. Ma proprio per questo il 7 ottobre non può essere trasformato in un lasciapassare eterno per l’espulsione, l’umiliazione o la progressiva cancellazione politica dei palestinesi. Israele ha diritto alla sicurezza; i palestinesi hanno diritto alla terra, alla libertà e a un futuro. Chi presenta questi diritti come incompatibili prepara soltanto la prossima guerra.
Il punto, allora, non è essere contro Israele. È chiedersi quale Israele si voglia difendere: quello democratico, capace di vivere accanto a uno Stato palestinese, oppure quello prigioniero di una minoranza ultranazionalista convinta che la sicurezza coincida con l’annessione permanente della Cisgiordania. Le sanzioni di Londra e Parigi possono essere discusse nella loro efficacia e nei loro effetti, ma mettono sul tavolo una domanda che ormai neppure gli amici di Israele possono eludere.
E soprattutto resta il fantasma del 7 ottobre. Un avvertimento dagli Emirati. Un altro dall’Egitto. Un ex alto diplomatico israeliano che dice di averne visto i documenti. Un premier che nega. E un Paese che tra poche settimane dovrà votare.
Le elezioni del 27 ottobre rischiano così di trasformarsi anche in un referendum sulla più dolorosa domanda della storia recente israeliana: non soltanto chi abbia materialmente fallito la mattina del 7 ottobre, ma chi sapesse qualcosa prima e quali decisioni abbia preso. Netanyahu potrà accusare Londra, Parigi, l’opposizione, la stampa e perfino gli alleati di voler condizionare il voto. Ma se gli allarmi emiratino ed egiziano saranno confermati fino in fondo, sarà molto più difficile accusare il mondo esterno. Perché quella domanda nasce dentro Israele: che cosa sapeva Benjamin Netanyahu prima del 7 ottobre 2023, e perché Israele non fu protetto?
